Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Staccate smartphone, tablet, pc, tv. Trovate un angolo tranquillo e mettetevi a leggere questo libro. Sicuramente non vorrete essere disturbati. Perché questo My Generation di Igort è un libro che più che non ammettere distrazioni, siamo sicuri che non vi farà venire voglia di essere distratti. Si tratta di qualcosa di più di una lettura ma, per certi aspetti, di un vero e proprio viaggio nel tempo e, appunto, in una generazione. In quarta di copertina viene definito “romanzo di formazione”. E forse, per una volta, troviamo una definizione che ci piace, noi che le definizioni non le amiamo. Davvero si tratta di un romanzo di formazione in cui non si racconta la formazione di un solo individuo (voce narrante e protagonista di quanto raccontato) ma di una intera generazione. Quella che era giovane negli anni ’70. Se siete tentati di dire: “Ancora un libro sugli anni ’70? Ma perché?” abbandonate subito queste domande. Perché qui non ci vengono solo raccontati quegli anni ma ci vengono poste (forse senza saperlo) tante domande sul nostro presente. Perché quelli, come scrive lo stesso autore: “Erano anni in cui ci si sentiva obbligati a sforzarsi di capire”.
Anni dunque in cui non si evitava la complessità, non la si considerava un inutile orpello da asfaltare dietro la vuota ossessione della semplificazione. La semplicità, quando c’era, era in quegli anni considerata, non un punto di partenza, ma semmai un faticoso e lungo cammino. Oggi si confonde la semplicità con la facilità. E forse è questa la perdita più grossa. In quegli anni la complessità aveva una straordinaria compagna di viaggio, la fantasia.
E in questo viaggio straordinario, ci conduce Igort, disegnatore, scrittore e musicista e molto altro. Testimone protagonista di anni surreali, produttivi, schizofrenici a tratti, sicuramente irriverenti. Ma di una irriverenza che non era di facciata e che ebbe, per molti, come sottofondo musicale ed esistenziale la musica punk. Anche se non di sola musica si trattava. Il punk era qualcosa di diverso, qualcosa di più. Era lo sdoganamento dell’imperfezione, era ribellione vera che non consacrava lo stesso potere a cui si ribellava. Era lo smacheramento delle convenzioni, delle convinzioni. Era il copro protagonista anche quando negato e “profanato” (per i benpensanti) con piercing, catene, borchie. Forse l’ultima vera rivoluzione.
Questo libro è un elettrizzante, a tratti commovente, racconto di un viaggio di vita che conduce Igort a lasciare la sua Sardegna per scoprire il mondo, per assomigliare il più possibile all’immagine che si andava facendo di sé stesso. Che poi, ancora, era forse l’immagine di una intera generazione di ragazzi. Una adrenalinica preghiera laica in cui, ai nomi dei santi, si sostituiscono i nomi di chi di quegli anni ha fatto la storia: Bowie, Lou Reed, Sid Vicious Iggy Pop, i Sex Pistols, un certo cinema, i fumetti, Bologna, la controcultura e tante, tante speranze. Che si agglomeravano intorno alla figura di Pasolini e al suo essere “scandaloso” per buona parte di quella stessa sinistra ortodossa che, perdendo l’occasione di essere davvero forza rivoluzionaria, aprì le porte agli anni di piombo.
Perché questo libro non è solo il racconto della nascita di un certo modo di fare cultura ma è anche il racconto di come si è persa l’innocenza, di come le tanto vituperate ideologie infondo erano una importante scuola di vita che, con vita, imponeva di sporcarcisi. Non, come oggi, di rinchiuderla in un posto sui social network. Un fermento unico che, nella cultura italiana, portò persone come Freak Antoni e gli Skiantos, Andrea Pazienza e Tondelli, in quel crogiuolo di vitalità che fu, in quegli anni, Bologna con il Dams e i locali in cui si faceva musica, in cui si trovava un modo per non diventare inermi. Poi è arrivata l’eroina, poi la strage di Bologna. E Bologna diventa, non per caso, un po’ il paradigma di quello che sta diventando il nostro paese.
C’è tantissimo, ma davvero, in questo libro. C’è una indimenticabile e ineguagliabile colonna sonora, la nascita di alcune delle più vitali riviste, amori letterari che andavo da Salinger per passare da Camus (non c’era, allora Fabio Volo) la controcultura di Moebius, e la fantascienza di Lem e di Dick. Che solo a pensarci, a tutta quella roba, a quanta roba ci fosse, ci si chiede come si sia arrivati a tutto ciò che manca oggi.
Eppure, uno degli aspetti più belli di questo libro, è proprio il fatto che Igort abbia evitato il tono da amarcord, il tono di contrapposizione tra ciò che era in quegli anni e ciò che è oggi. E forse è proprio per questo suo modo di raccontare, di scrivere che, non costruendo barriere, aiuta ancora di più a capire quale abisso ci separi dal fermento di quegli anni. In cui, certo, non tutto era rose e fiori. Ma in cui c’era, sicuramente, un respiro infinitamente più lungo.
Il tutto raccontato insieme alla vita dell’autore, alla sua immersione nella vita con l’approdo nella Londra di quegli anni (una folgorazione), il suo rapporto con il disegno e la scrittura, con suo padre e il suo amore per il “classicume” come lo chiama l’autore ma a cui, ad un certo punto, scopre di essere più vicino di quanto pensasse. Un libro rutilante, scritto con uno stile che, si capisce, arriva da chi ha consuetudine non solo con la scrittura ma anche con le immagini e con la musica. Per noi, da leggere assolutamente

My Generation Book Cover My Generation
Igort
Chiarelettere
Novembre 2016
279