Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti. Fabio è venuto a mancare nel maggio del 2017. Ma noi abbiamo in archivio molte sue recensioni inedite che abbiamo deciso di pubblicare perché sono davvero parte della storia della critica musicale italiana

Sto leggendo di gran lena, perché assai bella, una monografia sui Jethro Tull di Ian Anderson, il più grande flauto della storia, pure oltre il suo maestro, il jazzista cieco Roland Kirk. Ebbene, quando per anni ed anni la nostra stampa non ha fatto altro che rappresentare Ian Anderson come un leader dispotico, questo non corrisponde per nulla a verità. Anderson, uomo di cultura, aveva tantissimi amici tra i compagni di scuola e questi avrebbero fatto parte dei Jethro nel loro periodo più glorioso dal 1969 al 1975. Loro scalzarono dalle preferenze del pubblico inglese ed americano i Beatles ed i Rolling Stones dal 1969 al 1973 con quasi tutti numeri 1 sulle due sponde dell’Atlantico e in quel periodo erano realmente i n° 1 ma, ancora sul rapporto di amicizia. Nel 1969, John Evan, Jeffrey Hammond Hammond e Barriemore Barlow, tutti compagni di scuola di Ian, furono costretti a lasciare la band della cui vita già facevano parte per ragioni economiche. Non c’erano ancora soldi, a cavallo tra il 1968 (l’esordio) ed il 1969, l’uscita del disco di cui ci andiamo ad occupare, ragion per cui la band si assestò su un quartetto: Ian Anderson flauto, voce, chitarra acustica, mandolino e tastiere; Martin Bare chitarra elettrica (spassosissime le sue prove iniziali per entrare a far parte della band), Glen Cornick basso e Clive Bunker batteria. Pensate che i Jethro aprirono per dieci concerti per Jimi Hendrix! Non riuscirono mai a batterlo, come disse Barre, ma lui, alla fine, era anche un po’ scocciato dallo spazio sempre maggiore e del favore del pubblico che i Jethro aumentavano di serata in serata. Ma veniamo al grande capolavoro di cui si parla , ” Stand Up ” . Va considerato il primo vero disco dei Jethro Tull, anche perché è il primo in cui tutte le composizioni sono del leader, Ian Anderson. La querelle è ancora in voga adesso. Meglio “Stand Up” con le sue meravigliose composizioni sfaccettatissime o meglio il leggendario “Aqualung” pure dall’iconica copertina, dallo sbeffeggiare la religione costituita, alla violenza dei testi e dell’impatto scenico di Ian pure dal vivo? Come compattezza di disco “Stand Up” è superiore, arrivato al n°1 in Inghilterra ma “Aqualung ” è l’album della popolarità massima. Mettiamola giù così: due capolavori, quelli più alti della band, assai diversi tra loro, più acustico il primo, più elettrico e rock il secondo. GRANDI DISCHI. Adoro “Stand up”. Non c’è una cosa che non vada perfettamente nelle 10 splendide composizioni dell’album. Dai mandolini di “Jeffrey goes to Leicester Square”, una delle tante composizioni nella loro storia dedicata al bassista Jeffrey Hammond Hammond, non presente, come detto, come esecutore nel disco, a “Back to the family”, spigolosa e giocata tutta su tempi dispari dalla meravigliosa e tremolante “Look into the sun”, cantata con voce splendida da Ian, fino a “Nothing is easy” aperta dal flauto pazzesco di Anderson che soffia fortissimo. E che dire della leggendaria “Bouree”, esercizio sublime per flauto e basso (uno straordinario Glen Cornick per tutto il disco e qui in particolare), ispirata dal noto adagio di Bach, fino all’acquerello divertente di “Fat Man”, suonata con un mandolino liricissimo e fortemente espressivo. “Reasons for waiting”, composizione di classe con l’orchestra, lieve ed elegante a supporto, “For a thousand mothers”, blues acidissimo, guidato da flauto e basso. Lascio per ultime le due cose che mi sono rimaste impresse nel midollo dal 1969: “A new day Yesterday”, il cui ritornello stetti a fischiare tutta una notte appena l’ebbi ascoltato la prima volta in una raccolta a 33 giri che mi fu fatta sentire da un amico, con un flauto che non si può dire quanto a forza, tecnica ed espressività e la progressione celestiale, incontenibile di ” We used to know”, che cresce come la marea, partendo da lontano, guidata dalla chitarra acustica di Ian e dalla sua splendida voce, con assoli di flauto e chitarra (Barre) indimenticabili. UN CAPOLAVORO PER SEMPRE NELLA LEGGENDA.

Stand Up Book Cover Stand Up
Jethro Tulla
Rock progresivo
1969