Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Gli Screaming Trees (Alberi Urlanti) erano di Ellensburg, stato di Washington. Potremmo dire: molto prima del grunge.
Infatti, la loro storia inizia negli Anni Ottanta, all’inizio di essi, con la costituzione del quartetto, composto dai due corpulenti fratelli Conner, Gary Lee alle chitarre e Van al basso, cui si aggiunsero il formidabile vocalista Mark Lanegan, da anni artefice di una carriera solista di ottimo livello, ed il batterista Mark Pickerel. I due Conner, per sbarcare il lunario, facevano i camionisti, con quei lunghi autotreni, celebrati, tra gli altri, pure da Stephen King, il re dell’orrore. Erano anche, specie Gary Lee, autori, assieme a Lanegan, dei pezzi della band. Questo è unanimemente considerato dalla critica musicale il loro capolavoro del primo periodo di storia, quello che faceva riferimento alla leggendaria etichetta discografica SST di Lawndale, vicino a Los Angeles, in California. La loro musica era una miscela ad alta infiammabilità di rock blues, pre-grunge, psichedelia e ballate anfetaminiche , garantite dal talento sicuro e scuro di Lanegan. Prodotto dal mitico Jack Endino, il disco si articola su undici brani. “Where the twain shall meet”, che lo apre, è una ballad dal passo veloce, condotta dalla vorticosa chitarra di Conner e dalla voce, espressiva e roca, oltre che ringhiante di Lanegan. Lui era biondissimo allora, coi capelli assai lunghi, con la voce ancora non completamente arrochita ed annerita dal whiskey. Questo pezzo è molto bello proprio dal punto di vista della composizione rockistica. IL VINILE DEL DISCO ERA BLU SCURO. Una bella novità, per il periodo, anche se non l’unica. “Windows” è arrembante. Veloce e secca, come il cantato essenziale , ma già personalissimo di Lanegan. Piace parecchio pure il legame sanguigno tra la chitarra ed il basso dei due fratelloni. Che indossavano sempre camicie a quadrettoni e jeans sdruciti, grassi com’erano, come quei provincialotti che si vedono nei film americani, dediti ai locali notturni ed alle avventure da quattro spiccioli con le professioniste del posto, in mezzo a motel sgangherati e cactus, per l’appunto, urlanti…….. Bel brano. “Black sun morning” presenta la chitarra distorta di Gary Lee Conner e la voce disperata di Mark. C’è pure il produttore Endino alle background vocals in questo pezzo. Qualcosa della voce roca di Jim Morrison viene in mente. “Too far away ” è uno dei vertici del disco. La chitarra arpeggia veloce, il riff è di quelli che ti scorticano vivo, la voce , profonda ed evocativa, il “tiro ” quello del rock più genuino ed incorrotto. Come può non piacere un brano siffatto? Manco con la pece nelle orecchie…… Qui, sono tutti e quattro bravissimi nell’esecuzione, chitarra e voce su tutti. “Subtle poison ” ha lo spirito ed i tempi ancora del punk Usa. La voce di Mark alterna momenti abrasivi ad altri più morbidi e meditati. Ancora una splendida composizione. “Yard trip 7” è una magnifica ballad eseguita da Conner alle due chitarre (elettrica ed acustica) e da un incomparabile Lanegan alla voce, autentica carta vetrata. Capolavoro accecante! Pur nella sua brevità. Da far accapponare la pelle. “Flower Web” apre alla grandissima la seconda facciata del vecchio 33 giri. Voce bellissima, di quelle che non si scordano, così come la melodia che sale su dai solchi del disco. Grande il lavoro di sostegno del basso, qui, così come il solo della chitarra acidissima di Gary Lee Conner. Altro capolavoro assoluto. ” Wish bringer” è breve, acida e distorta nel suono della solista. “Revelation revolution” è ancora più cattiva e digrignante, mentre “The looking glass cracked ” recupera i toni acidi e psichedelici dei brani iniziali e lo fa con successo.
Qui la musica è nitida, perfettamente in tiro e l’esecuzione da autentici fuoriclasse. Altro vertice del disco. Chiusura dello stesso affidata a ” End of the universe” , la song più lunga del disco, coi suoi 5 minuti e 47 secondi. Molto dilatata, acida e psichedelica, a conferma del fatto che gli SCREAMING TREES furono anticipatori nettamente dei suoni per i quali altri ( a partire dai Pearl Jam ) guadagnarono centinaia di milioni. Qui, non c’è alcun compromesso: il suono fino a metà del brano, prima di calarsi in un rock blues stile Cream, è assolutamente sporco, catramoso, bituminoso, scuro. Grande brano, prima nella concezione, poi, nell’esecuzione. Gli Screaming Trees sono stati i progenitori pure del rock dei Nirvana e di tutto quello che si è suonato negli Anni Novanta. Da avere.

Buzz Factory Book Cover Buzz Factory
Screaming TreesRock
1989