Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Terzo capitolo della discografia dei grandi Pere Ubu ed ultimo con la formazione base “titolare”, quella con David Thomas alla voce, Tom Herman alla chitarra, Allen Ravenstine ai sintetizzatori, Tony Maimone al basso e Scott Kraus alla batteria. Questo disco ha la difficile incombenza del “terzo album”, una regola fissa nella musica. Si dice che se un gruppo fa bene al terzo album, dovrebbe avere una storia assai importante. “The Modern dance”, il loro “botto” d’esordio lo trovate recensito nel sito “L’Ottavo” . Dopo il secondo disco, “Dub Housing”, da molti considerato un altro capolavoro, non era facile affrontare il terzo capitolo. La band di Cleveland (Ohio) ci arriva con una credibilità artistica fortissima ma vendite scarsissime. Thomas non se n’è mai dato per inteso. A lui di vendere non è mai importato un tubo ma la loro musica, così particolare, non è mai uscita dalla cerchia ristretta di fans ed estimatori ad ogni costo. 10 le selezioni del disco. L’influenza di un personaggio folle come Captain Beefheart nel disco la sento moltissimo, così come la voglia di proporre, ancora una volta, un suono di avanguardia purissima e svolazzi di synth assurdi, innestati su liriche pazzesche e strappi di vocalismi e suoni assolutamente non codificati. Si parte con “Have shoes will walk”. La voce di Thomas sugli ululati del synth ed il basso arrembante di Maimone è il compendio della follia assoluta; c’è questo piano che fa grandinare proiettili sulla nostra testa. Non c’è uno schema prefissato che è uno, eppure tutto funziona magnificamente. Patafisica. “49 guitars and one girl” segnala ancora la partenza destrutturata sul basso arpeggiato. Thomas canta come uno preso da una crisi parossistica mentre Herman fa letteralmente “rotolare” il suono della chitarra. Si spinge l’avanguardia fino all’estremo in una rappresentazione quasi circense. La chitarra e i fischi di synth garantiscono quel minimo di melodia indispensabile per fare digerire il resto della minestra. “A small dark cloud” sono cinguettii di sintetizzatore (Ravenstine) che non decollano in musica ma restano sospesi nell’aria, con il supporto di percussioni pseudo tibetane. Si sfiora la paranoia. “Small was fast” recupera un minimo di suono rock ma sempre con questa voce da jolly folle di Thomas, sorta di Dr. Frankenstein di un suono che i più all’epoca non accettavano. Le altre voci innestano una corteccia sonora improbabile, prima che “passaggi rapidi di organo” ci riportino al Vincent Price de “L’abominevole Dottor Phibes”, horror indimenticato. Piace nella sua pazzia quasi melodica ed è un bel sentire! “All dogs are barking” (tutti i cani stanno latrando) sono “pennate metalliche” di chitarra (Herman) alternate alla voce di Thomas ed alle percussioni. Ossessiva, maniacale, richiede grande disponibilità da parte dell’ascoltatore. “One less worry” ha un incipit così sgangherato da far urlare! Il basso è l’unica cosa con un minimo di logicità ma la performance vocale di Thomas (Dr. Crocus Behemont, lo pseudonimo con il quale faceva il recensore di dischi in Usa) è assolutamente straordinaria e squassante. Questo è un bel brandello di avanguardia. Bella la progressione strumentale. “Make hay” inizia quasi funky (grandi Herman e Maimone a chitarra e basso), poi, la voce ti porta da tutt’altra parte con toni farseschi e sibili plumbei di synth. E’ un’autentica stranezza stilistica. Si gratta il fondo del barile ma con tanta tanta classe. “Goodbye”, così pallida e lunare, mi piace moltissimo. Organo, chitarra, synth, voce appena accennata, brividi cosmici allora mai sentiti, qualcosa dei Doors dei primi due dischi. E’ uno dei capolavori del disco, forse quello più convincente. “The voice of the sand” (strano titolo, la voce della sabbia) è il nulla. Rumori e voci della guerra nel deserto. “Jehova’s Kingdom comes!”, praticamente un’invocazione religiosa, è rugginosa, sferragliante, incombe come un’incudine sulla testa di chi ascolta, sempre con la voce che evidenzia turbe nevropatiche e va a chiudere bene un disco ottimo di una band unica ma inferiore nettamente alle due prove precedenti. Buon ascolto. Da rilevare che, nell’edizione a 33 giri “inglese” del disco, c’è un’inversione nella lista dei brani, in sostanza quella che viene data per facciata due in realtà è la prima. Non ci fregano mai questi delle case discografiche!

New Picnic Time Book Cover New Picnic Time
Pere Ubu
Rock
1979