Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Scrivo la recensione del nuovo cd doppio dei Metallica nel momento in cui l’album, alla prima settimana di ingresso su Billboard, è già l’album più venduto in America. Eppure c’è chi storce ancora il naso. Cosa si aspetta questa gente? Che i Four Horse-Men suonino come ai tempi di “Master of Puppets” (1986) o di “Metallica” (1991), l’album tutto nero più venduto nella loro discografia e non solo? Ciò non è più possibile. I Metallica sono reduci da una serie di dischi di non alto livello e questo loro nuovo cd ha almeno una coerenza di base non discutibile. Se poi si cerca la novità in un ensemble che da oltre 30 anni è il n° 1 del Metal, beh, allora c’è qualcosa che non va nel cranio di questi critici. Ho letto in questi giorni una marea di astrusità, sia sul gruppo che sul disco. E’ venuto il momento di fare un po’ di chiarezza e di pulizia. E parla una persona che non li ha mai stimati oltre misura ma il vaso è colmo e bisogna intervenire in qualche modo per riportare le cose in un alveo di razionalità. Basta sputi, basta colpi di tosse di supponenza. Questi signori meritano rispetto.
Come si fa a dire che la voce di James Hetfield non è più all’altezza? Stupidaggini. L’effetto è lo stesso che mi provocano coloro che parlano di sesso senza esercitarlo e se ne stanno con le mani in mano (si fa per dire). Chiacchiere da bar o da sfaccendati qualsiasi. Il doppio cd contiene 6 composizioni per dischetto e pure qui c’è grande discordia. Una parte del comprensorio ritiene che il primo cd sia migliore e più grintoso ed il secondo un po’ troppo nella tradizione del rock duro, senza la dovuta vivacità. Io penso che le cose siano entrambe vere ma a metà. Ci sono cose più riuscite nel disco, alternate ad altre più scontate. Moltissimo il mestiere ma indubbie le capacità tecnico- strumentali di James Hetfield (Chitarra e voce), Kirk Hammett (chitarra solista), Lars Ulrich (batteria) e Robert Trujillo (basso). I 4 sono un vero mostro di cemento ed acciaio. Si comincia col proto metal punk di “Hardwired”, una delle cose più vicine ai vecchi Metallica. Normale che si autocitino. Sono la “storia” del settore. Una massa di suoni belluini e velocissimi con la batteria assolutamente pazzesca di Ulrich (altro che storie! adesso manco più lui va bene, ma per piacere!). Certo, c’è parecchio mestiere ma la materia è ancora grezza ed affascinante e piena di urgenza. Un bel pezzo se ascoltato a lungo. Molto più profondo rispetto a quello che appare nella superficiale cavalcata. Intenso, seppure breve. “Atlas, Rise!” ne ripercorre le movenze ma con forse maggiore elasticità ed espressività. Senza i Sabbath comunque, questi toni non sarebbero mai stati suonati. Il riff è consono e forse abusato ma i quattro suonano in modo pazzesco (chitarra di Hammett e batteria di Ulrich su tutti). Non tutto brilla certamente per originalità ma la quantità è tale che… sentite il “solo” di chitarra di Hammett: tonitruante! E che dire della batteria impazzita di Lars! Mi pare un gran pezzo comunque, ancora i Black Sabbath nel mirino.”Now that we’re dead” parte come una galoppata assolutamente incontenibile. Le chitarre riffano assieme con potenza e violenza notevoli. Lunga l’introduzione solo strumentale suonata in modo convinto, la parte cantata non brilla per novità ma ce lo aspettavamo. La parte centrale cambia passo e risulta tosta. Il brano risente di una musicalità un po’ troppo monocorde e monodirezionale ma, è pur sempre una cosa notevole. Fantastico l’assolo di Hammett. “Moth into flame” è ancora serrata e tosta. La chitarra disegna un riff che ribolle letteralmente nelle fondamenta del pezzo mentre la modifica apportata al centro del brano che riporta in evidenza il cantato di Hetfield, non è immune dal dover subire qualche critica. Soprattutto la batteria qui, non inventa nulla. Qualcuno l’ha definito uno dei vertici del disco: mi permetto di non essere d’accordo. Mi sa una delle cose più fotocopiate nel passato loro e non loro. Lucidità di stesura per me non sufficiente. “Dream no more” si apre pesante come un catafalco funebre. Sono i suoni sepolcrali di Iommi. Piaccia o no la responsabilità della composizione di tutti i brani del disco è sempre della coppia Hetfield–Ulrich. Gli altri due, sotto il profilo della composizione, non esistono. Brano durissimo che fa male alle orecchie, una lunga notte di metallo incandescente, senza pace alcuna: a me piace. Ancora un “solo” al fulmicotone di Hammett alza ancora di più ciò che il pezzo dona. Elettricità e testosterone senza limiti. “Halo on fire” chiude il primo cd. Conferma che il disco si avvale di una base compositiva abbastanza limitata e gioca le sue carte sulla capacità strumentale dei quattro. Ma qui c’è la melodia. Per la prima volta nel disco. A scalare il suono, arpeggiate le chitarre, più morbida la voce del leader prima dell’ispessimento atteso. E non ho dubbi nel ritenerlo il brano migliore del primo cd e non solo. Sotterranea la melodia, da brividi l’esecuzione dei quattro. Parecchie le variazioni sul canovaccio iniziale fanno di questo pezzo un piccolo gioiello. Metallica grandi rockers! Parte il secondo cd con “Confusion”. E’ dark sound pieno, con flashes potenti e ripetuti: ancora i Black Sabbath più duri ad ispirare. Questo è uno dei brani che la critica ha maggiormente martoriato. Certo, dopo 8 anni e passa ci si aspettava, forse, qualche novità. Ma loro sono così: prendere o lasciare.
Nella norma il pezzo, né esaltante né scadente, pure orecchiabile. Non mi impressiona molto e la batteria mostra la corda, stranamente. “ManUnkind” parte con un arpeggio profondo e dissonante della chitarra.
Dopo, si lancia nella consueta lava metallica. Scansione classica di un brano di metal per una narrazione fatta tutti di scatti, stop e riprese. Serrata, non sempre lucida , potentissima in più di un passaggio, finisce col non dispiacere ma ci vuole parecchia pazienza. “Here comes revenge” non viene citata da nessuno ed a me è il brano che piace di più. Per carità, sempre nella tradizione classica di questa musica ma che qualità. Pesante, asmatica, respiro ansimante di un mammuth, un basso che ti spacca dentro (grande Trujillo finalmente per tutta la durata del pezzo), una serie di riff chitarristici formidabili che si incastrano a velocità pazzesche. C’è poco da fare ascoltando i Metallica, chi se ne frega dei testi! Ma qui sentite che musica. Ulrich pare tornato quel vichingo che era e la batteria è l’asso in più del brano ma tutto suona perfetto, lucido ed inattaccabile come il monolito di ferro di “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick . Grandissimo lavoro di tutti per donare al brano una forza estrema che scardina qualsiasi ostacolo: BRUTALE E BELLUINA, VIOLENTA COM’E’ GIUSTO CHE SIA. Un basso che pare fermarsi nella battaglia a rifiatare, la musica che rimbalza e ti fa venire i brividi, letteralmente: da ascoltare obbligatoriamente in cuffia. Il solo di Hammett da catalogare tra i migliori in assoluto nella storia del gruppo e del metal tutto. SPLENDIDA! Che altro dire? “ Am I savage?” parte lenta e riflessiva. Più zeppeliniana di tante altre nel riff squadrato e ripetitivo e molto Alice in Chains nel cantato e nei suoni allungati della solista, è un altro pezzo sicuramente riuscito. Mi piace quel suo saltellare psicoticamente da un punto all’altro, senza schemi rigidi. Gioiellino inafferrabile e cupo in modo intelligente. Bella. “Murder One”: arpeggi melodici in libertà e poi percussività esasperata. Sprazzi lirici scombussolati da una belva sonora che non ha misericordia. Pensare che i Metallica siano diversi da qui è una follia. Bella ed è la terza di seguito: da ascoltare con grande attenzione. “Spit out the bone” chiude il disco. Primo cd dura 37 minuti, il secondo 40 minuti. Quasi 88 minuti di musica, non è poco. In particolare quest’ultimo pezzo riprende i suoni di “Hardwired” che apriva il disco con una scansione velocissima, quasi da trash metal. Ma lo fa addirittura meglio. Grinta da vendere, forza in eccesso addirittura, velocità assurda: che chiedere di più qui, in questo contesto metal? Null’altro. Chiusura alla grande per un disco che riporta i Metallica dove compete loro, pur non essendo perfetto ed immune da critiche , come detto. Lampo nella notte o seme di una prossima, definitiva riesplosione? Ce lo dirà solo il prossimo disco, se e quando ci sarà. Per adesso siamo fiduciosi e grati. TRE STELLE E MEZZO.

Hardwired to self destruct Book Cover Hardwired to self destruct
Metallica
Rock
2016