Adriana Sabato, giornalista, risiede a Belvedere Marittimo. Dopo il liceo classico si è laureata in DAMS Musica all'Università degli Studi di Bologna. Dal 1995 al 2014 ha scritto su La Provincia cosentina e il Quotidiano della Calabria. Gestisce il blog Non solo Belvedere. Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il saggio La musicalità della Divina Commedia, nel 2016 Tre racconti e nel 2017 il saggio Nuove frontiere percettive nel pianoforte di Chopin.

Il tempo immobile di Feldman

Di Adriana Sabato

Il compositore statunitense Morton Feldman nato nel 1926 e morto nel 1987, è noto soprattutto per la sua produzione avvenuta nell’arco temporale degli ultimi dieci anni della sua vita: dalla fine degli anni ’70, fino al 1987, l’anno della sua scomparsa prematura.

Quest’ultima produzione è caratterizzata da un’estrema dilatazione temporale dei brani.

Ogni brano composto in questo periodo dura circa un’ora: ma altri toccano punte di tre quattro e anche cinque ore, come  Violin and String quartet (1985, due ore circa), For Philip Guston (1984, quattro ore circa), fino all’estremo String quartet II del 1983, la cui durata supera abbondantemente le cinque ore (senza nessuna pausa).

Morton Feldman (Foto da wikipedia)

L’ascolto in Feldman è molto peculiare e diversificato e si parla a giusta ragione di “vertical thought”, pensiero verticale, in cui il tempo è spazializzato in quanto strettamente legato e collegato a quelle esperienze dell’arte pittorica tanto rilevanti nella poetica degli ultimi suoi anni e che rappresentano, al tempo stesso, una perfetta esperienza audio – visiva.

Oltre a John Cage che contribuì a mutare radicalmente la sua concezione della musica, Feldman ebbe molti incontri importanti con varie figure rappresentative della scena artistica di New York, tra i quali furono particolarmente significativi quelli con i compositori Earle Brown, Christian Wolff, con i poeti e letterati, Alfredo de Palchi, Frank O’Hara e Samuel Beckett, con i pittori Philip Guston, Franz Kline, Willen de Kooning, Jackson Pollock, Robert Rauschenberg e Mark Rothko. Le sue composizioni cominciano a dilatarsi, a durare sempre di più mentre il materiale musicale si riduce in proporzione inversa. Probabilmente Feldman giunge progressivamente a concepire il Tempo come ingrediente strutturale della sua musica.

Morton Feldman scardina così i modelli della temporalità. Nelle sue ultime composizioni si passa dal modello basato sulla direzionalità orizzontale – un inizio, uno sviluppo ed una fine  che caratterizzano peraltro qualsiasi tipo di esperienza temporale e non solo quella musicale – al pensiero verticale dove il tempo è zero,  un tempo cioè spazializzato. Nell’ascolto dei brani di Morton Feldman è necessario tenere conto di questa peculiarità essenziale in quanto, facendo riferimento alla narrazione, al racconto, allo sviluppo della temporalità tradizionale, si rischia di annoiarsi.

Occorre invece fare riferimento al fatto che nella sua musica non accade nulla: vi sono invece, affezioni di un’unica sostanza, per dirla con Spinoza. Insomma, Feldman non era un “eracliteo” ( il panta rei non lo convinceva) ma semmai un “parmenideo” in quanto pensava al movimento come apparenza (tutto è fermo e nulla si muove). Musica statica dunque e alle soglie del silenzio perché secondo Feldman il silenzio, l’aura, è essenziale per l’ascolto musicale e soprattutto per comprendere la poetica dei suoi brani.

“Four Intruments” per violino violoncello pianoforte e campane tubolari : https://www.youtube.com/watch?v=SX-D7G_33aw rappresenta un ascolto di fondamentale importanza per capire l’evoluzione della sua poetica.

In questa composizione non esiste il ritmo ma la fluttuazione temporale e dunque c’è assenza di attacco, (il primo degli elementi fondanti la dialettica musicale) collegato ad una dinamica che qui è altrettanto inesistente.

Il tempo assomiglia ora ad una sfera che gira su se stessa mettendo in crisi ogni tipo di ascolto: anche la melodia è inesistente e anche gli strumenti, ai fini di perseguire la  poetica del pensiero verticale, non devono essere riconosciuti. Per questo l’esecuzione dei “pianissimo” è molto difficile da eseguire e non c’è quasi nulla della musica tradizionale. Questo brano, così come le altre simili e tarde composizioni di questo autore, invitano l’ascoltatore a fermarsi, nel senso letterale della parola. Fermarsi mentre tutto il resto va avanti nel cosiddetto tempo reale.

  Una meditazione sulle essenze musicali e sul tempo – «è la scansione del tempo, non il Tempo in sé, che è stata spacciata per l’essenza della musica» scrive Feldman.

 E ancora: «A me interessa come questa belva viva nella giungla, non allo zoo» –, ma anche sui fili misteriosi che legano da sempre Arte e Società: «la società, per come la vedo io, è una specie di mastodontico apparato digerente, che tritura qualunque cosa gli entri nella bocca. Questo smisurato appetito può ingollare un Botticelli in un sol boccone, con una voracità da terrorizzare tutti tranne il guardiano di uno zoo. Perché l’arte è così masochista, così desiderosa di essere punita? Perché è così ansiosa di finire dentro quelle gigantesche fauci?».

Fonte: “Forme e percorsi dell’ascolto. Seminario di filosofia della musica” tenuto dal compositore Marco Lenzi il 15 dicembre 2016 all’UniCal – Università della Calabria.