Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Leone Ginzburg, intellettuale antifascista

Di Geraldine Meyer

Da poco è uscito per Neri Pozza questo bellissimo saggio di Angelo D’Orsi L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg. Un libro importante, frutto di un lungo e complesso lavoro di ricerca tra documenti e archivi, un testo dalla genesi più che trentennale (con ricerche cominciate negli anni ’80) che si inserisce in un panorama di ricerca storica che va oltre la “ricostruzione” della figura di Ginzburg. Figura per altro mai abbastanza indagata, mai abbastanza ricordata ma che, oggi in modo particolare, assurge a carattere d’urgenza. “Un personaggio gigantesco – scrive D’Orsi – che incuteva timore, non soltanto rispetto e ammirazione, anche a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa, nel 1944, in carcere, a soli trentacinque anni (non compiuti), quando il fascismo ormai piegato al nazismo dava gli ultimi colpi di coda. Timore per la grandezza morale e la forza intellettuale difficilmente eguagliabili.”

Ciò su cui può essere utile soffermarsi sono proprio le due parole del titolo: intellettuale antifascista. Non per semplificare un libro che semplificabile non è ma, semmai, per tentare di individuarne subito la chiave di lettura, la prospettiva di “indagine” e, in sostanza, la cifra dello stesso Ginzburg. Cifra che è anche, ma non solo ovviamente, biografica, con quella nascita a Odessa che diverrà non mero dato anagrafico ma vera e propria modalità di intervento culturale e intellettuale di questo uomo per certi aspetti unico. Molte sono le cose che si potrebbero dire di questo libro, molte le sollecitazioni. Talmente tante che scriverne potrebbe essere rischioso, a tal punto difficile è scegliere quale aspetto di questo testo mettere in luce, quali le pagine e le notizie da sottolineare.

Allora, nell’inevitabile lavoro di “scrematura” ci sono, ritengo due elementi su cui soffermarsi e che, non da soli certo, possono aiutare a comprendere l’importanza di questo testo e di una figura come quella di leone Ginzburg. Il primo è proprio il suo essere “russo” che sarà per lui motivo e imperativo categorico per levare la Russia dal recinto asiatico e inserirla, con la sua cultura e la sua letteratura, nell’ambito europeo. Non si voglia, per carità, mettere in ombra l’azione politica di Ginzburg, ma al contrario, legare a questo elemento tutto il suo percorso. Non si tratta di cosa di poco conto. Questa istanza europeista, se così vogliamo e possiamo chiamarla, è qualcosa di estremamente importante e “incidente” per leggere tutto il percorso di Ginzburg. Lo sottolinea, come sempre in modo lucidissimo, lo storico Claudio Vercelli, in un bell’articolo dedicato al libro, pubblicato su Il Manifesto, in cui la “russità” di Leone viene indicata come qualcosa di centrale. Scrive Vercelli: “ […] una figura di prima grandezza della Torino e dell’Italia antifasciste, ma soprattutto di socializzazione del lavoro politico da questi svolto partendo dalla dimensione del confronto critico con la cultura del proprio tempo. Della quale, per più aspetti, a partire dalla storia personale e della sua famiglia, provenendo da Odessa, è stato un interprete in chiave cosmpolita.”

Leone Ginzburg (Foto da wikipedia)

Cosmopolitismo che, in più di un rivolo, impregna di sé sia l’agire culturale di Ginzburg sia l’agire politico. Come vi fosse un legame insolvibile tra quest’ultimo e il suo lavoro intellettuale. Lavoro intellettuale enorme che non ebbe modo di tradursi in un insieme di scritti che fossero all’altezza del sua cultura, fatta eccezione, appunto, per i suoi lavori di russistica.

Un libro che è storia di un uomo ma anche storia corale, di quella Torino, di quegli intellettuali, di quella generazione che troverà nella casa editrice Einaudi, terreno di formazione culturale e politica. Tanti sono i nomi con cui il percorso di Ginzburg si intreccerà, tra un sempre maggiore coinvolgimento nell’antifascismo, confino, leggi raziali, prigionia, carcere. Tra questi, solo per citarne alcuni Massimo Mila, Carlo Levi, Bobbio, Vittorio Foa, Cesare Pavese. Un racconto di intellettuali che tennero la barra dritta e intellettuali che, seppur non sempre mancando di grandezza culturale, non seppero rinunciare a compromissioni e non nette prese di distanza dal regime.

In questo contesto Ginzburg appare come una vera eccezione, per molti aspetti, con il suo cosmpolitismo (ecco che torna) che più di ogni altra cosa sarà ciò che gli rende impossibile l’accettazione di un regime che faceva della chiusura (anche culturale) uno dei cardini del suo agire.

Specularmente, quasi alla fine della sua vita, Ginzburg avrà un’altra cifra che ne caratterizzerà il pensiero, quel secondo motivo di interesse di cui parlavamo a inizio articolo: la visione europeista della ricostruzione post fascista. Ginzburg sottolinea l’importanza- come scrive D’Orsi –  di “un’Italia libera in un’Europa libera, un’Italia accolta nel consesso europeo con pari dignità, purchè sappia meritarsi quel posto cacciando i nazisti e sconfiggendo i fascisti. Una sorta di rivendicazione di una solidarietà infrauropea, un ripudio dei nazionalismi, sottolineando che i popoli europei hanno già in essere profondi legami, scaturiti dalle lotte sopportate in comune contro il nazifascismo.”

Impossibile leggere queste parole senza pensare a come esse siano frutto di una vsione culturale prima ancora che politica e storica. E proprio per questo il libro di D’Orsi, fin dal titolo, ci costringe a capire come intellettuale e antifascista siano quasi l’uno l’inevitabile approdo dell’altro. Non a caso, le autorità fasciste, definivano “intellettualoidi” molti di quei giovani e meno giovani, riuniti in Giustizia e Libertà. I “professoroni” di oggi, come chi dal “nuovo fascismo” viene definito in termine spregiativo, proprio perché non scinde cultura da azione politica. Davvero un libro bello e importante, arricchito da un interessante apparato iconografico e da un ponderoso lavoro di note bibliografiche.

L'intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg Book Cover L'intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg
Angelo D'Orsi
Saggistica
Neri Pozza
2019
447 p., brossura