Nato a Viterbo il 25 ottobre 1991, laureato in  lettere (Università della Tuscia) e appassionato di musica (jazz, prog, elettronica).

L’Italia produttrice di pseudo plagi ed opere invecchiate male? Spero pensiate ciò solo perché non siete a conoscenza di “Aria” di Alan Sorrenti. Ah, quello di “Tu Sei L’Unica Donna Per Me”? No, è un altro. Un po’ come succede nella reincarnazione: si vive una vita e poi se ne vivrà un’altra. Spesso e volentieri dalla scuola prolifica ed originale di Napoli vengono tirati in ballo Pino Daniele, Bennato e Massimo Ranieri, dimenticando alcuni genietti che avrebbero bisogno di maggiore spazio: gli Osanna di “Palepoli”, il Balletto Di Bronzo di “YS” e Alan Sorrenti. Quest’ultimo è un personaggio molto particolare, che è venuto alla ribalta nazionale mostrando il lato più frivolo e meno impegnato del suo vero potenziale. Nella fine degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta si respira un grande clima di tensione misto a creatività, sia sociale che politica. Abbiamo i primi vagiti della contestazione italiana che rispondono a quelli oltreoceano e gli esordi di alcune grandi band della scena musicale. Non è la nazione di “Canzonissima” e di “Sanremo, c’è qualcosa di più. Iniziano a farsi vivi i festival d’avanguardia e i raduni dei freakettoni a Parco Lambro. Non c’è soltanto sballo fine a sé stesso e agitazioni tra faziosi e giovani egocentrici. Muovono i primi passi trionfanti le grandi formazioni, come la PFM, il Banco e Le Orme, ma si arricchisce anno dopo anno anche il sottobosco underground, con piccoli geni e alcune uscite senza gloria. Il limite di una certa produzione italiana è quella di avere voci non altezza e strumentisti che si fermano troppo allo scimmiottare i vari Vanilla Fudge, Cream e Procol Harum. Però, lo stimolo di creare una propria identità è ben presente, e lo dimostrano grandi esempi come “Aria” di Alan. Il giovane napoletano, fratello della divina Jane Sorrenti, cantante del gruppo prog folk dei Saint Just, piomba in primo piano nell’ambiente partenopeo. I dischi inglesi ed americani circolano parecchio, sono loro quelli che hanno generato il termine “rock”, e in Italia si sente il peso di dover creare una fusione tra tutti questi echi esteri . Questo senso di oppressione viene gestito benissimo da Alan, che nel 1972 riesce a sfornare un vero e proprio miracolo, subito acclamato dalla critica e dal pubblico. Quest’ultimo in quegli anni era veramente attento, specialmente le frange della contestazione, che erano pronte a fischiare un cosiddetto “poser” o “finto compagno”. Alan di questo periodo è un’immagine ben lontana dal facile consenso di “Figli Delle Stelle”, e soltanto il problema dell’ispirazione riuscirà a cancellare. Già dal secondo album “Come Un Vecchio Incensiere All’Alba Di Un Villaggio Deserto, del 1973, si sente il copia e incolla dell’ambient sonoro generato in “Aria”. Avete presente Tim Buckley di “Starsailor”, Robert Wyatt di “Rock Bottom” e Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator? Bene, esattamente quella roba lì. Quindi, o si possiede un estro, capace di costruirti una carriera lunga almeno una decade, o dopo un disco si rischia di scomparire. L’abbandono “tristemente obbligato” della coerenza è la causa del tramonto di questa bellissima voce e delle sue altissime vette senza rivali. “Aria”, la titletrack, è assolutamente il vertice dell’espressività canora della musica italiana in generale, insieme a Francesco Di Giacomo (Banco) e Demetrio Stratos (Area). Immaginatevi un giovane freak che passa il tempo ad improvvisare insieme a pittoreschi personaggi e nuvole di chillum. I testi pseudo filosofici, poetici e immaginifici sono il fattore che aumenta fortemente il pathos che sgorga dalle liriche. Si viene avvolti da un alone di mistero, di tenebra. E’ tutto unico ed estremamente affascinante. Un declamare alienato, figlio dei poeti maledetti, proprio come un Baudelaire catapultato tra chitarre e percussioni tribali. Il violino che svolazza nei pendii innalzati da Alan è quello di Jean Luc Ponty, violinista di Frank Zappa e della Mahavishnu Orchestra di McLaughlin e Billy Cobham. Abbandonando gli elogi alla titletrack, possiamo decretare “Vorrei Incontrarti” come una delle più delicate ballad del prog nostrano, sorella delle varie “I Talk To The Wind” e “Nothing At All”. In questo caso la voce non gioca tra accenti gravi e urla stregate, ma si imposta in una sonorità soffusa pronta a rilasciare emozioni come carezze materne. La successiva “La Mia Mente”, invece, ripresenta uno spaventoso disegno capace di sconvolgere e terrorizzare. L’eterea “Un Fiume Tranquillo”, con un testo al limite del panismo e dell’edonismo, chiude contemporaneamente il lavoro e la carriera alta e sopraffina del giovane Alan. Tutto sorprendente come il seguito di questo fantastico sogno. Da qui in poi ci sono soltanto alti e bassi, momenti critici e sogni svaniti. Una realtà bloccata dal sistema e dalle logiche del mercato. O rimani nella cerchia dei pochi eletti o sorridi in tv per fuggevoli piaceri.

Aria Book Cover Aria
Alan Sorrenti
Musica italiana
1972