Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

Russia zarista, 1911. Una collettiva isteria antisemita corre per il paese. I pogrom diventano l’arma di distrazione di massa in un delirio che, da sempre, è il virus del potere che vive sulla paura. E che, per paura, ha bisogno di un capro espiatorio. In questo bellissimo L’uomo di Kiev Malamud esce dagli Stati Uniti per portarci in una Russia livida di rancore, di violenza, di ignoranza e raccontarci la storia di Yakov Bok. Il giovane, quasi un novello Giobbe, abbandonato dalla moglie, senza un lavoro, lascia la campagna per recarsi a Kiev alla ricerca di una vita migliore, diversa. Proprio come il Giobbe di Roth, Yakov pensa che sotto un altro cielo sia possibile un’altra vita.

Ma in città per lui comincerà un vero e proprio incubo che qualcuno ha definito kafkiano, sostenendo anche che, senza Kafka, un libro come questo sarebbe stato difficilmente comprensibile. Una sera, durante una delle sue amare e solitarie camminate, Yakov salva da morte certa un uomo, ubriaco e triste, abbandonato nella neve. L’uomo, che si rivelerà poi un piccolo imprenditore, per riconoscenza gli offre un lavoro e un alloggio. Ciò che sembra l’inizio di un nuovo respiro diverrà presto il primo passo nella follia del pregiudizio e di un potere che di esso si nutre per “nascondere” le prime avvisaglie di quella che sarà la Rivoluzione.

Yakov scopre infatti che l’uomo è un feroce antisemita, membro delle Centurie Nere, uno dei tanti gruppi nati sull’onda della più nera, e pericolosa, ottusità. Cosa fare? Rifiutare il lavoro e l’alloggio all’interno di un quartiere in cui gli ebrei non possono vivere? Nascondere la propria identità e provare a ricostruirsi un’esistenza? Yakov vivrà sulla sua pelle l’irrisolvibilità di questo conflitto entrando nella spirale dell’insensata macchina delle “giustizia” russa. Accusato dell’omicidio di un ragazzino, per scopi rituali, Yakov verrà arrestato e imprigionato in attesa di un capo d’accusa che, solo, gli permetterà di poter avere un avvocato. Ma come si muove la giustizia zarista per un uomo che viene scoperto essere ebreo? Si muove sulle strade della più allucinante criminalità. Tra violenze fisiche e psicologiche, delazioni, perquisizioni senza senso, il potere mette subito in moto la macchina che crea il nemico, raccogliendo false prove, imbastendo la narrazione che crea il nemico del popolo, l’ebreo cattivo, parte del popolo che ha ucciso Cristo. Si levano allora crocifissi e bugie, interrogatori e menzogne per mettere il popolo russo al sicuro, con l’ebreo a marcire in cella.

Bernard Malamud (Foto da minimaetmoralia.it)

All’inizio di questi suoi lunghi anni in galera, in una cella piccola, ghiacciata e sporca, Yakov troverà, momentaneamente, l’unico conforto nella figura di Bibikov, giudice istruttore che, solo, sembra non essere parte del meccanismo perverso, e kafkiano appunto, in cui Yakov viene stritolato e umiliato. I due uomini ingaggeranno conversazioni filosofiche sull’onda della passione che entrambi hanno per Spinoza, trovando in esse quel barlume di umanità che non si rassegna alla mancanza di dignità, tanto più proterva quanto più vestita da sopraffazione.

Bibikov sembra quasi divenire la metafora della razionalità e della ricerca di contro all’ignoranza cieca di un dogmatismo di facciata che ha, come unico scopo, il mantenimento di un ordine subdolo e classista. Malamud, in questo vero e proprio capolavoro (per fortuna ristampato non molto tempo fa dalla romana minimum fax) riesce a rendere avvolgente la caustrofobia fisica e psicologica in cui Yakov si trova, facendo vivere lui e i lettori nella stessa piccola cella, praticamente per tutto il libro. Libro in cui sono tante le questioni messe nero su bianco: Dio, l’assenza di Dio, la capacità di restare umani anche nelle condizioni più estreme, la vigliaccheria di coloro i quali, per salvarsi, sono pronti a sputare sugli stessi respiri che portano aria nei loro polmoni, la sottile e bieca complicità tra un popolo piegato dalla miseria e un potere che su quella miseria si gioca tutte le sue carte, inventando, di volta in volta, un nemico. E inventando, di volta in volta, l’utopia della liberazione da quel nemico, che non esiste, ma che diviene lo specchio di chi nell’utopia crede.

Definire questo L’uomo di Kiev una denuncia di ogni totalitarismo è legittimo ma non esaustivo. Qui c’è molto di più. C’è lo smascheramento dell’incolmabilità tra ragione e mera esistenza in vita, tra pensiero e meccanica ripetizione di ordini e obbedienza. Ogni personaggio del libro, anche quello più fugace, sembra essere parte di una tessitura ben precisa, una tela in cui le sfumature delle contraddizioni umane e delle umane miserie sono perfettamente disegnate, nel bianco e nero del ghiaccio russo ma ancor più cristalline del più accecante dei colori. Un libro immanente, attuale, in cui l’ebreo può essere sostituito con qualunque altra categoria (perché di questo si tratta) che faccia da ostacolo al potere costituito.

Vi sono qui pagine sublimi sulla forza dell’immaginazione, sulla potenza della parola, sulla capacità di taglio dell’intelligenza, uniche arme contro la monolitica cattiva coscienza della miseria umana.