Michele Renzullo nasce a Milano nel ’76. Ha svolto diversi lavori, sia in Italia che all’estero. Dopo moltissimi anni in cui lavoro e passione sono sempre stati divisi, crea la prima accademia online di scrittura creativa. Insegna scrittura creativa tramite lo stesso portale (www.scritturacreativa.org) e tiene corsi in aula a Barcellona. Ha pubblicato Luna di ferragosto e ha curato l'antologia Dacci un taglio edita da Scatole parlanti (AlterEgo)

Non tutto il male viene per cuocere

Di Michele Renzullo

  Londra, ufficio editoriale

«Signorina Lizzi.»

«Sì?»

«Il dottor Mc Cormatt del Mather Hospital. Abbiamo i risultati dei suoi esami.»

«Qualcosa di grave?»

«Deve venire subito in ospedale.»

«Certo. Finisco velocemente un lavoro e arrivo.»

«Signorina, non mi ha capito. Deve lasciare tutto e recarsi immediatamente in ospedale.»

Gli occhi blu di Lizzi fissano la mela bidimensionale sullo schermo. È come se quell’immagine la trattenesse per il braccio, mentre lei deve fuggire via. Mancano solo il titolo e definire la palette di colori per completare la copertina del romanzo. David si infurierà.

«Certo, dottore. Arrivo.»

Lizzi salva il progetto e chiude tutti gli applicativi: la clessidra digitale si capovolge infinite volte. Si sfila gli occhiali, l’elastico per capelli, afferra la bottiglietta d’acqua, l’agenda e li butta nello zainetto. La sua collega Helena la guarda perplessa.

«Helena, devo scappare in ospedale. Avvisa tu David per cortesia.»

«Ok, nulla di grave spero.»

«Boh, digli che gli telefono dall’ospedale» aggiunge sulla scia della sua corsa.

Amsterdam, una settimana prima

Detesto lo sguardo scivoloso degli uomini, i loro occhi come bava di lumaca che indugiano dappertutto, quei complimenti da quattro soldi come merce di scambio. Mi dà sui nervi essere inquadrata come quella difficile, la ragazza che non si lascia mai andare, che se la tira. Quando avevo accettato l’invito ad andare ad Amsterdam con le ragazze, tutte avevano reagito con schiamazzi ironici, uhuuu… stavo quasi cambiando idea. Poi l’arpione della mia vocina interiore era venuto a pungolarmi un fianco, e non fare sempre la solita parasociale, abbassa la guardia, smentiscile. Così ero partita piena di aspettative, non nei confronti del viaggio, ma di me stessa. Avevo infilato nel trolley una minigonna scozzese mai indossata, gli stivali alti scamosciati, quattro mignon di whisky per dare il giusto abbrivio al weekend.

All’aeroporto Stansted è tutto un abbracci e baci; è solo la seconda volta in cinque anni che partiamo tutte e tre insieme per un weekend. Sull’aereo mi siedo accanto a Fran; Anastacia, nei sedili posteriori, sta investendo di parole un ragazzo dalla pelle color legno bruciato.

In fondo, le ammiro e le invidio un po’. Fran riesce a portarsi in giro la sua bellezza in modo così spavaldo e spontaneo, non come me che mi sembra una condanna. Anastacia parla con tutti con quel guazzabuglio di lingue che si ritrova in bocca, mentre io indugio a riflettere su come definirei la sfumatura cromatica del ragazzo di dietro.

Dopo due ore atterriamo, sfiliamo lungo le rotaie del tram e facciamo il check-in in ostello. Abbiamo prenotato una stanza privata con bagno, niente scocciature. Anastacia riesce ad affondare subito in una conversazione fitta col tipo alla reception, gli domanda come governa quei capelli spessi come liane, mentre lui occhieggia Fran. Lasciamo i trolley e andiamo a passeggiare lungo il fiume Amstel; a mezzogiorno cerchiamo un posto dove pranzare.

«Che palle, non ho capito perché i vegani devono sempre imporre le loro scelte» neanche tre ore e già mi stanno sui coglioni.

«E dai Lizzi, per una volta che passiamo un weekend assieme.»

«Appunto, Anastacia», replico, cercando una conferma nello sguardo di Fran, ma lei si difende con un gesto da prete.

«Per una volta potresti seguire quello che fanno gli altri, invece di…»

Guardo Anastacia rigirarsi in continuazione i boccoli ramati tra indice e pollice. Vegana. Tutto quello che fa, o dice, è sempre per ostentazione.

«Dai, ci sono un sacco di ristoranti», conclude alla fine Fran «un compromesso si trova.»

«Cazzo, a me va il sushy o le crudités o la carne cruda» mi guardo gli stivali scamosciati col tacco alto e mi domando se forse non siano questi ad avere suscitato risentimenti nei confronti di Anastacia. O è solo una questione bovina?

Alla fine optiamo per un bar moderno e asettico alle porte del mercato dei fiori.

«Cosa volete fare oggi?»

«Io voglio vedere Van Gogh», questa è Anastacia che si atteggia. Che cazzo ci capirà poi.

«Io voglio andare a ballare house», almeno Fran è onesta, basta che dimeni il culo.

«Ok, dai» taglio «abbiamo tempo per far tutto.»

«Vado a pisciare.»

«Anch’io.»

Fran e Anastacia si allontanano, al mio tavolo si avvicina un ragazzo. Abbasso la testa nella mug, cercando il futuro. Ma lo sguardo del ragazzo pesa sulla nuca, mi induce a sollevare gli occhi.

«Ciao.»

Ciao. Così. Mi fa sorridere, ma anche un po’ di rabbia e invida. Io mi sforzo sempre di cercare le parole perfette, come andassi a un casting, o sostenere la maturità.

«Mi chiamo Ivan», prosegue lui, sentendosi autorizzato non so da cosa. «Non vorrei essere invadente ma… stasera suono jazz allo ‘Sugar Club’. Il locale qui di fronte. Volevo chiedervi se vi va di venire.»

«Aspetto le mie amiche, sono andate in bagno.»

«Sì, ho visto. Ma a te, personalmente, come ti sembra l’idea?»

A me personalmente. Odio pensare questo ragazzo ci sa fare, però lo sto proprio pensando.

«Beh, personalmente, adoro il jazz.»

Sorride, fortunatamente non come una vittoria. Gli sto per domandare qualcosa, ma tornano Anastacia e Fran. Li presento e annuncio il suo invito.

«Grazie, ma avremmo altri programmi», dice Anastacia fissando Ivan negli occhi, a metà tra rimprovero e seduzione.

«Ma, veramente…», ribatto.

«Ma sì, avevamo detto di andare a ballare house in quella discoteca al Borneo», ribadisce Anastacia.

«Non è che avessimo fatto nessun piano preciso», insisto.

«Per me è uguale, ragazze», dice Fran, distribuendo l’attenzione fra tutti.

«Quanto dura il concerto?»

«Un’oretta, poco più.»

«Sentite, io vado.»

Fran e Anastacia mi fissano con due girandole.

«Ma dai, Lizzi, poi non ci becchiamo più.»

«Certo che ci becchiamo» e anche se fosse, penso  «vi raggiungo dopo.»

Londra, Mather Hospital

«Signorina Lizzi, ha un’infezione molto seria» dice il dottore Mc Cormatt, mentre guarda Lizzi con aria di rimprovero. Cerca di sostenere il  suo volto accigliato, ma dentro, per qualche motivo, si sente in colpa. 

«Mi dica tutto dottore.»

«Ha fatto qualcosa di insolito recentemente?»

«Cosa intende per insolito?»

«Deve saperlo lei signorina. Abitudini diverse, viaggi, qualche conoscenza strana.»

«Ma, veramente, l’unica cosa di non ordinario è stato un viaggio settimana scorsa.»

Il dottore appoggia la cartella clinica sul mobile di acciaio e apre gli occhiali a clip, che dondolano sul collo come due impiccati.

«E dove? Quanto tempo è stata?»

«Amsterdam, due giorni.»

«Con chi è stata?»

«Con due… amiche».

Il dottore annota qualcosa su un foglio

«Si accomodi pure», dice il dottore indicando la sedia. «Sta arrivando la polizia. »

«La polizia?»

Amsterdam, una settimana prima, notte

Ivan mi guarda con una certa urgenza comunicativa.

«Di dove sei?»

«Andalusia. Tu?»

«Lituania.»

Sono così felice di aver scartato la proposta della discoteca.

«Allora, cosa fai nella vita oltre la graphic designer?»

«Pratico pole dance» appoggio il daiquiri sul tavolo, lo guardo negli occhi per controllare la reazione. Ma Ivan ha uno sguardo privo di malizia, aperto.

«Da quanto lo fai?»

«Più o meno cinque anni. Diciamo che è una delle poche cose che dà un po’ di sale alla mia vita.»

«Capisco, solita minestra tutti i giorni.»

«La gente pensa che chissà che lavoro creativo faccia. Intendiamoci. È meglio rispetto ad altri. Ma quando lavori per una multinazionale finisci in una specie di tritacarne.»

«Sì, ti sfruttano per le tue skills

«Esatto! Mi hai rubato le parole di bocca.»

«Senti, non so a te, ma a me è venuta fame. Abito proprio nel palazzo qui di fronte. Ti va se mangiamo qualcosa?»

Sono combattuta; la mia vocina interiore mi ricorda le aspettative con cui ero partita per il weekend: scoprire una nuova me stessa, mettermi in gioco. Ivan mi piace, ha questo modo così naturale di comportarsi, sembra un ghepardo in una foresta. Ho con me il cellulare, il palazzo è in pieno centro, proprio di fronte al museo di Rembrandt. Che mai mi potrà succedere?

«Mi devi conquistare con la cucina allora.»

«Ti piace la tartare di carne?»

«È il mio piatto preferito.»

«Anche il mio.»

***

È inchiodata alla sedia di plastica, i piedi agganciati alle gambe di ferro. Dopo un quarto d’ora, nella piccola stanza delle infermiere giungono due agenti preceduti dal dottore. Si alza, indecisa, con la mano a mezz’aria.

«Sono l’agente Daniel Brown e questo è il mio collega John King. I suoi dati?»

Basta una semplice divisa per farla sentire in difetto. Sempre stato così. Snocciola nuovamente i dati anagrafici, le informazioni sul weekend.

«Ha alcun tipo di contatto con questo ragazzo?»

«In che senso?»

«Ha un indirizzo di casa, un telefono, una foto, un social.»

«Sì, ho il suo numero Whatsapp e mi ricordo piuttosto bene dove abita.»

Nella piccola stanza dalle pareti bianche cola un silenzio bianco e vischioso, dalla finestra saetta obliquo un raggio di sole che si riflette sulle divise gialle catarifrangenti che le feriscono gli occhi.  

«Ma perché?»

«Signorina Lizzi, lei ha sviluppato un’infezione causata da un batterio molto particolare» il dottore sgancia nuovamente le lenti degli occhiali, che rimangono a penzolare sul collo. La guarda dritto in faccia «è possibile sviluppare il batterio solo mangiando carne cruda di intestino…»

Lizzi porta una mano alla bocca trattenendo un conato di vomito

«Umano.»

L’acido le sale fino in bocca, fino a riempirsi di schiuma. Corre in bagno. Mentre percorre il corridoio di linoleum il viso di Ivan, i suoi movimenti precisi nel preparare la tartare, il suo sguardo compiaciuto nel vederla mangiare la carne cruda  le scorrono rapidamente davanti agli occhi.

Eppure.

Eppure l’amore con Ivan lei lo rifarebbe.

In copertina l’autore. Foto presa da facebook