Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

È un enorme lavoro di ricerca archivistica e documentaristica quella che ha portato lo scrittore e storico Frediano Sessi a realizzare L’angelo di Auschwitz. Mala Zimetbaum, l’ebrea che sfidò i nazisti. Di cosa si tratta? Di chi si parla quando si parla di Mala? Nella letteratura concentrazionaria, come nella saggistica concentrazionaria, vi sono indubbiamente altri nomi che sono arrivati a conoscenza del mondo intero. Forse Mala non è esattamente tra questi, pur avendo parlato di lei anche Primo Levi.

Mala era una giovanissima ebrea di origine polacca, arrivata ad Anversa con la famiglia che, molto presto, visse sulla propria pelle quella diaspora, quel vagare per l’Europa alla ricerca di un luogo “sicuro” in mezzo alla tempesta in cui il nazifascismo stava gettando il continente. Pinkas Zimetbaum-Hartman, padre di Mala, giunse nella città belga dopo vari spostamenti che dalla Polonia nativa lo potarono in Germania e poi in Belgio, in quella capitale fiamminga, Anversa appunto, che da possibile rifugio divenne ben presto una città travolta dall’antisemitismo.

Mala Zimetbaum (Foto da Wikipedia)

Ed è ad Anversa che, il 22 luglio del 1942, Mala viene arrestata e imprigionata nel terribile forte Breendonk, struttura in cui i nazisti imprigionavano coloro i quali sarebbero poi stati deportati verso i campi di sterminio. Era una giovane donna Mala, entusiasta, piena di vita, di poco più di vent’anni quando la sua vita sarebbe cambiata per sempre. La sua fortuna, almeno parziale, almeno da un certo punto di vista, fu quella di conoscere ben cinque lingue. Fu questo che, una volta deportata a Auschwitz-Birkenau, le consentì di vedersi assegnati incarichi di interprete e di portaordini dalla responsabile SS del campo femminile, la famigerata e assai temuta Maria Mendel.

Grazie a ciò, Mala ebbe la possibilità di godere di condizioni di vita migliori rispetto alle altre prigioniere, entrando a far parte di coloro i quali venivano chiamati prominenten, cioè detenuti privilegiati. Che, spesso, proprio in virtù di questo privilegio (aleatorio e alla fine inutile) assumevano verso gli altri prigionieri atteggiamenti ancora più brutali e crudeli delle stesse SS. Ma non Mala che, come veniamo a sapere attraverso le pagine di questo L’angelo di Auschwitz, mantenne dritta la barra dell’umanità e della dignità. E fu proprio questo che, però, la pose davanti ad uno dei conflitti interiori peggiori tra quelli davanti ai quali possa trovarsi un essere umano: decidere chi salvare. Sì perché Mala non perse mai la sua lucidità, neppure nelle terribili e inimmaginabili (per quanto molto raccontate e testimoniate) condizioni di prigionia nei campi di sterminio. Facendo tutto ciò che la sua posizione le consentiva di fare, capendo però bene cosa non fare, chi non poteva aiutare. Aiutando, proprio per questo pragmatismo, molte più persone di quanto avrebbe potuto salvarne se si fosse lasciata guidare da un velleitario desiderio di salvare tutti.

Mala compì gesti concreti ma rappresentò, anche con la sua sola presenza, un esempio di vera e propria resistenza. Una rappresentazione chiara di come non in tutti il male travolse e spazzò via il concetto stesso di umanità. Mala, nella corrispondenza che riusciva a inviare alla sorella, pur molto attenta a non lasciare trapelare nulla che la censura interna al campo poteva cassare, insisteva molto su questo, proprio su questo, su come la prigionia non l’avesse cambiata, rassicurando di “essere sempre la stessa Mala”. Parole che mostrano come la giovane donna fosse ben consapevole della disumanizzazione, prima forma di violenza che i nazisti perpetravano verso i loro prigionieri/schiavi.

Ma su di lei i nazisti fallirono, fallirono nel loro criminale intento di eliminare ogni traccia di umano e di dignità. Al punto che Mala, il 24 giugno del 1944, fu protagonista di una memorabile evasione che, per quanto si sia conclusa in modo drammatico, insinuò il germe della resistenza in molte donne, indipendentemente dalla fine che esse poi fecero.

Una fuga davvero rocambolesca che la vide, insieme al prigioniero Edek Galinski, gettare nel panico l’intero comando del campo per ben tredici giorni, prima di essere di nuovo arrestata e chiusa in una cella di isolamento. La sua fine, su cui le testimonianze divergono (e non vi diremo come) fanno di questa donna una figura che sconfina nella leggenda. Ma questo non ha alcuna importanza. Anzi. Come scrive lo stesso Sessi a inizio libro: “Mala (Malka) Zimetbaum: verità o leggenda? Chi ha raccontato di lei, già nel dopoguerra, ha tramandato insieme fatti accaduti, cui ha assistito, e storie sussurrate da altre, quasi che il suo nome, per le donne sopravvissute a Birkenau, fosse di per sé speranza di salvezza e di resistenza al dolore. Un talismano per far risorgere nelle internate il desiderio di continuare a vivere, nonostante tutto, e tornare a casa.”

Ecco cosa fu Mala, prima di tutto, un talismano, un nome che funzionava proprio come funziona un nome. Dando modo, tra le altre cose, di nominare le cose, anche la speranza.

L'angelo di Auschwitz. Mala Zimetbaum, l'ebrea che sfidò i nazisti Book Cover L'angelo di Auschwitz. Mala Zimetbaum, l'ebrea che sfidò i nazisti
Frediano Sessi
Storia
Marsilio
2019
174