Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Parlare, a fine del 2016, di Emerson Lake & Palmer quando Keith se n’è andato, il 10 marzo, sparandosi un colpo di pistola alla testa, depresso a causa di un inabilità alle dita della mano destra che gli impediva oramai di suonare come solo lui poteva e sapeva, malattia implacabile e progressiva che lo aveva colto qualche anno fa e Greg Lake, già voce dei King Crimson, oltre che di questo straordinario trio, è stato sconfitto, dopo lunga malattia, da un cancro incurabile il 7 dicembre 2016. E’difficile, se non addirittura straziante, per uno come me ai quali loro erano parsi, universitario che ero, il massimo proponibile tecnicamente sulla terra in quel momento. “Emerson Lake & Palmer” è il loro capolavoro d’esordio. Erano reduci dal Festival dell’Isola di Wight di cui c’è una magnifica incisione storica, precedente questo disco. Questo disco di esordio è una marchio autentico ma, pure un’epopea autentica, quella del progressive rock, movimento fondato dai King Crimson con il loro primo disco, quello dalla copertina rossa, quell’”Urlo di Munch” straziato e straziante che oggi campeggia sulle magliette di ragazzini senza peli né barba intravisti al concerto degli attuali Crimso a Roma l’11 novembre di quest’anno. 6 sole le selezioni di questo disco in parola, lunghe, dilatate, splendide, a cavallo tra musica classica e rock. “THE BARBARIAN” è il sigillo. Mai l’organo aveva suonato così prima, con tale forza e brutalità, una forza vichinga, da conquistatori, da “nuovi barbari” del rock, da percuoterti l’anima con il drumming di Palmer che è un tapirulant di colori, assieme al basso veloce di Lake. E, poi, quel pianoforte “alla turca”, percussivamente eloquente e strappato alla musica classica. Che splendore!
Il finale apocalittico, brutale, ossessivo, ripetuto fino ad averne le ghiandole seminali vuote, è qualcosa di stratosferico. Il loro testamento definitivo! “Take a pebble”, lenta, è l’arte romantica di Lake, introdotta da un piano (Keith) che non si dimentica. Brano dalla sensibilità unica, con una voce “incastonata nel mare”, quasi colta da raffreddore ma, epica sui toni alti e nei raddoppi. Ed ancora, la parte epica ed acustica poetica ed evocativa alla 6 corde senza elettricità con una voce da 10 e lode. Gran finale, ed il tutto senza la batteria di Palmer. “Knife-edge”, ancora l’Hammond B-3 ed il basso di Lake, metallico come la sua voce con Emerson che all’organo rimbalza da ogni parte, incontenibile. Suoni misteriosi ed affascinanti, al limite del ritmo masturbatorio sull’asse basso- organo. Grande! “The Three fates”, suddivisa in 3 movimenti, il primo con organo a canne da grande cattedrale gotica, “ Clotho”, molto vicino alle splendide cose fatte da Keith col suo gruppo precedente, The Nice. “Lachesis”, piano solo ridondante e veloce. “Atropos”, tre piani sovrincisi in contemporanea e devastanti. “Tank” miscela jazz e di avanguardia. Infine “Lucky Man”, leggendaria , è il festival pop di Lake, da lui composta, come “Take a pebble”. Una melodia bella, ma bella davvero ed il primo solo enorme di sintetizzatore moog, che accompagna i nostri eroi col suo fischio prolungato, nel loro viaggio nell’Aldilà. Con le lacrime agli occhi.

Emerson Lake & Palmer Book Cover Emerson Lake & Palmer
Emerson Lake & Palmer
Progressive rock
1970