Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Attenzione, i padri fondatori nel 1994, con l’omonimo, devastante album “KORN”, del nu-metal, autori di ben cinque dischi in successione, di grande livello nel settore (ben quattro i capolavori), dal 1994, appunto fino al 2002, tornano con un nuovo album.
Dal 2002 i Korn erano spariti in una nebulosa di no-ispirazione artistica e facevano quasi pena, irriconoscibili. Sbiadite le esecuzioni, tante le defezioni (un chitarrista ed il batterista originario, quest’ultimo mai più rientrato), il suono era plastificato, appiattito su un mainstream riconoscibile ma, senza più gli artigli. Le interpretazioni vocali del grande Jonathan Davis ridotte alle pallide imitazioni della gloria che fu. Questi sanno suonare la loro musica violenta, iconoclasta, senza pietà ma, il basso a sei corde di Reginald Arvizu, “Fieldy”, non pompava più, le chitarre erano senza forza e profondità, oltretutto, si è dovuto attendere il rientro di “Head” il chitarrista che, in coppia con “Munky”, aveva inventato il suono Korn. E, in effetti, l’ultima loro uscita “The paradigm shift” aveva rianimato e rincuorato i vecchi aficionados. Niente di trascendentale, beninteso ma c’era stato un almeno parziale recupero della loro credibilità e di un suono più convinto e convincente. Notevole quindi, l’attesa per questa nuova uscita, per verificare lo stato di salute del combo di Bakersfield (California). I due video anticipatori del disco non è che avessero fatto capire granchè. Certo, la cattiveria sembrava quella dei vecchi pezzi ma la stesura compositiva non mi convinceva del tutto, anche se, uno dei due era almeno dignitoso. Badate bene, Davis è stato uno che, nello stesso brano, cambiava dalle quattro alle sei volte voce, interpretando di volta in volta il pedofilo che attenta alla vita dei piccini, la voce dei piccini stessi, la normalità, l’utilizzo del “growl”, modo di cantare da orchi puri, toni melliflui alternati a violenti scoppi di ira e di rabbia belluine. Oltretutto, suonava, di tanto in tanto, pure le cornamusa, che nel nu-metal, col loro suono glaciale non è che fossero proprio una normalità come il cacio sui maccheroni. Infine, essendo stato violentato da bambino, come da lui stesso ha dichiarato ed avendo, si fa per dire, affinato il suo “stato mentale” quale inserviente in un obitorio, non è che quel che sarebbe uscito fuori dalla sua voce e dagli strumenti di altri potesse avere qualcosa a che fare con “Heidi”. Usciremo dall’analisi con una lastra definitiva del loro attuale stato di salute. Promesso. Con loro non si fanno prigionieri. Con loro o si vince o si perde. I Korn da tempo non hanno più bisogno di mettere i loro nomi sulle note del booklet. La nuova copertina del disco, bella e ipnotica per colori e temi, riporta al loro percorso artistico, citando alcuni frammenti delle copertine precedenti e sfruttandone gli aspetti, come sempre, inquietanti. Bella, per me.
Undici le selezioni che compongono il disco per 40 minuti e 42 secondi di durata. “Insane”, corredata da un video almeno inquietante, è il secondo singolo di lancio. Parte con un arpeggio forte della chitarra poi col grido belluino di Davis ed il tema si sviluppa con forza inaudita, col growl del cantante, il riff centrale pare quasi adolescenziale mentre, tutto attorno si crea uno stato da incubo generalizzato, interrotto dalle grida ferine di Davis, come non dire che in cuffia non sia allucinante: hanno recuperato qui quasi tutta la loro cattiveria. Suonano benissimo per il tipo di musica che producono. Siamo soddisfatti. La cuffia è indispensabile! Altrimenti si perde la profondità. Bella “Rotting in vain”, primo singolo tratto dal disco, anch’esso corredato da un video allucinato e “gotico”, ripercorre la stessa struttura del pezzo precedente ma, con se possibile, ancora maggiore forza. Il lavoro di Arvizu al basso è strepitoso così come la percussività rabbiosa della batteria. Davis canta benissimo, forte, prepotente, testosteronico. Alcuni inserti, verso un suono rappato, mi convincono di meno. Ma la selezione fa venire il mal di mare: ascoltate il lavoro oscillante delle tastiere, pare di stare su un vascelletto leggerissimo contro onde altre almeno tre metri. Bella!
“Black is the soul” è sferragliante, soffre di una sorta di zoppia voluta ferocemente, la parte strumentale è efficace da far paura. La voce è insidiosa nella parte morbida, cattiva nella sezione centrale. Mi sembra che abbiano fatto qualcosa di nuovo per loro, nella composizione. Devo dire che mi piace e pure parecchio come stesura compositiva. Non è un disco per educande questo, pensandoci, mi viene in mente quel film in cui un posseduto dal demonio fa un verso sconcio con la lingua ad una suora dentro ad una chiesa: la devastazione luciferina più fuori natura. Tostissimo pezzo di nu-metal, blues virato alle durezze dell’heavy.
Fermiamoci un attimo. Questi primi tre pezzi testimoniano di una ritrovata forza, sia esecutiva che espressiva. Insomma, sembrano in ottima salute ma andiamo avanti con l’esame del disco. “The hating” parte col cantato disperato di Davis e l’arpeggio lugubre e nitido della solista di Head. Poi, ti viene addosso il loro consueto mezzo cingolato, ammasso di lamiere contorte, illuminato da una voce satanica, da ragazzino perverso e pervertito. Pure qualcosa dei mai troppo celebrati Killing Joke emerge qui. Rabbia lucida in lattine e barattoli compressa, che esplode in modo incontenibile. Il riff è sempre spettacolare. Chi ha inventato un genere, mentre tutto il resto del contado boccheggiava o quasi non può esimersi dalla sua cattiveria. Non c’è misericordia qui, “no mercy”, sia nella voce che nei suoni. Bellissimo trancio di Inferno, fumante e fiammeggiante. Solo qualche piccolo eccesso nel finale. Il vertice del disco fino a qui. Musica potentissima! “A different world” vede come ospite, la presenza del leggendario Corey Taylor, vocalista dei nove mascherati dell’Iowa, Des Moines, gli SLIPKNOT. Parte con un rimbalzo elettronico poi si innesta, la solita tempistica sonora oscura. La presenza di Taylor si apprezza nei consueti “squarci sonori” che, fin dagli esordi hanno caratterizzato il suono del quintetto così come quelli dal terzo album in avanti, degli Slipknot che a loro devono sicuramente molto avendo esordito cinque anni dopo su disco, nel 1999. Il brano lo trovo un po’ troppo eguale a sé stesso, non la cosa migliore del disco, quindi. “Take me” scarica quantità oceaniche di elettricità e si distende in un riff ludicamente lascivo così come fa intendere la voce del leader. Tutto attorno è burrasca. Mentalmente c’è una cupezza fuori dalla norma. Sono vivaci, calibrati, il riff resta subito nelle orecchie, Davis fa il “morbido”, come quando attenta alle ragazzine imberbi. Bella e coinvolgente
“Everything falls apart” conferma la statura eccellente del disco. Se mi dovessi fermare a questa nuova incisione (album), dovrei dire che, fino a qui, i Korn li abbiamo recuperati tutti: questa è la loro musica, prendere o lasciare, come fu dagli esordi. Ma nessuno sa descrivere in musica le zone più buie e perverse dell’animo umano. Si suda davvero ad ascoltarli in cuffia e recensirli. Ma andiamo avanti con la disamina di questo pezzo. Pesantissimo brano che si abbatte come un maglio nell’incipit iniziale, il basso di Arvizu spettacoloso, pulsante, tronco di spessore inaudito. Madonna, quanto è forte questo pezzo! Strumentalmente sono micidiali, qui davvero inimitabili nel loro mondo. Tastiere allucinate ci fanno sentire male, sono creatrici di stati d’animo infernali, infestati da allucinogeni che creano creature immonde che non scompaiono con le prime luci dell’alba ma sostano digrignanti e sfidanti nella tua stanza da letto. PAZZESCA. Fin qui sopra tutte le altre pure splendide. Cuffia, ancora una volta indispensabile per ascoltare tutto quello che la voce di Davis che cambia in continuazione ma è pure presente nel sottofondo buio del pezzo, riesce a creare. ARTE NERA ALLO STATO PURO. “Die yet another night”, muori un’altra notte. Ha un suono apparentemente più morbido ma non è così perché vira su un ponte traballante che prova a sorreggere un mostro di costruzione di acciaio e cemento. Le due chitarre, mai soliste, come da sempre avviene ma tenutarie, chiavi in mano, del suono demoniaco dei Korn, assieme al basso di Reginald Fieldy Arvizu fanno sconquassi. Stratosferico addirittura il cantato nel finale. Voce dolce e insidiosa fino alla fine. Strepitosa.
“When you’re not there” ancora col basso prodigioso, sviluppa un tema elettrico e nevrastenico con lucidità ammirevole. Rapace, nera la capacità di generare emozioni impronunciabili, terrificanti. Grandissimo qui il lavoro come per tutto il disco, del batterista. Credete, leggerete perché non hanno cuore e tempra questi pennaioli da strapazzo pure nella musica, del “solito disco dei Korn” ma non è così. Questo va preso ed aggiunto ai primi cinque loro dischi. E’una via di mezzo, se possibile, ancora più cattiva tra “Issues” ed “Untouchables”. Ero partito disilluso ma ho dovuto ricredermi. Il sottoscritto i Korn li conosce bene, fin nelle loro pieghe più imperscrutabili. Bella anche questa. “Next in line” è l’Inferno. Non se ne esce. Più degli ultimi Neurosis, loro non danno scampo alcuno. La pacifica distensione virile della parte centrale del riff viene soffocata con un cuscino sulla faccia, dal saltellare sabbatico della voce del cantante mentre, attorno infuriano gli elementi (sonori). Roche grida scuotono fino nel profondo. Il principe della notte è emerso in superficie e fa giustizia degli scombiccherati che gli si parano dinanzi senza pietà e con nonchalance. Ancora una cosa riuscita. Infine “Please come for me” che, chiude il disco, conferma che gli attuali Korn non si fermano un attimo. L’ispirazione flette per un attimo ma, si riprende immediatamente su un riff d’acciaio fumante. E questa invocazione (Vieni per me), gridata a pieni polmoni a chi potrebbe essere dedicata secondo voi? Musicalmente siamo una spanna sotto le precedenti. Dunque, l’analisi è terminata. Grande disco della band, poche storie! E’stata una fatica mentale e fisica, ma ne è valsa la pena recensirlo onestamente.
BENTORNATI KORN, propaggine dell’Inferno e del suo Signore sulla terra. GOD (O DEVIL?) BLESS YOU.

The Serenity of Suffering Book Cover The Serenity of Suffering
Korn
Nu metal
2016