Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

I Wall of Voodoo di Stanard Ridgway (premiato quest’anno con il Premio Tenco 2016 come artista dell’anno), voce inconfondibile come quella di Frank Sinatra, e non sto esagerando (chi lo sente una volta lo riconosce subito e per sempre), nel 1981 esordiscono, dopo un ep sulla lunga durata con questo “Dark Continent”, splendido capolavoro dalla splendida copertina. Hanno provato ad effettuare fin da subito un recupero della tradizione musicale americana ma lo hanno fatto a modo loro. Miscelando drum machine ed elettronica con suoni alla spaghetti–western morriconiani e l’armonica a bocca incredibilmente espressiva di Stan che fa venire i brividi. E questo lo hanno fatto in piena epoca new wave e post punk. Il loro segno distintivo quindi, fu un uso creativo ed assolutamente moderno dell’aspetto tecnologico determinato, come detto, dall’elettronica a valere su basi sonore più tradizionali e tradizionalistiche sempre con riferimento ai deserti Usa. L’enorme potenziale della band era già uscito fuori prepotentemente con singoli rifacimenti ed un mini lp o ep, solo parzialmente acerbo ma sempre espressivo e fortemente originale per i suoni che si ascoltavano nel periodo. La loro miscela sonora è incredibile. “Animal Day” vive del contrappunto sonoro pazzesco tra l’armonica di Stan e la drum machine e si fa fatica a descrivere lo stupore che i suoni provocano nell’ascoltatore. Esperienza sonora nuovissima allora ma, nuova ed inimitabile pure oggi. La musica che viene prodotta è tesa, talvolta oscura e vorticosa, sempre molto prossima ad un punto di rottura, miracolosamente evitato/suturato dalla vocalità caratteristica del leader. Sicchè si va dalla penombra alla melodia sempre o quasi appagante seppure ridotta a discese ed ascese verticali e, spesso, assai strette nella tempistica espressiva. “This way out” viene introdotta da un basso-gigante e caracolla verso scenari orrorifici, disorientanti ed al limite di una imprevista cupezza. Si riscontrano pure tratti assai prossimi ad una certa psichedelia malata alternata a rumori, sibili come quello creato dall’armonica di Stan a mo’ di treno in arrivo, effetti creati dal sintetizzatore attraverso loop al limite della frenesia espressiva come in “Back in flesh”, insistente, quasi metallica, divorata da una fame inestinguibile di “diversità”, fino alle orchestrazioni di “Good times” o alle distorsioni che non ti aspetti presenti sulle batture da apocalisse sonora di “Two minutes till lunch”. Ma tutto il materiale è sorprendente ed accattivante e lascia a bocca aperta. E vogliamo parlare dei “rumori” che attraversano in lungo ed in largo questo gioiello di disco? Treni che sbucano all’improvviso nella notte più buia, scampanellii spettrali, sirene che ululano, porte sbattute con violenza, presenze disturbanti lungo tutto l’arco della narrazione. Pure bambini che piangono. Il deserto è là fuori e, a modo loro, i Wall of Voodoo vanno a rendergli omaggio, ficcandoci nelle orecchie i suoi rumori e sapori più particolari ed inattesi. Grande disco. QUATTRO STELLE.

Dark continent Book Cover Dark continent
Wall of voodoo
New wave
1981