Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Perché parlare di Bonaventura Tecchi? Perché farlo, addirittura, ricordando un suo libro, L’isola appassionata, in cui il filo conduttore sono lettere, intese come missive cartacee, scritte a mano e portatrici, nonché chiave di lettura di una terra, la Sicilia, da lui stesso definita a partire da una frase di Goethe “Senza la Sicilia l’Italia non forma un quadro nell’anima; qui soltanto è la chiave per capire il tutto.” Proprio per questi motivi. Perché vogliamo prendere questo meraviglioso L’isola appassionata come emblema e estremizzazione di varie dimenticanze. La dimenticanza rispetto a questo immenso scrittore, la dimenticanza rispetto a un intero modo di rapportarsi al mondo e al tempo (la lettera) e una dimenticanza rispetto a un sud di cui, nella letteratura nostrana, si sono perse le tracce se non per ridurlo a macchietta, stereotipo o semplice teatro ambientale.

Eppure. Eppure, con Bonaventura Tecchi siamo al copsetto di uno dei massimi scrittori italiani, protagonista di quel ‘900 che viene sempre più a mancarci, sia come scrigno di punti di riferimenti, sia come capacità di leggere la realtà e di trasferirla, sia nella letteratura di denuncia sia in quella della vera saggistica (non autoreferenziale) e della vera letteratura (non quella ombelicale)

Eppure. Eppure Bonaventura Tecchi fu scrittore, romanziere, germanista, saggista, amico e tra i maggiori sostenitori di Carlo Emilio Gadda (altro scrittore che può essere definito dimenticato in quanto più citato che letto), figura alquanto complessa non fosse altro (e non solo) per la ricchezza della sua scrittura, estetizzante e impregnata di prosa d’arte.

Nato a Bagnoregio, nella Tuscia viterbese, fu docente di letteratura tedesca sia in Italia (Padova e Roma) sia all’estero in cui fu lettore nelle università di Brno e Bratislava) e direttore del prestigioso Gabinetto Vieusseux. Con l’arbitrarietà che sempre accompagna lo scrivere di qualcuno prendendo in considerazione solo un libro, molta della sua sopracitata complessità di scrittura, la troviamo proprio in questo L’isola appassionata, scritto nel 1945 e in cui ci viene narrata l’esperienza fatta come addetto alla censura delle lettere dei soldati in Sicilia.

Questa la cornice, chiamiamola così, di un libro in cui molti degli interessi di Tecchi emergono con forza insieme alla sua capacità di osservare persone e luoghi. L’isola appassionata è infatti un prezioso distillato di cosa significhi scrivere di luoghi e di persone attraverso i luoghi. Con tutta la composita stratificazione degli uni e delle altre.

Copertina dell’edizione Einaudi

“Ebbene, i mesi che passai a Palermo, in Sicilia, furono tra i più belli della mia vita. Un fervore inesausto di impressioni, un’ebrezza leggera del sangue, un incanto continuato degli occhi e della mente.” Così dipinge la sua esperienza siciliana a inizio di un libro in cui l’animo, solare e triste al contempo, della Sicilia ci viene raccontato attraverso le lettere di uomini e donne che, in quelle parole, in quei fogli, mettevano tutta la loro vita ma anche tutta la loro anima.

Tecchi usa quelle lettere con lo sguardo dell’osservatore, dello scrittore, del poeta si potrebbe dire che, attraverso un lavoro dovuto e non amato, studia e descrive le mille sfaccettature, paesaggistiche e caratteriali, di un’isola mondo, di un’isola conclusa epperò non isolata. “[…] qui, nelle lettere siciliane, specie della gente del popolo, c’era una cosa che io non credevo esistesse più al mondo o esistesse soltanto camuffata, rammodernata, con le rabberciature e le tinture della moda. Mai, in vita mia, avevo letto lettere d’amore così belle. Nell’isola c’era, viveva ancora l’amore. E non soltanto l’amore dei sensi, ma anche quello dell’anima. E spesso tutti e due insieme. Lettere per lo più d’amori legittimi: di fidanzati, di sposi, ma anche di amori fieramente contrastati dai parenti o da altre difficoltà, e amori segreti.”

La grandezza di Tecchi, in questo libro, è proprio nella sua straordinaria capacità di restituirci non uno sguardo dal buco della serratura della corrispondenza altrui ma, semmai, uno sguardo su un luogo sì ma anche sulla psicologia umana, su una cultura, su un paesaggio e un gesto, un tremore di mano e un subitaneo sussulto del cuore. Il tempo di attesa tra una lettera e l’altra è proprio il tempo dello sguardo, il tempo non istantaneo a cui siamo abituati oggi. E allora è quasi con commozione che leggiamo queste lettere proprio insieme a Tecchi, sentendone ogni più piccolo rumore, vedendo il paesaggio che vedeva lui e le persone che scrivevano, avvertendo sulla nostra pelle la paura e la trepidazione, la gioia e lo spavento. E tutto attorno questa isola appassionata, la Sicilia, appassionata nella vita, nel fuoco dell’amore ma anche appassionata nella morte.

Un libro che dovrebbe, se fossimo un paese con la memoria meno corta di quanto non sia, essere ristampato.

L’immagine di copertina è una foto presa da OnTuscia e ritrae Bonaventura Tecchi