Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti. Fabio è venuto a mancare nel maggio del 2017. Ma noi abbiamo in archivio molte sue recensioni inedite che abbiamo deciso di pubblicare perché sono davvero parte della storia della critica musicale italiana

I SIGNORI ASSOLUTI DEL DESERTO AMERICANO. Guy Kyser era un laureato in chimica di livello e la sua band, i THIN WHITE ROPE (sottile corda bianca = liquido seminale) sono state una delle cose più significative non solo del rock degli Anni Ottanta, che la gente più giovane farebbe bene ad andare a (ri)scoprire, ma proprio del movimento rock in assoluto.Non trovo nemmeno tutti questi punti di contatto con i Quicksilver Messenger Service di John Cipollina od altri. La band di Kyser, in virtù della voce, assolutamente unica e particolare di costui, e del suono che sviluppavano , aspro, chitarristico, privo di qualsivoglia anche piccolo compiacimento formale, ma indissolubilmente legato alla siccità del deserto Usa, non aveva né successivamente ha avuto alcun tipo di replica o riscontro, come, purtroppo, anche quelli commerciali a loro favore. Idolatrati dalla critica musicale, furono costretti a sciogliersi dopo solo cinque album di studio ed uno dal vivo, avendo coperto lo spazio temporale dal 1985, lo strepitoso esordio, fino al 1991 compreso. Questo, a mio avviso, è il loro disco migliore, ma non tutti i pareri sono concordi, ma poco importa. Il rigore di questo album è fuori discussione, così come la sua leggendaria originalità. Del resto, lo splendido altro capolavoro “In the spanish cave” non ha TUTTI i brano all’altezza di quelli di questo disco, e neppure l’esordio, per quanto fulminante ne aveva la medesima compattezza. Loro erano originari di Davis, in California, Roger Kunkel era l’altro chitarrista della band, un chitarrista dal suono affilato, metallico, mai banale. Kyser cantava con la sua voce da muezzin arabo, roca, di cartavetrata, profonda ed anche malinconica, coyote alla luce della luna fredda di quelle zone, Qualcosa ascrivibile a scansioni new wave, molto al patrimonio “acido” che fu degli Anni Sessanta. Al centro di tutto, come detto, il deserto, descritto in modo fantastico, dipinto nella mente dell’ascoltatore sia nelle sue giornate assolate che nelle notti buie e gelide. Le canzoni sono tristi, mai gioiose, ricche di pathos, gli assoli che caratterizzano questo suono sono acri, segaligni, essenziali, lame inflessibili che restano incise nelle carni. E questi assoli spesso nascono dal nulla, esattamente come i pericoli del deserto, da un predatore ad uno scorpione, dal tempo atmosferico ad un coyote. Country elettrico, blues, psichedelia, suoni distorti ma lucidissimi . Vibrano di malinconia e tristezza quasi tutti i brani, ma non si può non citare, tra tutte le meraviglie dell’album “Not your fault”, che ha una melodia che lascia attoniti o la tristezza di una “Thing” che resta a lungo impressa. Ma anche tutte quelle composizioni che anticipano lo stoner rock che sarà dei Kyuss di Joshua Homme, oggi accompagnatore, talora pure scialbo, di Iggy Pop. Songs come “If those tears ” o anche ” Crawl piss freeze” . Insomma , un CAPOLAVORO ASSOLUTO NON REPLICABILE DA ALCUNO . C’è il deserto là fuori ed i Thin White Rope lo celebrano adeguatamente. Quinto disco dei miei dieci preferiti in assoluto, esclusi i solisti.

Moonhead Book Cover Moonhead
Thin white rope
Rock
1987