Laura Vargiu è nata a Iglesias, nel sud della Sardegna. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Cagliari con una tesi in Storia e istituzioni del mondo musulmano, è presente con poesie e racconti in diverse raccolte antologiche nazionali. Vincitrice del Premio Letterario “La Mole” di Torino nel 2013 e autrice di alcune pubblicazioni di poesia e prosa, tra cui “Il cane Comunista e altri racconti” (L'ArgoLibro Editore), fa parte della redazione della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” e della giuria di alcuni concorsi letterari.

Musica, recitazione, scrittura, col cuore tra Italia e Libano: intervista all’artista Laura Allegrini

Di Laura Vargiu

Originaria di Viterbo, che lasciò giovanissima per trasferirsi nella capitale, Laura Allegrini è un’artista poliedrica che calca le scene da lungo tempo, dividendosi nel corso degli anni fra teatro, cinema, tv e concerti. Il suo curriculum può vantare studi e specializzazioni nei più diversi ambiti – dalla danza alla recitazione, dal canto lirico alla sceneggiatura – nonché importanti riconoscimenti tra cui il prestigioso Premio Internazionale AEREC alla Carriera, conferitole nel 2017. Ha lavorato con Proietti e altri nomi noti dello spettacolo italiano, mentre il suo amato teatro l’ha vista non soltanto in veste di attrice, ma anche di autrice di non pochi testi, alcuni dei quali da lei stessa diretti; nemmeno in ambito letterario mancano i premi e del 2006 è la pubblicazione del suo libro di letteratura umoristica dal titolo “Cicciabella” (Sovera Edizioni).

In anni recenti, si fa strada nella vita di Laura Allegrini una nuova passione: il Libano e, in particolare, la sua musica. Ha iniziato così a cantare le canzoni di Fairuz (nome d’arte di Nouhad Haddad, classe 1935, amatissima cantante libanese, famosa in generale in tutto il mondo arabo e non solo), dividendosi ben presto tra l’Italia e il Paese dei cedri, nonostante quest’ultimo cadesse in  una profonda crisi politica ed economico-sociale, inevitabilmente aggravata poi dalla pandemia. Si trovava a Beirut il 4 agosto del 2020 quando si verificò la terribile esplosione al porto, della cui devastazione sono ancora ben vive le immagini.   

Una carriera molto particolare, quella di Laura Allegrini, che merita di essere raccontata. Attraverso una serie di domande, dunque, conosciamo meglio questa nostra artista che canta in arabo e porta all’estero con successo il nome dell’Italia, in attesa, oltretutto, del suo ultimo lavoro che uscirà il prossimo 8 marzo e, come lei stessa ci confida, sarà un vero omaggio alle donne.

Laura, lei è un’artista a tutto tondo: ha studiato canto, recitazione, danza, nonché sceneggiatura e scrittura teatrale. Quanto è stata preziosa anche la più piccola esperienza di lavoro?

Ho iniziato da piccolissima come cantante e la passione del teatro è arrivata inaspettata. Un amico mi disse che un regista cercava una ragazza per fare la Rossa Fenicia in Pseudolus di T. M. Plauto, e mi presentai al provino. In verità, c’era solo una battuta nel testo; sospirando, dicevo: Calidoro!, poi svenivo, anche se apparivo spesso in scena, ma silente. Il protagonista era un anziano Pietro Tordi. Avevo 18 anni e per fare le prove sarei dovuta andare a Roma. Mio padre me lo proibì in maniera non tanto piacevole, così scappai di casa. Contemporaneamente, accettai di insegnare ginnastica, alcune mattine la settimana, in una palestra di Viterbo, così potevo sostenere anche la stanza che avevo preso in affitto. Ogni giorno facevo avanti e indietro con l’autobus, Viterbo-Roma, per fare le prove. Fu una piccola tournée estiva e poi replicammo in un teatro romano. Dopo quella felice esperienza, decisi di andare a studiare recitazione a Roma. Come vede, la passione del teatro nasce sotto una forte determinazione, ma con una grande rottura. Ogni esperienza è stata utile; allora accettavo tutto ciò che veniva, l’importante era poter pagare l’affitto, le bollette ma soprattutto continuare a studiare le discipline artistiche. Oggi sono molto più selettiva.

In passato ha cantato le canzoni di Édith Piaf, dando così alla sua carriera un’impronta di notevole impegno culturale. Scelte coraggiose di questo tipo ripagano nel mondo dello spettacolo?

Sì, con il concerto dedicato ad Édith Piaf ho cominciato a produrmi. Scegliere cosa portare in scena dà molte soddisfazioni, certo è più faticoso, ma in questo modo puoi anche scegliere le persone con cui lavorare. Cantare in francese mi ha dato una grande credibilità che mi ha permesso di arrivare fino in Libano: inviai ad un’agente libanese i video tratti dai concerti dedicati alla Piaf, che in Libano è molto apprezzata, così come anche Dalida.

Prova del suono prima del concerto durante il quale Laura Allegrini cantava in francese le canzoni di Edith Piaf

Lei ha avuto occasione di lavorare con un grandissimo personaggio dello spettacolo, un vero mostro sacro: Gigi Proietti. Un suo ricordo di questo indimenticabile mattatore e magari anche un aneddoto relativo alla vostra collaborazione.  

Tanti anni fa un amico mi invitò al suo compleanno, e nella stessa festa festeggiavano contemporaneamente il compleanno altri amici nati lo stesso giorno, cioè il 2 novembre.
Fra i festeggiati, Gigi Proietti e Vincenzo Cerami. Organizzarono una gran festa in un ristorante – mi pare – ai Castelli Romani, stracolma di vip e personaggi della Cultura italiana.
Ricordo che ballai il valzer con Stefania Sandrelli, nel tentativo di insegnarglielo, e la figlia di Gigi Proietti ci fece delle foto, che poi mi mandò via e-mail. Ad un tratto, mentre stavamo mangiando la torta, mi avvicinai a Gigi Proietti e timidamente gli dissi: “Maestro, non si ricorderà di me, tempo fa ho sostenuto un provino con lei, per il Liolà di Pirandello, però purtroppo non mi ha scelto per quel ruolo…” Lui mi diede un buffetto sulla guancia, come si fa con i bambini, e rispose : “Già ce l’avevo ‘na bella ragazza. Sarà per la prossima volta.”

Il suo pizzicare sulla guancia mi fece sorridere, poi lui, rapito da altri invitati, si congedò. Dopo un paio di mesi o tre, mi chiamarono per il casting di uno spot pubblicitario, il cui testimonial era Gigi Proietti. Vinsi il provino al primo turno, senza fare call back. Più tardi mi dissero dalla produzione che il regista mi aveva già vista in un altro provino e voleva proprio me. Sul set, appena vidi Proietti, lo raggiunsi quasi correndo e gli chiesi: “Maestro, Maestro! Si ricorda di me?”

E gli ricordai la festa di compleanno e anche il provino per il “Liolà”. Lui mi guardò, mi diede un altro buffetto sulla guancia e ridendo esclamò: “Ma allora sei de coccio!”

Scoppiai a ridere. Il finale dello Spot subì una variazione; prevedeva solo Gigi Proietti, invece lui suggerì qualcosa al regista e fui chiamata a girare l’ultima scena. Fu proprio Gigi a spiegarmi cosa dovevo fare. Buona la prima, anche se ripetemmo una seconda per scrupolo.

Altri nomi importanti con cui ha lavorato e che ci tiene a ricordare?

Beh, Mario Scaccia, con cui ho lavorato nello spettacolo “Pensaci Giacomino” di Luigi Pirandello, per la regia di Marco Maltauro. Poi Renzo Montagnani e cantanti attori quali Duilio Del Prete, Gianni Nazzaro, che purtroppo non ci sono più. con Duilio ho lavorato nello spettacolo “La barraca dei comici” di Federico García Lorca, per la regia di Ugo Gregoretti, mentre con Gianni Nazzaro nel musical “La bella e la bestia” con il ballerino André De La Roche e Antonella Elia, per la regia di Luciano Cannito. 

Inoltre, ho un bel ricordo anche dell’attore Ettore Bassi, con cui feci uno spettacolo teatrale, ed eravamo entrambi alle prime armi.

Non solo interprete, dal momento che ha firmato sceneggiature e lavori in qualità di regista. Inoltre, è autrice di opere teatrali. Quali, fra queste ultime, le hanno dato maggiori soddisfazioni?

            Senza dubbio, “Ma oggi è dopo la guerra, vero?”: tre atti unici, le cui protagoniste sono tutte donne durante la seconda guerra mondiale.  Con questo testo teatrale, messo in scena anche da altre compagnie, ho vinto il Premio Campiglia. Poi ne ho scritto una versione cinematografica, arrivata finalista all’Amarcort Film Festival di Rimini. 

Non si può non notare come, tra documentari, cortometraggi e testi teatrali, venga riservata da parte sua un’attenzione tutta particolare al mondo femminile.

            Prima di tutto, ho una grande passione per la storia e, nello specifico, per le due guerre mondiali. Credo di essere fra le rarissime donne che collezionano film di guerra. Il mio sguardo alle donne si è molto spesso rivolto al passato, anche col mio ultimo documentario, “Sorelle d’Italia”, che uscirà prossimamente. 

Dal 2017 ha avuto inizio un percorso che l’ha condotta spesso nel Vicino Oriente, in Libano per la precisione. Quali i motivi che l’hanno spinta in direzione del Paese dei cedri?

            Avevo cominciato a studiare l’arabo, la mia quinta lingua, e il professore mi suggerì di ascoltare le grandi Dive di quel mondo: Oum Kalthum, Fairuz e altre. Quando ho sentito la voce di Fairuz, ho avuto un colpo di fulmine. Così come per Édith Piaf, ho desiderato cantare le sue canzoni. Volevo fortemente conoscere il suo Libano, ma non mi sarei mai immaginata che un giorno avrei cantato con il figlio di Fairuz, Ziad Rahbani, autore fra l’altro di moltissime canzoni della grande Diva. 

Che cosa le piace in particolare della musica araba? A parte Fairuz e Oum Kalthoum, ha altri nomi di riferimento sia di ieri che di oggi?

            Avrei voluto vedere dal vivo Majda El Roumi, e Julia Boutros, ma appena arrivata in Libano, dopo solo un mese e mezzo è cominciata la rivoluzione, poi la crisi economica, poi il covid e queste dive non si sono più esibite. Altre cantanti libanesi che mi piacciono sono: Sabah, morta due anni fa, e Warda. 

Libano, un momento del concerto di Ziad Rahbani (giugno 2019)

Lei si trovava a Beirut nell’agosto del 2020, quando, a inizio mese, ci fu l’esplosione nell’area del porto della città. Può raccontarci quella tremenda giornata vissuta sul posto?

            Ricordo che quel giorno passai proprio davanti al luogo dell’esplosione appena dieci, quindici minuti prima, all’incirca. Entrando in un negozio, sentii all’improvviso un rumore pazzesco che fece tremare la terra sotto i piedi al punto da indurmi a pensare che si trattasse di un terremoto. I libanesi presenti, invece, pensarono subito a un attentato (così gridavano in arabo e in inglese), essendo purtroppo abituati a quella drammatica realtà. Il cielo si tinse di colori stranissimi. Fu davvero terribile… Alla fine, accesi una candela in una chiesa maronita perché mi sentii davvero miracolata! Provai un dolore pazzesco poiché il Libano era un Paese già molto sofferente.

L’Italia vista dal Libano. La percezione del nostro Paese da parte della popolazione libanese ha una sua originalità o passa attraverso il vecchio, abusato e discutibile cliché “pasta-pizza-mafia” in cui spesso rischia di imbattersi un italiano all’estero?

            I Libanesi amano molto l’Italia, le canzoni italiane, la cucina, ovviamente la pizza e la pasta, ma raramente mi hanno parlato di mafia. Semmai mi hanno spesso chiesto come mai preferissi vivere in Libano, consapevoli del fatto che gli italiani abbiano più servizi, più infrastrutture, considerando che la rete ferroviaria libanese è stata distrutta durante l’ultima guerra e mai più ricostruita; che non esiste un servizio di autobus cittadino e, pertanto, tutti si muovono con la macchina o con le moto. 

Dal suo curriculum artistico emergono notevole impegno e sacrifici di anni. Al giorno d’oggi sembra invece che si vogliano bruciare le tappe partecipando ai cosiddetti “talent” televisivi al fine di raggiungere presto successo e notorietà, forse a scapito di una lunga e seria formazione. Che cosa consiglierebbe a un giovane interessato a intraprendere la carriera artistica?

            A me piacciono i talent e li seguo, e la qualità vocale dei concorrenti molto spesso è alta. Ma quello che serve per una carriera duratura è personalità, studio e perseveranza. Oggigiorno ci sono molti più artisti che tentano la carriera canora, rispetto agli anni passati, e con questi talent, è vero, si ottiene subito notorietà, ma con la stessa rapidità la si perde. Quanti di questi giovani hanno vinto nei Talent e poi sono scomparsi? La maggior parte di loro. Ma questo è accaduto anche con Sanremo. Pure in passato, dopo alcuni anni, tanti cantanti perdevano notorietà, anche gli stessi Duilio Del Prete e Gianni Nazzaro, con cui ho lavorato, hanno subito questo allontanamento dalle produzioni discografiche. La discografia è cambiata molto negli ultimi anni, e in parte ha perso il suo smalto. Personalmente, amo molto la musica classica, l’opera e il jazz, però mi sono lasciata anche contaminare dai gusti musicali dei giovani allievi che ho avuto, che hanno arricchito la mia conoscenza.

Artisticamente parlando, ha rimpianti? Sono ancora tanti i sogni nel cassetto?

            L’unico rimpianto che ho è quello di non aver legato di più con i colleghi. Ero troppo presa da me, troppo schiva e, purtroppo, non è rimasta alcuna amicizia. Nella vita privata, invece, spesso telefono alle amiche e amici o mando loro messaggi per sapere come stanno. In questi due anni difficili della pandemia, anche grazie a Whatsapp e Facebook, ho potuto sentirli vicino. I miei legami durano da molti anni; con alcune amiche addirittura dall’infanzia e dall’adolescenza, per me sono come sorelle e ci sono sempre nella mia vita, anche nei momenti più difficili. Non ho avuto fortuna con la famiglia, ma l’affetto degli amici non mi è mai mancato.

Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto sogni nel cassetto, ma progetti e idee da realizzare sulla scrivania. E ne ho ancora tanti: per esempio, mi piacerebbe cantare l’Inno di Mameli nei prossimi Mondiali in Qatar; oppure fare l’inviata di un programma culturale in televisione. Nel frattempo, sto scrivendo un nuovo romanzo e, contemporaneamente, un altro documentario storico.

Oltre a questi ultimi, al momento sta lavorando anche a qualcos’atro? È possibile un’anticipazione in merito a un lavoro di prossima uscita?

            Come detto, a breve, uscirà “Sorelle d’Italia”, documentario girato in Libano due anni fa, sulle donne italiane e la loro evoluzione fra le due guerre mondiali; parallelamente, racconto la storia del nostro Inno di Mameli e Novaro. Chiude il documentario la mia versione cantata dell’Inno. Al momento, inoltre, sto studiando le carte per realizzare un altro documentario, le cui protagoniste saranno ancora la storia e le donne italiane. 

Per chiudere, torniamo al Libano. Il suo amore per questo Paese e il suo popolo, oltre che attraverso una meravigliosa interpretazione – in lingua araba – dell’inno nazionale libanese, è stato anche messo nero su bianco in un testo poetico che lo scorso anno le è valso un riconoscimento come finalista al Premio Letterario Internazionale “Napoli Cultural Classic”. Può condividere con i lettori “Beirut 4 agosto 2020 – dopo l’esplosione”?

Sì, certo, molto volentieri:

BEIRUT 4 AGOSTO 2020 – DOPO L’ESPLOSIONE


C’è un altro sole laggiù che sta calando
su un mare scioccato, immobile e muto.
Anche le onde sono scomparse 

fagocitate, con le carni dei tuoi fratelli.

Nelle narici ancora pizzica la polvere
e negli occhi brucia.
Era questa la cenere da cui doveva rinascere la Fenice?
Su frantumi di vetro, case divelte e vite spezzate?
Sotto questo cielo di fumi asfissianti e colori inauditi?
Sul tuo viso pieno di sangue, le gambe tremanti e sfinite?
Era questo l’abbraccio di cui parlava Fairuz?*

Il sangue e il sudore impastati alla polvere nelle nostre maglie?
Io ero venuta in Libano per cantare l’amore

Per incontrare Dio sulle sponde del mare e respirare l’arte e la natura.
Eppure non riesco a lasciarti, sorella
ad allentare la stretta delle nostre mani ferite.

Che strano, i granai hanno le sembianze di un teatro antico 

consunto dal tempo e abbandonato.

Non sembra anche a te?
Pulisci la faccia, sorella
guarda c’è un altro sole laggiù che sta calando
su un mare scioccato, immobile e muto.
E per questa luce che muore oggi
dovremmo poter sperare 

un’altra alba domani.

*Riferimento alla canzone Li Beirut della cantante libanese Fairuz.

Dopo questi suoi versi di grande profondità, ringraziamo sentitamente Laura Allegrini per l’intervista concessa augurandole il meglio per la vita e la carriera.

Muro di cemento armato costruito nel centro di Beirut durante la rivoluzione

Tutte le immagini per gentile concessione di Laura Allegrini