Autore di romanzi, racconti e sillogi di poesia: - Jacob Rohault I giorni di Venezia, edito da CTL Livorno e finalista per il Premio Internazionale Indipendente Cesare Pavese 2016. - L’ intruso nelle vecchie stanze (Pubblicato da Solfanelli editore nel 2017), già finalista per il Premio “Il giovane Holden” 2016 come inedito. - Con gli occhi di Arianna (Pubblicato da CTL Livorno 2018) - Il venditore di pensieri altrui (Segnalato dalla giuria del Premio Charles Bukowski e Pubblicato da Elison Publishing nel 2018) - Diari sospesi (Romanzo Inedito) - Libro di racconti: Viaggi prestati alla scrittura (inedito) - Racconto: Matilde, il viaggio, il cigno nero (Inserito nella raccolta “I sogni muoiono all’alba” edito da Tabula Fati 2018). - Silloge di poesie: Menzione di merito per il Premio Afrodite 2018 e pubblicazione nell’antologia dell’Editrice Montecovello. - Racconto: Prima dell’alba (inserito nella silloge Raccontami l’Abruzzo 2019 Tabula Fati Editore) - Racconto: Il pranzo di Bozsik (inedito) - Racconto: La vacanza (inedito) - Racconto: Virginia, Burley & Latakia (inedito) - Racconto: La via riscoperta (inedito) - Racconto: Eden in città (inedito) - Poesie e nuove poesie (inedito)

EDEN IN CITTA’

Di Paolo Massimo Rossi

Ogni lunedì Agostino riceveva la visita di un uomo di poche parole e che vestiva sempre nello stesso modo. Lo scopo di quegli incontri, oltretutto non richiesti e sino a qualche mese prima imprevedibili, era quello di convincerlo a scrivere dei racconti, anche se l’uomo restava più che altro in silenzio, in attesa di ricevere i fogli che Agostino aveva preparato.

Agostino usciva di rado, in genere nei ritagli di tempo tra un racconto e l’altro. Ma, quando lo faceva, cercava di dare soddisfazione al suo andare, saliva e scendeva per contrade note, evitando però quelle troppo frequentate.

Si guardava intorno, come se volesse imprimersi nella memoria ogni angolo del cammino. Magari per non sentirsi un estraneo nel caso fosse ripassato di là in un futuro ancora improbabile. Guardava le sagome dei palazzi e degli alberi, come anche di qualche passante. In una di quelle occasioni, mentre la stagione s’inoltrava nell’ombra e tra pozzanghere nerastre di foglie autunnali cadute, vide un uomo, uno sconosciuto, che lo precedeva. Un tipo che continuava a osservare attentamente la via fiancheggiata da alberi dai rami sparuti, risuonanti del gracchiare di corvi indifferenti a chiunque. Lo seguì per un breve tratto, senza decidersi se rivolgergli una parola, magari sino al momento in cui quello, infine spazientito. gli avesse chiesto il motivo del pedinamento.

D’altra parte, spesso aveva percorso strade notturne prive di vita, ma un individuo qualsivoglia non riesce sempre a indugiare nel compiacimento della propria solitudine. Fosse ripassato ancora di là – e lo avrebbe di sicuro fatto, per un desiderio di rivivere vecchie sensazioni e pensieri dimenticati – per gli altri passanti non sarebbe stato altro che nessuno. L’uomo che stava seguendo – senza uno scopo preciso e con bighellonante indolenza – camminava verso il centro della città. Lo vide fermarsi ad accarezzare un cagnolino semi bastardo, forse un barboncino del quartiere che lo aveva seguito a volte indugiando e riprendendo poi a trottare. Lui elegante, il cagnolino scodinzolante. Improvvisamente si era deciso a prenderlo in braccio, con un atteggiamento affettuoso. Agostino lo osservò meglio e notò che portava scarpe da ginnastica poco in pendent col resto dell’abbigliamento. Non ebbe voglia di continuare a riflettere su quell’uomo.

Non si sentiva solo, piuttosto restituito alla compagnia di se stesso e al brutto aspetto della sua faccia. Conseguente la necessità di rivalutare i silenzi. Come quelli di qualche giorno prima, quando era uscito a prendere una boccata d’aria per ossigenare il cervello e per assicurarsi un sonno felice, sino a un placido risveglio e a un luminoso pomeriggio. Eppure restava la sensazione che le notti trascorse avessero cancellato tutto a sua insaputa, nascondendo al suo ricordo il cielo, le donne, il mare e le montagne, queste ultime citate tanto per azzardare fantasiosi accordi.

Dei rumori notturni, ricordava soprattutto i propri passi, quelli con cui gli era già capitato di accingersi a esplorare paesaggi ancora ignoti o la casa dove abitava sua madre; quella donna a cui non era certo di somigliare nell’aspetto come anche nel carattere.

Era stato amante della bicicletta da ragazzo. La ricordava con nostalgia, adesso che era finita in una discarica. Era una Benotto completamente cromata, con cambio a tre rapporti e catena coperta da un carter di aerodinamica fattura, sagomato per irrigidirlo. Aveva un campanello a levetta che mai fece squillare, forse per la vanità di sentirsi un semiprofessionista.

Con quella si era addentrato in itinerari asfaltati e sterrati, in pianura e su per i colli tra filari di alberi – forse cipressi in ambienti convenzionalmente fotografabili. Gli piaceva fermarsi, quando l’atmosfera gli ispirava il sentimento e la stagione era quella giusta, in prossimità di campi di grano maturo, chiudeva gli occhi e l’odore delle spighe gliene suggeriva il colore.

Specie nelle stagioni invernali, s’inoltrava anche per vicoli cittadini stretti e bui per il sole che non riusciva a penetrarli. Un giorno, mentre pedalava sotto un portico in trasgressione dei regolamenti, fu fermato da un vigile urbano che si qualificò estraendo un blocchetto di fogli in impaginazione copiativa. Gli chiese se stesse zigzagando per infastidire i pedoni. Non comprese subito il significato nascosto in quanto l’uomo in diceva, ma il vigile aveva alzato la voce e gli aveva messo in mano la copia del verbale multante. Quello dove avrebbe dovuto aggiungere il nome e dal quale era staccabile l’allegato bollettino postale per pagare la multa. Aveva proseguito spingendo a mano la bicicletta, sino a un incrocio dove riprese la posizione canonica e ricominciò a pedalare.

Il tempo era passato ineffabile e, ormai, non ricordava quando aveva venduto la Benotto. Adesso amava camminare molto a piedi. L’uso prevedeva che a quella abitudine dovessero assoggettarsi ricchi e poveri, contenti e scontenti. Un giorno, durante una passeggiata in periferia, gli parve di udire una musica lontana, si fermò per cercare di capire di che si trattasse. Aveva l’udito ancora abbastanza fine, malgrado l’età che, in ogni caso, non gli incuteva timore. Sedette su una panchina, nel mentre che volgeva lo sguardo intorno e verso il cielo; gli si accostò una donna grande e grossa, con la borsa della spesa appesa a un braccio. Lo guardò come cercando qualcosa di nascosto nel suo aspetto, poi gli porse una moneta aspettando che lui allungasse una mano. Un attimo dopo, mentre quella andava via, Agostino strinse nel pugno la moneta, dura come doveva essere. Che la donna fosse una professionista del genere? Tutta gente dalla quale non si riesce a fuggire: sono capaci di inseguire procurando ogni tipo di emetico. Chiuse gli occhi mentre la musica ritornava a suonare. Si scosse, notò un altro cane che lo guardava fissamente, lo scambiava, forse, per il suo padrone. Certo improbabile, visto che i cani riconoscono cose e persona dall’odore. Fatto era che Agostino poteva sperare di essere un po’ meno di quel che era stato all’inizio della sua storia cosciente e un po’ più di quel che sarebbe stato alla fine. Si alzò e inciampò nell’animale che, velocemente, si dipartì verso qualche ignota meta.

L’episodio del cane, certo poco importante, lo aveva fatto riflettere che sono tante le cose che si farebbero volentieri, anche senza entusiasmo. Il pensiero conteneva una domanda non irrilevante: possiamo ritenerci liberi di scegliere? Fu inevitabile ricordare un altro cane, il suo, che era morto qualche mese prima ed era stato sepolto in una buca. Quella mattina, mentre assisteva in silenzio all’inumazione, ebbe l’impressione di condividere semplicemente il contributo della sua presenza, come se a essere seppellito fosse stato lui stesso.

C’era un albero lì vicino, un cipresso, e per terra erano disseminati degli aghi. A praticare l’iniezione definitiva era stato un veterinario. Qualcuno si voltò guardandolo come se fosse stato lui stesso il responsabile di quella morte. Sguardi che lo ferirono, ma lo spinsero a riflettere. Cominciò a pensare che tutto si piega e cede sotto il peso della vita, sì da spingere gli uomini a desiderare di apparire al mondo migliori di quanto in realtà non siano. Fu giocoforza, allora, pensare ai cimiteri come luoghi sospesi tra un ineffabile mistero e una reale corruzione dei corpi. Ci si va meno facilmente che altrove e ci si ritrova, dopo aver atteso altro, senza sapere come.

Passarono dei giorni, dopo che il cane era stato seppellito; poi, senza fretta, Agostino si era dato da fare per acquistare una nuova bicicletta. La trovò di seconda mano, la prese e la portò a casa: era necessario qualche lavoretto per renderla perfettamente funzionante. Osservandola, si accorse che una delle gomme era sgonfia. Prese la pompa e si accinse a rigonfiarla, sino a quando non la sentì ben dura: non era bucata. Uscì per provarla, malgrado che il cielo minacciasse pioggia, ma tutto si risolse in una nuvola passeggera. Un giorno avrebbe imparato a interpretare meglio i segnali della meteorologia.

L’immagine di copertina è Una passeggiata solitaria, di De Nittis