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Il Genocidio dimenticato: I Greci del Ponto

Saggio di Lucia Guadagno, ricercatore confermato di lingua e letteratura inglese all’Università Orientale di Napoli e di Maria Rosaria D’Acierno, professore associato di lingua e letteratura inglese e già nostra collaboratrice

“La metà di questa antichissima comunità greca è stata massacrata fra il 1914 e il 1921 dai turchi e i superstiti sono stati costretti ad andarsene con quanto potevano portare in mano, lasciando le loro case. All’inizio del Novecento, i greci del Ponto erano circa 700.000 persone, sparse lungo la costa settentrionale turca affacciata sul mar Nero in città dalla storia millenaria, come Sinope, Trebisonda, Kerasounta, Samsounta, Amasia fino a Batum, nell’odierna Georgia. Mio nonno Nikolaos e mia nonna Eratò, con il loro primogenito Christos di pochi mesi, furono tra i circa 350 mila scampati all’eccidio, che nel 1923 raggiunsero la Grecia via mare, in un esodo di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare. Alcuni greci del Ponto emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, dando luogo a una diaspora che ancora – alla terza e quarta generazione – conserva con orgoglio le sue radici […][1]

Questa citazione è importantissima, oltretutto perché Maria Tatsos è una delle poche studiose che si è interessata di un genocidio che vuole essere dimenticato sia per ragioni politiche che culturali, sociali ed economiche. Io, Lucia, da greca di origine materna, ed io Maria Rosaria siamo molto legate a questo paese per affinità di pensiero e di sentire, quindi, siamo sgomente, ma ancor più sorprese nel constatare che, proprio oggi, in un momento storico che si batte per la parità di diritti verso tutti i popoli, al di là di razze, colore della pelle e religione, oggi che si cerca di abbattere muri e confini, innalzando  ponti pur di annullare le distanze tra popoli, culture e lingue differenti, proprio oggi, si cerca di nascondere e di sorvolare su eventi storici di profonda gravità, facendo sì che essi siano dimenticati o ancor peggio rimossi dalla coscienza storica collettiva delle moderne civiltà non solo occidentali, ma anche orientali.

Come afferma Antonio Ferrari sul Corriere TV, si vuole dimenticare forse perché “La memoria  fa davvero Paura. … provoca brividi e polemiche.”[2] Questo breve scritto proviene dal profondo dell’animo e intende, non solo richiamare l’attenzione, ma ancor più risvegliare il ricordo di due eventi tragici accaduti agli inizi del ‘900: i terrificanti genocidi perpetrati contro il popolo armeno, il primo, e contro i Greci del Ponto ad opera dei nazionalisti neo-turchi il secondo. Agli Armeni e ai Greci del Ponto vanno aggiunte anche piccole minoranze di Assiri, così che, nell’insieme tali genocidi costarono la vita a circa tre milioni di persone negli anni a ridosso del primo conflitto mondiale sino al 1923 circa. Mentre del genocidio del popolo armeno si hanno allo stato odierno più informazioni storiche, ed inoltre diverse nazioni europee insieme ad altri paesi hanno riconosciuto l’olocausto degli Armeni, più scarsi sono i richiami e le conoscenze sul secondo genocidio; vale a dire quello contro i Greci del Ponto da parte dei nazionalisti neo-turchi. I greci del Ponto (noti come Pontii o Pontiakoì – Pontiakoí) dovevano il proprio nome alla regione del Ponto (in greco Pontos – Pontój) situata sulla costa meridionale del Mar Nero, nell’Anatolia nord orientale, odierna Turchia.[3] Le comunità greche stanziate in questo vasto territorio sin dall’antichità, nel corso dei secoli avevano sviluppato una prospera civiltà di cui erano testimonianza città quali Sinope, Amasia, Trapezunta (meglio nota come Trebisonda), e altre ancora; città ricche di cultura e centri fiorenti di attività commerciali. Per secoli, durante l’impero ottomano le due comunità, quella turca e quella greca, convissero in un clima di rispettosa tolleranza; una reciproca condivisione delle proprie diversità, soprattutto di ordine religioso. Agli inizi del ‘900 con lo sfaldamento dell’impero ottomano e la deposizione dell’ultimo sultano Mehmet VI, il movimento nazionalista dei Nuovi Turchi, che si andava sempre più affermando al potere, intraprese una drastica politica nazionalista volta a epurare la razza e il territorio da tutte le diverse etnie che lo abitavano; primi ad essere colpiti furono gli Armeni e, successivamente, i Greci del Ponto. Il genocidio di questi due popoli, avvenuto tra le prime due decadi del XX secolo con indicibili violenze e efferatezze di ogni genere, segna pagine nere nella storia di inizi secolo.

 Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, i turchi cominciarono a percepire i loro connazionali di origine ellenica come dei veri nemici. «Sbarazziamoci dei cristiani per essere padroni a casa nostra», affermò il deputato Feyzi Pirinççizade in un discorso tenuto a Mardin il 15 maggio 1915. E, infatti, così avvenne:dapprima furono eliminati gli armeni, poi i greci del Ponto, gli assiri e infine tutti i greci anatolici. Dei discendenti dei milesi lungo le sponde del Mar Nero rimasero in vita meno della metà:353 mila persone furono trucidateo morirono durante gli anni della persecuzione, tra il 1915 e il 1923. La Turchia odierna, oggi, pur di riuscire a far parte dell’Unione Europea, nasconde questi feroci stermini cercando di occultarne le tracce, e, quindi, dimenticando. In Armenia il 25 aprile si commemora l’olocausto del 1915, e dal 1994 Grecia e Cipro celebrano il 19 maggio come giorno della memoria dell’olocausto insieme alle comunità greche sparse nel mondo. Questa cerimonia ha lo scopo di non far dimenticare parte della loro tragica storia! Una commemorazione necessaria, non per rivendicare diritti o puntare il dito contro i nemici, ma soprattutto per ricevere giustizia, quella giustizia pacifica che, affidandosi al ricordo dei cari morti, spera di far sì che non avvengano mai più tali sconfitte; sconfitte soprattutto sul piano morale per gli assassini e sulla memoria collettiva per il popolo martoriato.

Il genocidio ha avuto un riconoscimento ufficiale? «Sì. Nel 2007, l’International Association of Genocide Scholars (Iags) ha adottato una risoluzione che riconosce il genocidio dei greci ottomani, insieme a quello di armeni e assiri. Il Parlamento greco nel 1994 ha istituito la “Giornata della Memoria per il Genocidio dei Greci del Ponto”, che ricorre il 19 maggio. Le autorità turche negano il genocidio: le vittime, a loro parere, sono cadute per la guerra. Ma qui si è trattato di una persecuzione sistematica, avvenuta anche contro i civili per motivi di appartenenza etnica e religiosa. Con il trattato di Losanna del 1923, lo scambio ufficiale di popolazioni fra Grecia e Turchia ha costretto gli ultimi greci del Ponto sopravvissuti ad andarsene, ponendo fine a una civiltà che aveva tremila anni di Storia».[4]

E’ l’amore il sentimento che ha spinto questa battaglia per il riconoscimento di un genocidio che, altrimenti, sarebbe stato dimenticato. Un genocidio che ha cancellato quell’amore che, al contrario, dovrebbe abbracciare tutti i popoli per poter vivere una vita degna degli esseri umani. Ma l’amore è un sentimento contrastato, difficile da raggiungere; un sentimento che viaggia su due binari contrari: uno della bontà e l’altro della cattiveria. Un amore che, invece, si spera possa diffondersi come una epidemia, un amore che ci contagia, ma allo stesso tempo un amore nel quale è difficile credere, nel quale non si ha fiducia, come afferma Amos Oz nella sua analisi sull’amore.

“L’amore di tutti per tutti, quello è meglio lasciarlo a Gesù: ma l’amore è qualcosa di completamente diverso. Non assomiglia affatto alla generosità e nemmeno alla bontà. Al contrario. L’amore è quella strana mistura di una cosa e del suo opposto, una mistura dell’egoismo più egoista e della dedizione più completa. Che paradosso! E poi, amore, il mondo intero non fa che parlare di amore, amore, ma l’amore mica lo si sceglie, si viene contagiati, lo si prende come una malattia, come una disgrazia. Che cosa invece si sceglie? Fra cosa tutti sono costretti a scegliere, quasi a ogni istante? O bontà – o cattiveria. … e tuttavia la cattiveria non muore mai. Come lo si spiega? Evidentemente è tutto per quella mela mangiata lassù: abbiamo mangiato una mela avvelenata”.[5]          

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Le mura di Pontos
walls from Pontos
Danze per la celebrazione della Giornata del Ricordo

                                                                                                                             

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Monumento a Salonicco per la memoria dei caduti di Pontos

salonicco

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I greci, a Ponto, erano discriminati e dovevano sopportare condizioni molto svantaggiose anche dal punto di vista economico. Importanti testimonianze per conoscere questa realtà sono i diari dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau, Giusto per gli armeni, e i libri del generale USA di stanza a Smirne George Horton. Inoltre c’è il libro testimonianza di Elia Venezis Il numero 31328, che racconta di quando l’autore fu preso prigioniero dai Giovani Turchi insieme ad altre 3000 persone, e solo 23 sopravvissero. Gli antichi greci fondarono colonie sulle coste del Mar Nero sin dai tempi più remoti, prevalentemente doriche e ioniche. Nell’età classica i greci pontini si costituirono in polis su modello ateniese, o furono sudditi della Persia, e successivamente dei regni ellenistici originatisi dalla scissione dell’Impero macedone, per poi finire sotto il dominio di Roma.

Durante il Medioevo, i greci del Ponto furono sottoposti al dominio dell’Impero bizantino dopo la sua divisione dall’Impero di Trebisonda, per poi subire l’invasione definitiva dei turchi ottomani. Con la dominazione ottomana, i pontici rimasero isolati dal resto del mondo greco, sviluppando così una lingua propria (tant’è che oggi il greco pontico non è più mutuamente comprensibile con il greco standard parlato in Grecia). Come altre minoranze cristiane dell’Asia minore, quali armeni e assiri, i greci del Ponto subirono dure persecuzioni ad opera degli ottomani prima e dei nazionalisti turchi poi, tant’è che alcuni storici parlano di un vero e proprio Genocidio greco, verificatosi all’inizio del XX secolo.

Nel 1923, i sopravvissuti ai massacri furono espulsi dalla Turchia e ricollocati in Grecia, sulla base dello scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia definito dal Trattato di Losanna. Negli anni successivi alla morte di Kemal Ataturk e dalla fine dell’antiellenismo in Turchia, alcuni di essi fecero ritorno nelle zone d’origine

[1]Maria Tatsos, ‘Quel genocidio dimenticato’, Mondo e missione, fondazione P.I.M.E., Milano, giugno/luglio 2015, pp. 22-24); Maria Tatsos,La ragazza del Mar Nero, La tragedia dei Greci del Ponto, edizioni Paoline,2016.

[2] D’Angelo Emidio, Eravamo a Trebisonda, L’Odissea dei Greci del Ponto.

[3] Ponto era la patria di questi greci, da molto tempo prima che diventasse territorio ottomano e poi turco. Questi greci discendevano dagli elleni di Mileto che avevano colonizzato questa regione a partire dal 750 a.C, fondando Sinope e poi le altre città del Ponto. Il filosofo Diogene e il geografo Strabone erano originari di queste terre, che nel IV secolo d.C. sono ufficialmente diventate cristiane. I turchi sono arrivati dopo, dall’Asia, intorno all’anno Mille e con la caduta di Costantinopoli nel 1453 è nato l’Impero Ottomano

[4] Intervista di Kim Kardashan sul Wall Street Jounal 22 settembre 2016 a Maria Tatsos.

[5] Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, Milano: 192.