Nato a Viterbo il 25 ottobre 1991, laureato in  lettere (Università della Tuscia) e appassionato di musica (jazz, prog, elettronica).

Terminata la fase hippy di Woodstock, gli anni Settanta per l’area di San Francisco sono sinonimo di avanguardia, follia ed estremismo. I Residents non sono una band, non sono un progetto montato a tavolino. Loro, insieme a quei mattacchioni dei Devo, all’anarchia incontrollata dei Pere Ubu e alla violenza di Chrome e Suicide, chiudono il quadro statunitense nel migliore dei modi. I vari schemi impensabili e fuori dal comune di Zappa e Beefheart trovano finalmente dei compagni. Si tratta di uno stream of consciousness impossibile da spezzare e interrompere, dove si giunge ad una conclusione, in realtà inesistente. Astrazione pura. Il modo giusto per imbattersi in una proposta del genere è quello di immaginarsi un fluxus, simile a un film, dove tutto può succedere e non c’è nulla di prestabilito. Quindi si tratta di fantasia o di suono concreto? I Residents si presentano come dei profeti apocalittici del presente e del futuro. La struttura atonale, aritmica, amelodica delle composizioni e le linee vocali nasali, distorte e monotone, sono i loro elementi caratteristici. Il primo album “Meet The Residents”, che “aggiorna” ironicamente la copertina di “Meet The Beatles”, è un mix di folli balletti, fanfare e mini-concerti per percussioni, tastiere e canti oscuri. I brani simbolo sono il rifacimento di “These Boots Are Made For Walking”, la Faustiana “Smelly Tongues”, l’acida ballata pianistica di “Rest Aria”, il funky inclassificabile di “Infant Tango” e il cabaret infernale della dissacrante “Crisis Blues”. Dopo questo shock, nel 1978 approdiamo alla saga successiva del pianeta Residents, ovvero al capolavoro “Not Available”. Questo album, concepito nel 1974, si presenta come il trionfo della manipolazione sonora, tanto da essere definito come un vero esperimento fonetico. L’ ossessivo incipit tribale di “Edweena” viene subito smorzato da celestiali synth e filastrocche senza senso, che aprono un fantasmagorico scenario per la mente e l’orecchio. “The Making Of A Soul” è una fanfara jazz dove si fondono minacciosi sax, malinconiche voci recitanti subumani flussi di coscienza con surreali linee di piano. Dopo tutto ciò si sprofonda nel tumulto generale. Arrivano le ultime due composizioni ad innalzare il picco di assurdità e follia. La colossale “Ship’s A Going Down” è un macabro schiamazzo di ubriachi con sottofondo suoni sintetizzati e orgie inconcepibili di sax. “Never Known Question” è il definitivo teatro dell’assurdo: il declamare gracchiante accompagnato dal motivetto di synth viene lentamente assorbito dal sinfonismo epico del finale. Quindi, la concezione dei Residents sussiste nel simboleggiare la condizione catastrofica dell’uomo, facendo passare la musica in tutte le fasi del tempo storico e dello spazio. Si cerca di esplorare il più possibile il parlato, immaginando assurdi innesti di sax free jazz con sintetiche linee di tastiera. Dalla loro filosofia trapela un inarrestabile pessimismo cosmico, dove l’uomo sprofonda impotente nel dolore dell’alienazione. Tutto ciò, però, viene esplicato con un’originalissima ironia, quasi da sberleffo, che disegna lidi immaginari come soluzione all’esistenza. La carriera non finisce di certo qui: troviamo il collage di “Third Reich And Roll” (1975), il futurismo di “Fingerprince” (1976), le brevi composizioni di “Duck Stab” (1978), il concept glaciale visionario sugli esquimesi di “Eskimo” (1979) e gli sketch di “Commercial Album” (1980).

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Residents
Avanguardia
Registrato nel 1974 ma uscito nel 1978