Adriana Sabato, giornalista, risiede a Belvedere Marittimo. Dopo il liceo classico si è laureata in DAMS Musica all'Università degli Studi di Bologna. Dal 1995 al 2014 ha scritto su La Provincia cosentina e il Quotidiano della Calabria. Gestisce il blog Non solo Belvedere. Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il saggio La musicalità della Divina Commedia, nel 2016 Tre racconti e nel 2017 il saggio Nuove frontiere percettive nel pianoforte di Chopin.

L’artista: al di sopra della mischia, oppure no.

Di Adriana Sabato

C’è una lapide sull’ingresso degli artisti in Largo Respighi, 1 del Teatro comunale di Bologna: ricorda lo schiaffo fascista ad Arturo Toscanini. Il 14 maggio 1931, il Maestro doveva celebrare Giuseppe Martucci, compositore e direttore d’orchestra. C’erano anche il capo fascista Leandro Arpinati e il Conte Costanzo Ciano. Il cerimoniale imponeva Inno Reale e Giovinezza. Toscanini rifiutò. Una folla di fascisti lo aggredì e lo prese a schiaffi. Giorni dopo si recò in Svizzera e poi negli Usa. Toscanini tornò a dirigere in Italia solo nel maggio del 1946, in quello che fu definito il concerto della liberazione, alla riapertura del Teatro alla Scala.

Un rifiuto ben diverso da quello espresso dal Maestro Valerij Gergiev che oltre ad essere stato licenziato dalla Filarmonica di Monaco, è stato sospeso dall’attività musicale del Teatro alla Scala per non avere preso apertamente posizione contro l’attuale guerra in Ucraina.

Il silenzio del musicista ha portato a cancellare la sua presenza sul podio anche con Teatri, Festival e Orchestre di New York, Edimburgo, Monaco di Baviera, Verbier (Svizzera) e Lucerna.

 Un silenzio, il suo, costato caro, ma che rientra nella libertà da parte dell’artista di non esprimere opinioni, in quel diritto di tacere invocato da molti, ma anche nel senso d’indipendenza da questioni politiche attribuito proprio al mondo degli artisti.

L’artista dissidente cinese Ai Weiwei sulle pagine de Il Corriere della Sera ha dichiarato: ogni artista ha il suo senso di giustizia, tutti vogliono costruire un mondo civile e democratico. Se a un artista, essendo amico di un politico, viene proibito di lavorare, stiamo andando verso una strada non più democratica.

Musicista fedelissimo amico di Putin, Valerij Gergiev già in passato ha appoggiato la politica del Presidente russo in occasione dell’annessione della Crimea e di altri atteggiamenti espansionistici. Ed è questa la molla che ha fatto scatenare quei pericolosi sentimenti anti russi attorno alla sua figura di artista e di uomo.

Ma cuique suum, si potrebbe scrivere a chiare lettere!

Citando, fra le altre, anche la cancellazione della mostra Sentieri di ghiaccio, inserita all’interno del Festival della fotografia europea di Reggio Emilia. E ancora il divieto per il fotografo paesaggista Alexander Gronsky, notoriamente anti putiniano e contrario al conflitto in corso, a partecipare alla mostra da parte dei promotori.

È, questo, un messaggio inquietante di chiusura ad ogni forma di dibattito: la cancellazione a Torino di una retrospettiva sul regista russo Karen Georgevich accresce un elenco già lungo.

Il 24 febbraio scorso, giorno che non dimenticheremo mai, studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi hanno scritto una lettera molto significativa a riguardo: noi, studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi, esprimiamo una decisa protesta contro le azioni di guerra intraprese dalle forze armate del nostro paese contro i territori dell’Ucraina. Questo passo fatale comporta innumerevoli vite umane e mina le basi del sistema consolidato della sicurezza internazionale. La responsabilità dell’avere scatenato una nuova guerra in Europa è tutta della Russia.

Innumerevoli le firme di adesione al documento.

http://www.journal-psychoanalysis.eu/lettera-aperta-di-studiosi-scienziati-e-giornalisti-scientifici/

Un elenco, quello di atti russofobi, di non poco conto. Sarebbe giusto privare tutti i cittadini del mondo di un patrimonio culturale di così inestimabile valore? Sicuramente no.

Dagli anni ’60 il sipario del Bolshoi di Mosca, lo ricordiamo, si è aperto decine di volte sulle opere, i balletti e i concerti scaligeri; vogliamo farne a meno? E poi la cultura europea si integra da sempre con la cultura russa, così come la Russia attinge da quella. Ad esempio la personalità di Pëtr Il´ič Čajkovskij rispetto ai musicisti nazionalisti russi del Gruppo dei Cinque fu il principale esponente della tendenza occidentalizzante, anche se i caratteri nazionali sono tutt’altro che assenti nella sua produzione. Gli esempi abbondano e si potrebbe continuare a lungo.

 Il presidente della Fondazione Ravello Dino Falconio, tutti i suoi collaboratori e gli artisti, addoloratissimi per la guerra fratricida nel pieno dell’Europa hanno confermato che il maestro Gergiev e l’orchestra russa sono nel programma, sia pur provvisorio, del festival di Ravello 2022.

L’arte e la musica, precisa il presidente, sono campi che, per loro natura, parlano un linguaggio che non ha distinzioni nazionali ma è universale. In particolare, la musica non ha bisogno di traduzioni per essere compresa ed è un patrimonio di tutti gli uomini della terra. A qualsiasi latitudine e longitudine. Quello che a oggi ci tocca valutare è il profilo culturale e artistico e non gli aspetti politici. In ragione di una mera appartenenza nazionale, non si possono discriminare i musicisti. A meno che un artista non faccia un peana. 

Una protesta pacifica? Forse, ma l’atteggiamento è tutt’altro che sfavorevole.