Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

In un mondo reso invivibile e mostruoso da uno sconvolgente cambiamento climatico che, almeno in Europa, ha avvolto tutto in un grigio e perenne inverno, un uomo, una donna e una bambina, attraversano, laceri e spaventati, tutta l’Italia, da nord a sud. Tra pericoli, devastazione, uomini resi feroci dalla fame e dal nuovo ordine delle cose, i tre devono raggiungere la Sicilia per salpare verso l’Africa, unica terra che sembra essere rimasta immune dal drammatico stravolgimento delle cose.

In un paesaggio nero come la pece, tra alberi ridotti a scheletri carbonizzati, una natura divenuta ormai inospitale e un’umanità fatta di profughi e assassini allo sbando, i tre compiono un cammino speculare rispetto a quello a cui siamo abituati: da nord a sud. Perché in questo L’ultima bambina d’Europa di Francesco Aloe, la terra promessa è il sud del mondo, il sud per eccellenza, l’Africa.

Questa la trama di un libro che, solo in apparenza, o almeno solo in parte, può definirsi distopico, apocalittico. Non che questi elementi, sia ben chiaro, non giochino un ruolo fondamentale. Del resto la distopia è stata sempre, più che uno sguardo sul futuro, una chiave di lettura per il presente, raccontandoci ciò che già, pericolosamente, stiamo vivendo. Allora cosa ci racconta, del nostro presente, questo L’ultima bambina d’Europa, omaggio letterario per nulla nascosto a La strada di McCarthy? Più che raccontarci un’apocalisse futura, una futura estinzione degli esseri umani, ci racconta l’estinzione del concetto stesso di umanità. Oppure, a pensarci bene, l’umanità alla sua ennesima potenza, incapace di solidarietà, ridotta a puro istinto di sopravvivenza e con uomini incapaci, soprattutto nelle condizioni più estreme, di rinunciare alle dinamiche del potere. Che sia un’ascia con cui colpire e decapitare o che sia il potere di decidere chi e come si può imbarcare verso la salvezza, è sempre un rapporto di forza a farla da padrone.

E allora, mentre si prosegue nella lettura, si comprende sempre più che questo L’ultima bambina d’Europa è sì un romanzo apocalittico ma che usa l’apocalisse per denunciare, per parlare di emigrazione, di scafisti, di morti in mare, di confini ottusamente chiusi e difesi a guardia di non si sa bene cosa. E il cambiamento climatico, certo, che qui, tra freddo e neve, diventa quasi una metafora del freddo esistenziale che ci avvolge tutti, in un’Europa sempre più sull’orlo dell’implosione.

Un libro in cui, tra immagini e soluzioni narrative tipiche del genere apocalittico (case e paesi abbandonati, tunnel bui e terrorizzanti, tensione e pericolo costanti) non mancano richiami e simboli al femminile come portatore di vita, all’idea di Madre e Padre, al concetto di nome (non a caso, la famiglia di profughi, protagonista, vedrà solo la bambina avere un nome di contro ai due genitori indicati, semplicemente, come  l’uomo e la donna) all’idea di un altrove che diventa un “confine” perché tale concetto è più semplicistico di quello ben più complesso di “frontiera”. E un Mediterraneo che racconta, qui e ora, non in un futuro apocalittico, l’inferno che stiamo già vivendo. Quelle masse di profughi, sopravvissuti, laceri e affamati che si accalcano sulle coste siciliane per raggiungere la salvezza, non siamo noi in un domani. Siamo noi già oggi.

Ne parliamo con Francesco Aloe, autore del libro

Ciao Francesco, prima di tutto perché un omaggio così palese, per nulla nascosto a La strada di McCarthy, quasi una cover potremmo dire. Un’operazione non esente da rischi.

L’omaggio non solo non è nascosto, ma l’ho anche fatto scrivere in quarta di copertina. Si tratta di un vero e proprio tributo a un romanzo che mi ha cambiato profondamente come persona. L’idea di omaggiare La strada nasce in modo infantile: semplicemente, mentre leggevo il romanzo di McCarthy e immaginavo la sua America distrutta, continuavo a chiedermi “chissà cosa sta succedendo in Italia, intanto”. Questa immagine mi è rimasta dentro per anni, finché ho deciso di metterla su carta. Ho provato ad aprire una nuova porta su un mondo che qualcuno ci aveva già fatto conoscere, che poi è il fine ultimo dell’arte.

Permettimi di svelarti una triste vicenda: in questi giorni è uscito un romanzo di una grande casa editrice che è la copia de L’ultima bambina d’Europa. Ho chiesto chiarimenti alla direttrice editoriale, ma per ora i chiarimenti non sono arrivati. Il plagio sembra abbastanza evidente e dobbiamo approfondire. Con amara ironia potrei dirti che non avrei mai pensato di diventare il Cormac McCarthy di qualcuno. Con la differenza che in questo caso nessuno mi omaggia, semmai plagia.

Il libro, solo apparentemente distopico, io lo definirei quasi “un romanzo di denuncia”. Non pensi che la trama, elemento non principale ma quasi prevaricante, rischi di mettere in secondo piano il vero messaggio del tuo libro.

No. Poteva essere una preoccupazione al momento dell’uscita del libro, ma dopo due anni posso affermare, con sollievo e soddisfazione, che è successo l’esatto contrario: L’ultima bambina d’Europa è stato il mio romanzo più amato, più recensito, adottato in svariate scuole e nei programmi di alcune Università soprattutto per il suo messaggio. La gioia più intensa che ho provato me l’hanno regalata proprio i ragazzi delle scuole medie e dei licei dove sono andato a presentarlo; tutti loro, a fine lettura, riflettevano esclusivamente sul messaggio alla base del libro. La trama è servita per facilitare la trasmissione, non l’ha offuscata né appesantita. Forma e materia hanno agito in armonia.

Una curiosità sulla genesi del tuo libro. Quando hai iniziato a pensarci, avevi in mente la questione migratoria o questa è arrivata in un secondo momento? Oppure l’idea di una sorta di riscatto dell’Africa è stata la molla di partenza attorno a cui hai pensato di scrivere un libro apocalittico?

Assolutamente sì. La prima idea è stata proprio quella di recuperare la dimensione umana del dramma della migrazione, rovesciando la prospettiva. Ho iniziato a scrivere L’ultima bambina d’Europa nel 2015, quando i morti in mare stavano diventando cifre vertiginosamente in crescita. Ma, appunto, ai miei occhi erano cifre. Leggevo le notizie sui quotidiani e vedevo numeri: naufragio con 120 morti, poi 70 il giorno dopo, poi ancora altri 90. I morti in mare non erano più persone, uomini, donne e bambini, ma pixel sul mio schermo, titoli di quotidiani online. Ho sentito il bisogno di immedesimarmi per non far spegnere la lampadina della mia mente. Ma per immedesimarsi bisogna conoscere le cose, bisogna viverle. Non potevo scrivere la storia di una famiglia africana che cerca di raggiungere l’Italia perché io non conosco le loro paure più intime, la loro fatica, il presente da cui scappano. Così ho pensato: e se fossimo noi a dover fuggire? Se fosse l’Europa a dover chiedere asilo all’Africa? Questa visione mi permetteva di  rovesciare il mondo, di recuperare l’aspetto umano della tragedia legata alla migrazione, di far immedesimare anche il lettore che così partecipa al dramma anziché comportarsi da spettatore passivo.

La cosiddetta distopia più che un genere letterario sembra davvero essere una chiave di lettura del presente. In questa chiave il tuo libro è una lettura e una critica ferocissima all’occidente.

Sì, hai centrato il punto. La distopia è uno strumento straordinario che può spingerti un passo più avanti nell’analisi del presente, sviscerando le possibili conseguenze delle nostre azioni passate e quotidiane. La critica all’occidente è dovuta, ma mai campata in aria. Per descrivere il mondo catastrofico de L’ultima bambina d’Europa non ho viaggiato solo con l’immaginazione ma mi sono basato su serie proiezioni di scienziati, NASA compresa.

Un ‘ultima domanda. Nel testo è molto presente l’idea e il bisogno di Dio, di pregarlo o di maledirlo. C’è un motivo particolare per cui hai inserito questo elemento, rispetto a La strada in cui l’orizzonte di senso e l’orizzonte spirituale sono totalmente assenti?

La speranza. Di fatto questo romanzo è un viaggio della speranza al contrario, dall’Italia verso l’Africa. I personaggi cercano un barlume di speranza in ogni cosa, altrimenti non potrebbero mai pensare di salvarsi. L’uomo protagonista la cerca in Dio, all’inizio con più ottimismo poi, quando le cose si complicano, con rabbia. Sua moglie, paradossalmente, pur essendo incinta non vede un disegno divino nella loro condizione. La sua mente è più pragmatica, pensa solo a procacciare vitamine per il bambino che porta in grembo. Ai suoi occhi Dio non può esistere, e cerca nella sua assenza un appiglio per andare avanti. Perché un Dio che vuole quello che stanno vivendo sarebbe peggio del puro caso.

L'ultima bambina d'Europa Book Cover L'ultima bambina d'Europa
Francesco Aloe
Letteratura distopica
Alter Ego
2017
174