Poeta, scrittore, studioso autodidatta del Vicino Oriente, molto sensibile ai diritti umani, Francisco Soriano ha vissuto per diversi anni in Iran. Attualmente vive a Ravenna dove insegna Italiano a studenti stranieri. Ha scritto su diverse riviste e collabora con Carmilla. Tra le sue ultime pubblicazioni, le raccolte di versi La Via Lattea (2021) e Non porgere l’altra guancia (2019) e il saggio In morte di Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese (2018).

I racconti di Sadeq Hedayat nella traduzione di Anna Vanzan

Di Francisco Soriano

Nei primi mesi del 2019, a Teheran, vi fu una scoperta davvero eclatante: in un hangar vennero trovati più di mezzo milione di libr,  fra cui l’Iliade di Omero, testi di Bernard Shaw, George Orwell, Albert Camus, James Joyce e i racconti di Sadeq Hedayat. Ricordiamo con orrore il giorno di San Valentino del 1979, data in cui l’imam Khomeini emanava la condanna a morte nei confronti di Salman Rushdie per i suoi “terribili” versetti satanici. In quei giorni funesti, la censura con la sua falce di morte non risparmiava intellettuali e giornalisti che continuavano, nel proprio Paese, con caparbietà e coraggio, la loro opera di traduttori e scrittori di storie e poesie. L’immenso e insostituibile scrigno ricco di letteratura, filosofia e poesia in Iran ha resistito alla deriva umanitaria e artistica degli ayatollah con commovente resilienza. Nulla è cambiato in termini di stupefacente lotta contro l’oscurantismo culturale delle gerarchie religiose. L’amore degli iraniani per la scrittura e il pensiero non può non trovare sostegno nella strepitosa storia artistica del Paese, malgrado la lunga serie di persecuzioni, prigionie e uccisioni di eminenti personaggi della cultura, di studiosi indipendenti spesso sconosciuti che resistono a ogni terribile repressione.

In questi anni recenti la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha confessato di essere un appassionato lettore di opere occidentali e ha paragonato con una metafora raccapricciante “i libri pericolosi” alle droghe (molte edizioni di libri censurati vengono venduti copiosamente in una sorta di mercato nero del libro, soprattutto a Teheran). La guida morale, religiosa e politica del Paese ha annoverato in questa sorta di inferno letterario il Simposio di Platone, alcune opere di James Joyce, Gabriel García Márquez e Kurt Vonnegut, oltre che Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Ha imposto di censurare, in alcune parti Khosrow e Shirin, saga amorosa paragonabile al nostro Romeo e Giulietta, scritta dal grande Nezami nel XII secolo: un vero crimine, soprattutto agli occhi degli iraniani, legittimamente fieri di questi giganti della letteratura mondiale.

In Italia abbiamo oggi la fortuna di leggere la raccolta Il randagio e altri racconti, costituita da alcuni dei più importanti racconti di Sadeq Hedayat, tradotti da Anna Vanzan per la collana “Origine” di Carbonio, in un’edizione elegante che segue la precedente, di circa un anno fa, del romanzo La civetta cieca. La prematura scomparsa della professoressa Vanzan, figura incommensurabile e carismatica nel panorama degli islamisti di tutto il mondo, dona un valore particolare alla coraggiosa pubblicazione che rappresenta una traccia irrinunciabile della letteratura iraniana moderna e contemporanea. La rilevanza di queste traduzioni potrà essere annoverata fra le novità più interessanti dell’editoria italiana di quest’anno e di quelli a venire. Quando negli anni Sessanta del Novecento, in Francia, un decennio dopo il suicidio di Sadeq Hedayat – avvenuto nel 1951 a Parigi –, il grande critico letterario André Rousseaux gli riservava un posto d’onore nella letteratura mondiale, affermando che «La civetta cieca poteva situarsi fra le opere più significative della nostra epoca e che la storia letteraria del Novecento ne veniva inesorabilmente influenzata», lo scrittore persiano venne conosciuto in ogni latitudine del pianeta. Si susseguirono traduzioni importanti, principalmente quelle di Roger Lescot e Vincent Monteil, autorità indiscutibili del panorama letterario francese.

Come già sottolineato in altri saggi, André Breton annoverò fra i classici del surrealismo La civetta cieca e molti altri racconti di Hedayat. Tuttavia, rimane difficile il tentativo di trovare una collocazione letteraria a questo prodigioso e profondissimo scrittore persiano vissuto per diverso tempo in Francia. Nella “Persia religiosa degli ayatollah”, egli viene considerato ancora oggi un pensatore decadente e un “inguaribile pessimista”, un corruttore di valori e un blasfemo intellettuale dissidente, malgrado sia morto molto prima della rivoluzione khomeinista. In questi anni, i suoi testi sono stati censurati a più riprese dalle rigide burocrazie islamiche. Hedayat è lo scrittore contemporaneo più inviso alle autorità sciite che intravedono in lui un “personaggio controproducente e pericoloso” che irride i valori delle istituzioni. Hedayat è invece uno scrittore di straordinaria originalità che riversa nei suoi testi il profondo bagaglio culturale della sua terra, rendendolo “tangibile in parole” con uno stile spesso metaforico e talvolta iperrealista, superbamente sfuggente ai più distratti e superficiali lettori. Oggi schiere di giovani acquistano i suoi libri al mercato nero, alimentando questo particolarissimo commercio di opere letterarie: studiano e discutono i suoi testi e analizzano le sue vorticose soluzioni letterarie.

Dopo la pubblicazione de La civetta cieca, Anna Vanzan aveva chiarito in alcune sue interviste i criteri che l’avevano guidata e ispirata durante tutto il corso della traduzione.

Lo sforzo era frutto di una doppia difficoltà: una di tipo stilistico e letterario riscontrata nella traduzione dal persiano, l’altra risiedeva nell’obiettivo irrinunciabile di trasmettere in tutta la loro originalità i reali valori e i contenuti dei testi di uno scrittore complesso come Hedayat. Vanzan metteva in guardia sulla veridicità stilistica e attendibilità testuale delle traduzioni di lingue ponte, cioè quelle pubblicazioni che lei definiva come «traduzioni dalle traduzioni, fortemente esposte al rischio di diluire ulteriormente le connotazioni culturali e ambientali del testo di partenza». Infatti, nelle cosiddette traduzioni indirette, il testo ne risulterebbe corroso, più distante dal contesto culturale e ambientale dove esso nasce e prende forma. Per questo è doveroso pretendere che le traduzioni avvengano affrontando inesorabilmente i testi in lingua e cultura materna. L’islamologa metteva in chiaro un concetto che denota una specifica peculiarità della maggioranza degli intellettuali persiani nelle loro opere: il riferimento sempre forte alla storia antica e al poderoso bagaglio culturale del proprio Paese. Inoltre Sadeq Hedayat coltivava nella sua scrittura due elementi imprescindibili. Il primo era quello di rievocare gli antichi splendori di un Paese troppo spesso ferito e violato, sopravvissuto nonostante tutto grazie alle sue radici poderose e invincibili – molti dei suoi racconti erano, non a caso, basati su accadimenti storici antecedenti all’avvento dell’Islam. Un secondo elemento era invece esterno alla realtà storica e geografica iraniana e si nutriva di un decisivo interesse per la cultura indiana che egli aveva voluto conoscere da vicino trasferendosi e soggiornando in India. Hedayat subì il fascino dell’induismo e del buddismo ma, nella realtà, rimase inflessibilmente persiano, invincibilmente persiano, fino al suo ultimo afflato, tragico e senza vie d’uscita.

Studiò il folclore persiano con la profondità e la perizia dell’antropologo, ne ricercò instancabilmente, ragioni, nessi, cause e sfumature e tutto ciò, assieme a miti e credenze popolari, alimentò costantemente la sua ispirazione.

Il pessimismo cosmico e “inguaribile” di questo strepitoso autore ci spinge, paradossalmente, nella ricerca insaziabile di novità e dinamiche spesso sfuggite anche ai più attenti lettori. Da eminenti critici egli viene sovente avvicinato in patria al filone letterario e filosofico di Omar Khayyam, ma non è possibile tracciare un quadro unico di influenze e canoni letterari riferibili tout court a Hedayat. L’autore ha sempre prodigiosamente miscelato l’immaginazione orientale sovrapponendola a quella, diversamente rappresentata, del mondo occidentale. È necessario sottolineare invece il valore politico e di critica, quasi strutturale, alla società iraniana e soprattutto a quei centri di potere che ancora oggi sopravvivono intatti alla mutazione dei tempi. Le istituzioni iraniane, pur dando la sensazione di essersi trasformate e innovate, mostrano invece una solida e lineare continuità con il passato: chi più di Hedayat ci ha fatto capire che nel contesto socio-politico iraniano l’operazione dei cosiddetti centri decisionali consiste sempre in una mutazione conservatrice e non un reale cambiamento, che la struttura valoriale di chi detiene il potere rimane immutata nella sua dinamica autoritaria, illiberale, verticistica e violenta. In Hedayat la critica alla società iraniana nei suoi aspetti più perversi e corrotti è assoluta e senza appello; secondo lo scrittore sono gli atteggiamenti culturali che vanno combattuti così come descritto in uno dei suoi capolavori, sottoposto oggi alla censura più che in passato (Haji Aqa):«Anche se ti costruisci intorno una Muraglia come in Cina, scoprirai che il mondo sta cambiando troppo velocemente per te […] Tutto ciò che ti preoccupa è il gabinetto, la cucina e la malversazione […] Mai nella tua vita hai posseduto o visto qualcosa di bello, e anche se lo avessi non l’avresti apprezzato. Nessuno scenario, anche se magnifico ti ha mai attratto, tanto meno un bel dipinto o una musica che trasporta ti ha mai affascinato […] Non sei altro che prigioniero del tuo ventre e ciò che sta al di sotto di esso. La tua vita ha meno significato per il mondo di quella di un maiale o della peste. Ogni giorno sarebbe un giorno di festa per te quando ti riuscirà di rubare ancora tre o quattromila tomani». Ciò prova quanto Hedayat avesse in mente che una certa idea di modernità avrebbe dovuto rappresentare una vera “trasformazione” socio-culturale dei persiani. Egli dimostrava quanto la sua esperienza di intellettuale fosse stata diversa da quella di molti altri suoi conterranei che al contrario incarnavano la retorica di un modernismo ambiguo e irrisorio. Quella di Hedayat era un’idea di futuro che assume oggi un’importanza peculiare: infatti la storia dell’Iran moderno ha insegnato che ogni imposizione di uno schema di società basato su valori che si ispirano a un certo modello di modernità, è risultata essere sempre poco matura e mai percorribile. È uno degli aspetti poco approfonditi nell’analisi della visione e del sistema di valori dello scrittore.

La splendida pubblicazione Il randagio e altri racconti contiene nove storie brevi (Abji Khanum; Haji Morad; Dash Akol; Il pluridivorziato “Muhallil”; Vortice “Gerdab”; La bambola dietro alla tenda “Arusak-e posht-e pardeh”; L’ultimo sorriso “Akharin labkhand”; Il Don Giovanni di Karaj Don Zhuvan e Kharaj; Il randagio “Sag-e velgard”), legate fra loro – nonostante l’originalità e le specificità di ciascun racconto – da un filo rosso che intreccia tre elementi prevalenti: la morte, la fascinazione umana verso il male e la conseguente propensione all’errore, il rapporto irrisolto con le donne.

Hedayat era stato uomo gioviale, sempre ironico e dal fine sarcasmo, in contraddizione con un lato oscuro e spesso autolesionista che invece caratterizzava i suoi scritti. Nei racconti si evince tutta la sua carica autodistruttiva e l’ossessione, che risiedeva in una lucida consapevolezza, della miserabile e irrisolta condizione umana. Egli sembra essere perseguitato in ogni istante e in ogni dove dalla morte, che talvolta rappresenta come risolutiva e benefica.

Quelle di Hedayat erano descrizioni crude e non sempre lontane dalla realtà, nonostante a questo originale scrittore sia stato riservato costantemente una sorta di parallelo letterario con i paradossi narrati da Franz Kafka e con il surrealismo particolarmente in voga ai suoi tempi. Certo, non sono mancate mai le sue originali quanto espressive immagini pregne di soluzioni surreali, ma ornate da un sarcasmo raffinato e mai scontato.A dire il vero però, nei contenuti, Hedayat è il più persiano degli scrittori dei suoi tempi, non come vorrebbero imporre al pensiero collettivo gli attuali censori religiosi: cioè l’immagine di un intellettuale deformato e un epigono che guarda semplicemente agli stilemi e ai valori dell’Occidente. Chi ha vissuto in Iran amando sul serio questo Paese, senza soffermarsi nei salotti delle ambascerie o planare felicemente fra le città storiche apprezzando l’educata e leale ospitalità degli iraniani scambiandola per altro, sa bene che molte dinamiche proprie dei racconti di Hedayat sono ancora in vita, sedimentate nei comportamenti, in perfetta contraddizione con il Paese reale che si distingue da ogni altro nel pianeta. Il gattopardismo di certe élites di potere è ben riconoscibile nei suoi racconti, addirittura meglio comprensibile se con gli iraniani si è condiviso il dolore e, principalmente, la consapevolezza di quell’antica e ancora irrisolta frattura in seno alla società: la mancanza di libertà. Condizione oggi molto sofferta dalle donne, dagli studenti e da schiere di persone che lottano senza mai arrendersi, nonostante tutto.

Nel racconto Dash Akol, l’innamorato della bella Marjan purtroppo andata in sposa a un altro uomo, ben recitava i versi della sua schiavitù, questa volta rivolgendosi alla sua sfortunata vita: Invidio gli incontri dei prigionieri // che per confetti hanno gli anelli delle catene. // Il mio cuore è impazzito o saggi, //portatemi una catena! La fine di questo bellissimo racconto viene affidata alla confessione e, dunque, all’aiuto di un pappagallo. Gli animali per Hedayat avevano un valore di prim’ordine nella gerarchia degli esseri viventi. Ancora una volta si legge quanto rispetto e fiducia lo scrittore riponesse in questi esseri spesso uccisi o torturati dagli uomini.

Nella lettura di queste perle letterarie che, grazie alla mirabile traduzione di Anna Vanzan siamo oggi in grado di apprezzare, si riconosce anche un Hedayat molto attento al valore dell’amicizia seppur inesorabilmente tradita. All’inizio del racconto Vortice, Homaiun si sente profondamente ferito dal suicidio di Bahram, l’amico di una vita: «Ma la cosa che lo torturava di più era il pensiero che, dal momento che erano così intimi e non si nascondevano nulla, Bahram non si fosse consultato con lui prima di decidere di suicidarsi. Perché? E quale era stata la causa? Era impazzito o si trattava di un segreto di famiglia? Si poneva queste domande in continuazione». In questo suo logorarsi nel non ritrovare ragioni plausibili al gesto di Bahram, Homaiun chiede lumi alla moglie Badri. Ne deriva una disputa perché la donna dà una spiegazione degli eventi che Homaiun classifica come superficiale e, forse lascia trasparire, il temperamento della donna che non riesce o non vuole comprendere il valore di un sentimento così alto e puro come l’amicizia fra i due. Anche in questo caso si legge la turbolenza di Hedayat e la sua personale incapacità di instaurare con le donne un rapporto sereno e leale. Ma il colpo di scena non tarda a venire, con il talento che Hedayat ripone nella sua scrittura, fra i desideri suicidari dell’uomo, la volontà di scomparire, un sogno quasi premonitore e spirali di dissidio, la storia si dipana in tutto il suo tragico epilogo.

Il randagio è un racconto commovente, intriso di una umanità raffinata e rara. È la storia-capolavoro di una cane randagio, metafora di un uomo in solitudine, diverso, abbandonato, tradito sistematicamente, strumento della perfidia e del sadismo degli uomini. Hedayat si aggira randagio fra le pieghe delle sue parole che si sovrappongono, si susseguono, si ribaltano in una commovente spirale di inganni, speranze e delusioni: «Era un cane di razza scozzese, col muso color paglia bruciata e le zampe pezzate di nero, come se avesse corso in una palude e si fosse schizzato. Aveva orecchie penzolanti, una coda setolosa e il pelo opaco e sporco. Ma nel muso imbrattato brillavano due occhi con un’espressione quasi umana. Nonostante l’oscurità che si era impossessata della sua vita, qualcosa di profondo si agitava nel suo sguardo, che recava un messaggio impenetrabile, catturato dietro le sue pupille. Non si trattava di brillantezza o di colore, era qualcosa di incredibile, come si riesce a vedere solo nello sguardo di un cervo ferito. E non si trattava solo di somiglianza tra i suoi occhi e quelli di un umano, si scorgeva una vera e propria uguaglianza». Alla mercé di un garzone davanti a una macelleria di un centro assolato della provincia iraniana, in un piccolo centro urbano dove svettava un’antica torre, il randagio cerca di districarsi in una vita che gli avrebbe riservato solo torture. È un punto-chiave del racconto quella volontà di rappresentare la violenza subìta quasi in modo inspiegabile, un cane con i suoi occhi così umani che ci lascia percepire il momento più alto del realismo e del razionale pessimismo di Hedayat; gli uomini detestano e cercano il volto del nemico, dell’altro, del diverso, di colui il quale insidia e rimane in agguato: «se cercava rifugio sotto un’automobile lo accoglieva un calcio con le scarpe ferrate dell’autista. E quando tutti avevano finito, ecco che uno dei ragazzi che vendevano il budino se la godeva nel torturarlo. E per ogni lamento riceveva un sasso sul fianco, la sua risata si alzava dietro al lamento del cane, aggiungendo: Cane infedele!”» Quella presunta infedeltà a nome di una religione e, forse, di una credenza popolare ingiusta e illegittima che provoca sofferenza sotto gli occhi di un cielo che vede tutti gli esseri viventi in diritto di godere la propria esistenza.

Anna Vanzan ha lasciato un vero e proprio testamento letterario attraverso le parole e i racconti, seppur tragici, di Sadeq Hedayat. Un’opera tuttavia felice perché alimenta in noi conoscenza e consapevolezza, sentieri e cieli da esplorare. Soprattutto ci accompagna e ci conforta nella ricerca, in questo abisso eterno e sconosciuto che definisce lo spirito di ogni donna e uomo, nei vortici di un inconciliabile domani.

Il randagio e altri racconti Book Cover Il randagio e altri racconti
Sadeq Hedayat. Trad. di Anna Vanzan
Racconti
Carbonio Editore
2021