Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

“Le storie di alcol appartengono al registro comico. È la ragione per la quel è difficile dirne male. I piaceri che dà sono di ogni tipo, a volte sottili, altre brutali. Riscalda, aiuta a parlare, anima le conversazioni, dà loro una materia, cerca complicità, solennizza le transazioni, scioglie la diffidenza, sostiene la vita sociale. Segna tutti i momenti della vita, tutto quel che rassicura l’essere umano nella sua umanità e l’uomo nella sua virilità. È un piccolo dio buontempone e familiare.” Questo scrive Pierre Jourde in questo bellissimo Paese perduto, pubblicato da Prehistorica Editore che, con questo testo, porta in Italia, per la prima volta, il grande scrittore francese, magnificamente tradotto da Claudio Galderisi.

Pierre Jourde (Foto da youtube.com)

Paese perduto è un paese in cui “non si arriva che smarrendosi”, tra le gole, i dirupi e le foreste dell’Alvernia, una terra selvaggia e magica nel cuore del Massiccio centrale francese. Ed è il paese in cui si svolge questa storia, anch’essa selvaggia e magica in cui due fratelli tornano per una questione di eredità. Arrivati qui vengono a sapere della morte di una ragazza del luogo. La morte della giovane e il suo funerale sono “l’evento magico” attorno cui prende corpo la storia. Ma, attenzione, questo non è un libro di trama. Questo è un libro di persone che, come scrive puntualmente Angelo Ferracuti, sono personaggi loro malgrado.

Un’umanità, un gruppo di persone fatte della stessa materia di cui è fatto questo luogo in cui gli dei sembrano avere scritto una tessitura fatta di violenza e deformità, gesti arcaici e leggende. In cui sangue e merda appaiono come i fili che tengono insieme le storie, le voci che si perdono nelle valli, la solitudine, un tempo che scorre immobile, sempre identico. Una società patriarcale in cui sono le roncole a tagliare carni e legami, fucili a stabilire confini, attrezzi agricoli a provocare mutilazioni che da fisiche diventano anche morali, disegnando il destino e il carattere delle persone.

Su tutto, attorno a tutto, un isolamento e una vita in cui il vino diviene un modo per vincere la noia e tenere stretti i brandelli di un mondo che si avverte prossimo a morire. È la morte a fare da controcanto alla storia, una morte onnipresente anche in quei gesti e atti che, paradossalmente, appaiono come stravolti fuochi di vita. Una morte che, sulle lapidi del cimitero, più numerose delle case, disegna cognomi che si ripetono uguali, come se fossero “sempre gli stessi a morire e a venire riesumati.”

Una Francia arcaica che in queste pagine, dure e senza idillio da paese da cartolina, ci riporta in un luogo di gesti violenti, di silenzi altrettanto violenti, chiusi e custoditi in una società patriarcale in cui alla morte ci si abituava fin da piccoli, con le crudeltà a cui venivano sottoposti gli animali e con quelle a cui i durissimi inverni sottoponevano uomini e donne.

Sono pagine, queste, in cui il funerale della ragazza con cui si apre la storia, diventa quasi la metafora del funerale di un intero mondo, di un paese, appunto di cui l’autore ci racconta il volto raccontandoci quello dei suoi personaggi. Perché davvero un paese ha la fisionomia di chi lo abita. E qui, in un’Alvernia lontana pur al centro dell’Europa, l’arcaico si abbarbica alle pietre delle case e ne impregna, fino all’ultimo respiro, l’arcaico dei pochi abitanti ancora superstiti.

In un impercettibile salto temporale continuo, tra ricordi e cronaca del presente, Jourde costruisce un libro che, come scrive il traduttore e curatore, introduce una “civiltà contadina intorno alla quale gira come un satellite naturale la ricerca multipla d’identità (del villaggio, della civilizzazione dell’Alvernia, delle origini familiari, del concetto stesso di identità) che fa da filo di Arianna al racconto.” Sì, perché Paese perduto è anche un romanzo familiare, una sorta di recupero di un discorso con un padre morto di cui si è saputo troppo poco, di una sceneggiatura genealogica e identitaria appunto di cui è difficile liberarsi. E di cui, forse, non ci si libera mai. Come quel paese perduto che, per due giorni, si ritrova al cospetto della morte della giovane Lucie, mentre la neve copre di silenzio una lapide sotto cui qualcuno e qualcosa se ne è andato troppo giovane “[…] prima che si potesse far tesoro di quel che con lui se n’è andato, per sempre chiuso sotto la pietra «che per l’eternità lo dilapida»

Il libro è arricchito da una bella prefazione di Claudio Galderisi e da una sua interessante nota di traduzione in cui spiega quanto sia stato complesso confrontarsi con la lingua di Pierre Jourde. Perché Paese perduto è anche questo, un ritmo linguistico che colpisce e disorienta come l’aria delle montagne di cui ci parla

Paese perduto Book Cover Paese perduto
Pierre Jourde
Narrativa
Prehistorica Editore
2019
197