Third Ear Band. Quanto sono importanti le fusioni culturali

Third Ear Band. Quanto sono importanti le fusioni culturali

Si chiudono le frontiere o no? L’immigrazione arricchisce o disorienta i “valori”? Destra o sinistra? Ma non c’è di più bello quando avvengono le fusioni. Non dico il compromesso storico o le unioni tattiche dei partiti. Intendo le culture e i sapori.
Si rimane ancora attoniti quando si ripescano ambient e sonorità provenienti dall’Oriente. L’America che sposa il Mediterraneo e le industrie inglesi che sposano l’India. I viaggi mistici che arricchiscono le menti e che permettono di toccare con mano realtà astruse e surreali. La Third Ear Band offre un panorama colto e pittoresco della generazione hippy ammaliata dall’esotismo.
E’ impressionante e ammirevole come tutti questi gruppi siano riusciti ad esplicare le proprie potenzialità, fondendo varie esperienze e incentrando concept su tematiche filosofiche.
Si assaporano arcaicità, alchimie di popoli di ere lontane, profumi esoterici e bucolici.
Iniziamo a meditare sul ruolo dell’uomo, sul senso della vita e sulla filosofia, la sociologia e l’arte dell’Antico Egitto. Il primo lavoro, “Alchemy”, si basa su “Il Libro Dei Morti”, le litanie ebraiche e il mito dei celti. Tutto ciò mischiato e fuso in note, in musica. E’ surreale quello che propone il quartetto con viola, tablas, violoncello e oboe.
Si studia approfonditamente la scuola minimalista di Riley e si ragiona su come comporre un brano e su come effettuare la melodia. Le strade che si intraprendono non sono quelle standard ma si cerca di espandere, ripetere, esorcizzare la nota al fine di propagare una melodia disegnata e arricchita da tutti gli strumenti.
Le strutture quadrate riescono a non rendere monotono il concetto proprio grazie al fluire sonoro e allo spessore degli esecutori. E’ una delle realtà più interessanti ed originali insieme ai Popol Vuh, agli Aktuala dei primi due album, a Jon Hassell di “Vernal Equinox” e Tony Conrad di “Outside The Dream Syndicate”.
Le ritmiche tribali ossessive, i primi vagiti elettronici sperimentali, la chitarra acida e l’occultismo dell’Oriente si fondono in un’unica cosa: il raga. Un vastissimo mondo fatto di Arte. Mille sfaccettature e sensibilità diverse, con chi più vicino al jazz e chi più vicino al rock psichedelico.
Le strutture quadrate del primo “Alchemy” vengono estremizzate nel 1970 con il secondo lavoro omonimo, incentrato sui quattro elementi della filosofia greca (Aria, Terra, Fuoco e Acqua). Quello che ne esce fuori è pura avanguardia. Con il violino si tirano fuori suoni ancestrali mentre il serrato violoncello, l’oscuro oboe e l’esotismo delle tablas fanno il resto.
“Mina” dei nostrani Aktuala o “Aries” e “I Cancelli Della Memoria” di Battiato sono gli esempi perfetti del raga in Italia, nonostante passi importanti si siano fatti anche in “Volo Magico N.1” di Claudio Rocchi e in “Aria” di Alan Sorrenti. L’assetto di queste composizioni sganciano i canoni tradizionali, trasformando la musica in meditazione, autoanalisi, riflessione, preghiera, viaggio, visione.
Andando oltre il naturalismo del balletto di “Earth” e all’astrattismo di “Water”, sorprendono decisamente le imponenti ed immaginifiche ritmiche di “Fire”. Qui si è roboanti nella frenesie del violino e delle tabla, che assumono sempre di più il volto dell’elettronica futura. I dialoghi divini tra gli strumenti sono consacrati definitivamente con “Air”, dove il gioco ipnotizzante del basso ci fa sprofondare in una spirale senza ritorno. Da avere.

Third Ear Band Book Cover Third Ear Band
Third Ear Band
Rock Progressivo
1970