Graziella Enna, nata nel 1969 a Oristano, laureata in lettere classiche presso l’Universita degli studi di Cagliari, insegnante di lettere.

Firenze nella Commedia: dalla degenerazione dei tempi di Dante  all’elogio della città antica nei canti XV e XVI del Paradiso.

Di Graziella Enna

Dante nelle tre cantiche del poema dà sempre spazio a considerazioni che riguardano Firenze, spesso sotto forma  di accuse, apostrofi, invettive, da cui traspaiono però un profondo attaccamento, talvolta venato di risentimento ma anche di amore – odio. In cuor suo tuttavia coltiva la speranza di un ritorno a Firenze che lo ripaghi da tutte le accuse ingiuste e le sofferenze subite. Vede la sua città  come microcosmo e specchio della condizione dell’Italia del periodo, lacerata da divisioni, lotte intestine generate dalla brama di potere e dall’avidità, così come spiega nel sesto canto del Purgatorio quando afferma che in nessuna parte d’Italia , neppure entro la stessa cerchia muraria, mancano sanguinose contese. Sempre nel medesimo canto, in modo antifrastico e ironico sostiene che queste considerazioni non toccano la città di Firenze in cui tutti sono pronti a sobbarcarsi gli impegni politici a ideare cavillosi quanto inconsistenti provvedimenti, a cambiare monete, cariche pubbliche e costumi nel volger di poco tempo, in confronto Atene e Sparta, modelli di legislazione, avevano dato un minimo segno di civiltà! Inserisce infine una similitudine in cui accosta la città ad una malata che cerca di attenuare i suoi dolori cambiando posizione:

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

Altro aspetto importante, che egli sottolinea nella Commedia, è la corruzione della città, le sue divisioni interne generate da tre mali. A riguardo fa pronunciare a Ciacco queste parole nel sesto canto dell’Inferno:

superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.

Con una celebre invettiva si apre il canto XXVI dell’Inferno: gli abitanti della città hanno dato un ingente contributo per affollare il regno della dannazione eterna con i peggiori peccatori:

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

In un passo del XV canto dell’Inferno (sono preannunciate le tematiche che affronterà nei canti XV e XVI del Paradiso), il maestro Brunetto Latini descrive i fiorentini avari, invidiosi e superbi e invitando Dante a dissociarsi dai loro costumi corrotti:

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,


in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta”.

Nel discorso di Brunetto la Firenze antica fondata dai Romani, (definiti “semente santa”), sarebbe stata corrotta dai rozzi montanari fiesolani discesi in città, dediti a guadagni disonesti e rapidi, opinione  avvalorata nel  XVI canto quando  il dannato Iacopo Rusticucci chiede a Dante se a Firenze ancora siano vivi i valori come virtù e cortesia. Il poeta dà questa risposta attribuendo la degenerazione dei costumi alla gente giunta dal contado:

“La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.

Ancora nel Purgatorio  (canto XXIII),  fa pronunciare a Forese Donati un’invettiva contro le donne fiorentine dicendo che in breve tempo dai pulpiti delle chiese sarebbe stato proibito loro di andare in giro mostrando il petto :

Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.

E’ evidente dagli esempi sopraccitati che Dante sia estremamente addolorato dalla condizione della sua città e, nei canti XV e XVI del Paradiso, durante l’incontro col suo avo Cacciaguida, le dedica ampio spazio contrapponendo il modello negativo che offre nell’epoca in cui vive, alla sanità morale dei tempi del suo avo. L’excursus, atto a lodare la Firenze antica  non ancora contaminata dalla corruzione, prende le mosse nel canto XV non appena Cacciaguida si presenta a Dante con queste parole (vv.88 e seguenti)

«O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent’ anni e piùe
girato ha ’l monte in la prima cornice,


mio figlio fu e tuo bisavol fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue.

Iniziando la sua risposta, definisce “fronda mia” dal momento che Dante rappresenta l’ultimo ramo di cui egli è radice, tanto atteso da lui,  e richiama in una parte del verso le parole pronunciate da  Dio in occasione del battesimo di Gesù “ figlio in cui mi sono compiaciuto”.  Invita poi Dante a pregare in suffragio di Alighiero, suo figlio e bisavolo di Dante che ha dato il nome alla famiglia e  si trova già più di cento anni tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.


Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.


Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.


Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.

Con queste terzine inizia la descrizione di Firenze antica che viveva in pace,  morigerata e onesta, circondata dall’antica cerchia muraria da cui sentiva ancora battere  il suono delle ore. Le sue donne non portavano ornamenti sfarzosi, gonne ricamate o cinture più appariscenti di chi le indossava. La nascita di una figlia non destava paura nel padre per il fatto di doverla maritare troppo presto o con una dote esagerata. Non esistevano dimore troppo vaste rispetto al numero dei familiari e non era ancora giunta la corruzione del re assiro Sardanapalo a far conoscere la lussuria. Roma non era ancora stata superata da Firenze, (Montemalo e Uccellatoio sono  alture che per metonimia indicano le due città), che come aveva vinto Roma in prosperità e lusso, così l’avrebbe superata nella decadenza. Questa descrizione probabilmente non è del tutto realistica ma rappresenta un ideale vagheggiato da Dante, (in questi canti  laudator temporis acti), che vuole contrapporre con questa serie di terzine, caratterizzate dall’anafora della negazione iniziale, la corruzione della Firenze moderna alla vita serena di quel tempo antico.

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ’l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.

Cacciaguida continua con la descrizione della vita semplice e sobria di molti nobili, ricordando di aver visto il nobile Bellincione Berti con una semplice cintura di cuoio e fibbia d’osso e la sua donna farsi bella col volto senza trucco, i componenti delle famiglie dei Nerli e dei Vecchietti accontentarsi di vesti di pelle senza fodera e le loro donne contente del fuso e della lana. Ognuna di esse era certa che sarebbe stata sepolta a Firenze e nessuna veniva abbandonata dal marito che andava a commerciare in Francia. Appare quasi un makarismós virgiliano, l’esclamazione iniziale “oh fortunate”, riferita alla serena felicità delle donne, consapevoli che avrebbero trascorso la vita intera nella loro città da cui niente e nessuno le avrebbe allontanate. Dante, nello scrivere questi versi evidentemente si riferisce agli esili derivati dalle lotte intestine e considera negativamente, come causa della rovina della città, la brama dei commerci che spingeva gli uomini a lunghi viaggi all’estero e privava le donne dei loro mariti.



L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.


Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.

Di queste donne fiorentine, l’una vegliava a protezione del neonato nella culla e per consolarlo utilizzava il linguaggio infantile con cui una volta si trastullavano anche i padri e le madri, l’altra, avvolgendo la lana sulla rocca, in mezzo alla servitù raccontava le storie leggendarie dei Troiani, di Fiesole e di Roma. In quell’epoca avrebbe destato meraviglia una donna scostumata come Cianghella (famosa per la sua dissolutezza), o un uomo corrotto come Lapo salterello (uomo politico che fu condannato per baratteria), così come avrebbero generato stupore ai tempi di Dante uomini onesti come Cincinnato o donne virtuose come Cornelia. Dante, attraverso Cacciaguida, ci mostra un quadro idillico di una società di stampo patriarcale, ancorata ai valori tradizionali, in cui la donna allevava amorevolmente i figli nel suo focolare domestico, incurante delle lusinghe della vanità. E’sicuramente l’immagine di un’economia arcaica in cui non ha ancora fatto irruzione la cupidigia del guadagno e per certi aspetti ricorda la descrizione della società romana antica che fa Sallustio nel “De Catilinae coniuratione” per contrapporre la corruzione dell’epoca repubblicana alla vita semplice e modesta improntata al mos maiorum.


A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,


Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo;
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.

In una comunità così tranquilla e piacevole, tra cittadini che si fidavano l’uno dell’altro, in una dolce dimora, la madre di Cacciaguida, invocando Maria durante il parto, lo mise al mondo e fu battezzato nell’antico Battistero, ebbe due fratelli, Moronto e Eliseo, sua moglie giunse dalla Val Padana e da lei ebbe origine il cognome Alighieri. Qui Cacciaguida inserisce suoi cenni autobiografici, ma sempre inseriti nella cornice di una città onesta e cristiana, sottolineata dall’invocazione della Madonna da parte della madre e dal battesimo che suggella l’appartenenza alla comunità cristiana.



Poi seguitai lo ’mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.


Dietro li andai incontro a la nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.


Quivi fu’ io da quella gente turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’ anime deturpa;


e venni dal martiro a questa pace».

Cacciaguida seguì poi l’imperatore Corrado (Corrado III di Svevia), che lo nominò cavaliere tanto gli fu gradito il suo servizio. Egli poi  seguì l’imperatore per contrastare l’iniquità della religione musulmana il cui popolo usurpava, per colpa dei papi i diritti dei cristiani sulla Terra Santa. In quel luogo Cacciaguida fu sciolto dai legami del mondo ingannevole, che svia molte anime con i suoi allettamenti e dal martirio per la fede giunse alla pace celeste. (è collocato in Paradiso nel cielo di Marte dove si trovano gli spiriti militanti per la fede). L’esistenza di Cacciaguida quindi fu informata dalla religione cristiana sotto le cui insegne divenne crociato per rivendicare i diritti dei cristiani sulla Terra Santa. Da notare la polemica contro i pontefici, che divenuti negligenti per l’attaccamento ai beni terreni, non si occupavano di liberare la Terra Santa come avrebbero dovuto. La presentazione di Cacciaguida è importante nell’economia del canto perché mette in luce la nobiltà della famiglia fiorentina da cui discende Dante caratterizzata dai valori tipicamente medievali. 

Nel canto successivo, Dante, fiero di aver appreso le sue origini, rivolge al suo illustre antenato delle domande sulla sua stirpe, sulla Firenze di quel tempo e sulle famiglie più nobili che vi abitavano. La nascita di Cacciaguida, secondo quanto si desume dalla complessa perifrasi, si può collocare nel 1106. Egli omette di parlare dei suoi nobili antenati per non peccare troppo di orgoglio e sostiene che i cittadini abili alle armi fossero un quinto di quelli attuali a Dante, si trattava però di una cittadinanza autoctona fino al più umile artigiano, non come in seguito quando si sarebbe mescolata alla gente del contado. Per questo, ai versi 52 e seguenti,  Cacciaguida aggiunge:

Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,


che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!


Se la gente ch’al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,


tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l’avolo a la cerca;

Sarebbe stato meglio che quelle genti del contado fossero rimaste confinanti e non dentro la città e che i confini di Firenze fossero ancora al Galluzzo e a Trespiano , piuttosto che dover sopportare la disonestà di quei villani di Baldo D’Aguglione o di Fazio da Signa, pronti a peccare di baratteria. Se la gente di chiesa che al mondo è quella che più si allontana dalla retta via, non fosse stata ostile all’imperatore ma si fosse comportata come una madre benigna nei confronti del figlio, non sarebbero diventati fiorentini, esercitando il cambio e la mercatura, sarebbe tornato a Semifonte, là dove i suoi antenati vendevano le proprie merci. Cacciaguida attribuisce la responsabilità del mescolamento degli abitanti del contado ai fiorentini, alla chiesa, perché non ha impedito le discordie civili: essendo gli imperatori assenti la giurisdizione del contado era stata assegnata vicari imperiali che la chiesa voleva usurpare. Pertanto coloro che si sono inurbati esercitando nuovi mestieri avrebbero potuto continuare a svolgere le attività umili degli avi.

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone;

Se non fosse avvenuto il rimescolamento della popolazione, il castello di Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi; i Cerchi sarebbero ancora nelle parrocchie di Acone e forse i  Buondelmonti  nel loro castello di Val di Greve. Da sempre la mescolanza di stirpi diverse è stata causa della rovina dello Stato, come la causa delle malattie dell’uomo è il cibo che si sovrappone a quello non digerito;

 Da questo punto in poi Cacciaguida inizia a enumerare e passare in rassegna tutte le famiglie più autorevoli dell’epoca, la loro estinzione e la loro decadenza, infatti sostiene che la vita delle città, come quella di ogni organismo, sia destinata a perire. Come le maree si avvicendano influenzate dalla luna, così la fortuna determina le alterne vicende di Firenze.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.

E come ‘l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:

La posizione di Cacciaguida appare conservatrice, antidemocratica ed elitaria, probabilmente oggi sarebbe stata tacciata di razzismo. Il realtà Dante ha ben altre finalità, ovvero far risaltare i valori militari e cortesi di quelle antiche famiglie, tipici della società feudale, ormai tramontata, che vede come condizione indispensabile per realizzare una società armonica e pacifica. Chiaramente si tratta di un’incarnazione dei suoi desideri in chiave utopistica, in quanto egli mitizza un mondo ideale che storicamente e oggettivamente non è riscontrabile nella rassegna del suo trisavolo, nonostante egli faccia le seguenti affermazioni in queste terzine:

Con queste genti, e con altre con esse,
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.

Con queste genti vid’ io glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,


né per divisïon fatto vermiglio».

Con quelle famiglie e con altre che non sono state nominate, Cacciaguida aveva visto Firenze in una condizione di pace,  non c’era motivo per cui qualcuno si dolesse. Con quelle famiglie il popolo di Firenze godeva di tale giustizia e gloria che la bandiera col giglio non era mai stata posta con l’asta al contrario, (in segno di sconfitta), né fatta diventare rossa per il sangue versato a causa delle lotte intestine.

In questo modo termina il canto, a suggellare quella condizione di pace, turbata, ai tempi di Dante, dalla corruzione, dall’affarismo, dalla sete di guadagno della borghesia mercantilizia in ascesa, responsabile dei disordini civili e politici. Dante, però nella sua ottica di un’esaltazione del passato rimpiange quell’epoca felice, sobria e morigerata ma non comprende e concepisce che proprio quelle classi sociali deplorate e vituperate,  nel corso del tempo, sarebbero state l’origine della ricchezza e prosperità di Firenze.