Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Pensare di poter esaurire una figura come quella di Saverio Strati proponendo la lettura di un suo unico libro è cosa tanto parziale quanto filologicamente scorretta. Ma, vista la dimenticanza da cui è ormai avvolto questo scrittore, forse indicarne un libro in particolare potrebbe servire a dare un appiglio concreto per sollecitarne la lettura e la rilettura. Parlare dunque di Mani vuote nasce semplicemente dal ritrovamento casuale e fortuito di questo libro tra le bancarelle di un mercatino di libri usati. Diventando così un pretesto, parziale certo, ma ugualmente forte ad addentrarsi nella poetica di questo immenso scrittore calabrese.

Saverio Strati (Foto da Corriere.it)

Scrittore vissuto e morto in un silenzio discreto che certo non ne ha scalfito la grandezza e l’importanza. Quanto, semmai, ne dovrebbe sollecitare la riscoperta. E allora proviamo a partire da qui, dalle pagine di questo Mani vuote che qualcuno ha definito testimonianza di una Calabria arcaica. Ma questo aggettivo, pur arrivando da una comprensibile necessità di definizione, ha come tutte le definizioni, la parzialità della tentazione alla semplificazione. Non vi è nulla di arcaico in queste pagine quanto, semmai, di ancestrale e dunque non del tutto estirpato dall’animo e dalla natura di questa terra, difficile e dura, ora come allora.

Mani vuote, scritto tra il settembre del ’58 e il settembre del ’59, è la storia tragica e epica al contempo, di Emilio, che conosciamo a partire dagli anni duri dell’infanzia. Un’infanzia che, in realtà, non ha mai avuto. Scaraventato com’è, da subito, nel mondo e nella realtà degli adulti. Una realtà fatta di lavoro durissimo, di miseria, di sopraffazione, di riti sociali in cui la sopraffazione, la violenza, la mafia dei pensieri e delle azioni, dettano legge.

Il mondo dei contadini, dei pastori e dei carbonai non è idilliaco, non è soffuso e aureolato di arcadica bellezza. Non vi è bellezza in questo mondo duro e crudele. La civiltà contadina di Mani vuote non è qualcosa a cui guardare con passatistica nostalgia. Strati, anche in questo libro, restituisce tutta la “mala vita” brigantesca scandita e determinata dall’ideale della mancanza di ideali che non sia quella di sfuggire alla legge, sull’onda della “santificazione” di figure di altri e più famosi criminali.

Emilio vuole andarsene da questa terra dura e crudele, dalle sue logiche e dalla sua miseria. Per lui, come per molti altri prima di lui, la fuga ha il nome di una terra promessa, lontana eppure apparentemente conosciuta. Quell’America che appare così carica di possibilità, di lavoro e di soldi. Quell’America che il meraviglioso film di Crialese, Nuovomondo, dipingeva come un enorme distesa di latte in mezzo al quale, emigranti poveri e laceri, nuotano con aria sognante e ingenua.

In uno stile ricalcato, in molte sue parti, sulla realistica cadenza del parlato, senza però mai cadere nel folkloristico stereotipo, Strati denuncia senza mai giudicare. Come avrebbe potuto, del resto, fare ciò uno scrittore, un uomo che conosceva così bene la realtà che andava raccontando? Strati, anche in questo Mani vuote, racconta la fisicità della terra e degli uomini senza soluzione di continuità rispetto alle violenze e alle nefandezze dei potenti, qualunque tipo di potere fosse quello di cui disponevano. Quasi sempre il potere della “roba”, declinato in vari modi da tutta quella che viene definita “letteratura meridionalistica”. Anche su questa definizione ci sarebbe molto da dire ma, limitiamoci a mettere in dubbio questa classificazione, semplicemente sottolineando come quella di Strati sembri molto di più una letteratura di respiro più ampio, diremmo quasi il respiro della letteratura civile.

Perché anche in questo Mani vuote vi è, da parte di Strati, la consapevolezza della questione meridionale ma trattata in modo così letterariamente impregnato di vita (anche personale) da fare di questa questione qualcosa di più ampio (e storicamente esteso) di un semplice regionalismo. Mani vuote non è solo la storia di un bambino prima e giovane uomo poi che, cerca di non sottostare alla logica rinunciataria e chiusa di una Calabria dura e crudele, non è solo la storia di chi, poi, si ritrova a mani vuote. È quasi una storia universale e attualissima (come sempre accade alla letteratura che osserva da dentro il mondo che va narrando) di una cultura e di un sistema di rapporti di un meridione che, ancora oggi, davvero in pochi sono autenticamente interessati a conoscere e comprendere.