Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Identità e traumi in I giorni della conchiglia, di Michele Prisco

Di Geraldine Meyer

“I giocattoli dei figli minori sono sempre sciupati o consumati: per lo meno un tempo, all’incirca negli anni della sua infanzia. Solo che allora lui non lo sapeva e dunque non fu questo a insospettirlo: il fatto, in altri termini, che i suoi fossero nuovi, acquistati apposta. E poi dovrebbe domandarsi: ma in quel periodo, dopo tante distruzioni, c’erano già negozi che avevano ripreso a vendere giocattoli come prima della guerra?”

Comincia così, con una domanda non espressa, un sottaciuto disallineamento del protagonista, allora bambino, I giorni della conchiglia, libro del 1989 di Michele Prisco, grandissimo scrittore del nostro ‘900 di cui, incredibile ma vero, non è praticamente più possibile rintracciare un libro. A meno che non si cerchi tra qualche polverosa, e sempre foriera di soprese, bancarella di libri usati.

Ed è davvero qualcosa di più di un peccato. Verrebbe da dire che questa “dimenticanza” editoriale assomiglia più a una sciatta trascuratezza. Altra faccia di un mercato editoriale in cui un Michele Prisco non sarebbe certo di facile collocazione. Eppure. Eppure stiamo parlando di un autore immenso, capace come pochi di farsi testimone del suo tempo, attraverso, anche e soprattutto, l’attenta descrizione di una certa borghesia partenopea e di una Napoli amata ma raccontata senza sconti. Come teatro ideale di quelle storie chiaro/scure (come questa) e dei sottili e sotterranei moti dell’animo umano.

Proprio come accade in questo I giorni della conchiglia, storia durissima e a tratti spiazzante, di una separazione forzata, quella di Mauro da sua madre. E del conseguente difficile adattamento nella nuova famiglia adottiva. Quella che, apparentemente, potrebbe sembrare una storia semplicissima, diviene, nelle pagine di Michele Prisco, il racconto scarno e vellutato al contempo (un po’ come la sua scrittura) di un percorso di ricerca disperata di un’identità. Con tutto ciò che questo comporta nell’animo di un bambino, prima e di un uomo poi. Uomo su cui le improvvise agnizioni, le disorientanti rivelazioni, le inesauste domande, non possono non agire con crudeli spaesamenti, gesti violenti e una sostanziale incapacità di trovare per sé un posto e un senso. Pagine in cui emerge più cristallina che mai non solo l’accuratezza di scrittura di Michele Prisco, scarna e elegante al contempo, ma anche la sua straordinaria capacità di guardare nei recessi più oscuri dell’animo umano e di tratteggiarne le mille e una sfumatura psicologica.

Nessuna descrizione fisica dei personaggi ma pennellate lucide e precise della loro interiorità, presa di per sé ma, soprattutto, nell’intrecciarsi reciproco all’interno di una storia e di un percorso umano che tutti li coinvolge. I giorni della conchiglia è un libro che può definirsi come il diario di uno spaesamento in cui la memoria gioca un ruolo essenziale per fare i conti con sé stessi, il proprio passato e i grovigli di un presente in cui inesauste domande pesano come macigni.

In un continuo intrecciarsi di passato e presente, di sogni e di realtà, di ricordi e di malintese interpretazioni degli stessi, si segue Mauro, il protagonista, nella difficile ricostruzione di sé, nella devastante, eppure liberatoria accettazione, di un Altro dentro sé stesso.

Sullo sfondo la guerra da poco terminata, la borghese languidezza di Posillipo, il terremoto dell’Irpinia, l’immobilità della casa di cura in cui, per quattro mesi, Mauro accetta, cerca e, in un certo senso soccombe, alla verità. Che è conquista di sé ma anche inevitabile perdita di qualcosa. Pagine in cui ogni cosa sembra avvicinarsi per allontanarsi all’improvviso, in un equilibrio pressoché perfetto tra dialoghi e parti descrittive in cui chi scrive (ma anche chi legge) è dentro e fuori allo stesso tempo da ciò che scrive e da ciò che legge.

C’è sempre infatti, in tutte le pagine, una sorta di equidistanza del narratore rispetto alla storia raccontata. Come se Prisco stesso fosse, a tratti sorpreso lui per primo, dall’evolversi della storia. Fino alla rivelazione, parola e concetto ripetuto, attorno a cui tutto si addensa, fino all’esplosione e al ritorno ad una sospirata normalità perché, come dice la frase conclusiva del libro: “In fondo, si disse, la vita cammina, e si dimentica vivendo.”

I giorni della conchiglia Book Cover I giorni della conchiglia
Michele Prisco
Letteratura italiana
Rizzoli
1989
217