Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Si scende negli abissi dell’anima.
Lui è il migliore di tutti, ma non fa una musica semplice. E qui c’è la tragedia, pesantissima, della morte di uno dei suoi gemellini, Arthur, di quindici anni, caduto mentre era su una scogliera in Inghilterra, pare a causa dell’LSD che aveva in corpo. Lui, il Re Inchiostro, scrittore, pittore, romanziere, musicista, era uscito anni fa, oramai parecchi, dal lungo tunnel della “scimmia “, l’eroina in vena.
Come poteva il disco non risentire di una sciagura che lo ha costretto al mutismo per mesi? Si è rinchiuso a casa sua e, solo attraverso un processo catartico, e con l’aiuto del suo Raspùtin, Warren Ellis, polistrumentista, arrangiatore, esecutore ed autore, di immenso valore, anche come amico, è riuscito a completare un disco, che ha riscritto, dopo la tragedia.
Si scende negli abissi dell’anima.
Mi vengono in mente i fili scoperti di un qualsiasi cavo elettrico, per parlare di quest’opera rimarchevole. Nick si mette a nudo, senza alcuna vergogna, ci parla di come rimane, muto, basito, un padre alla scomparsa di chi ha messo al mondo, davvero una cosa “ contro natura” , altro che ragionamenti da servette.
Dinanzi ad un suono che ha una profondità liturgica (e non scherzo), si rimane con la faccia gelata, appiccicata addosso ad un vetro di spessore, che non ti dà neppure la possibilità di respirare.
Si è senza fiato: la bellezza qui pare arrivare da un altro mondo, da un’altra dimensione. Con lui, mai, ma qui tanto meno, si è mai potuto parlare di canzone (song), con lui bisogna parlare da sempre di brano ( track) .
Il disco è uscito il 9 settembre, io ne sono entrato in possesso il giorno 7 settembre. Dura poco più di 39 minuti. Breve, stringato, ma corposo, essenziale, di elevatissimo livello. 8 tracks, di cui 6, assoluti capolavori.
Il sedicesimo album di Nick Cave non poteva essere un disco allegro. Autore di almeno 6 capolavori nella sua discografia, compreso il precedente, “ Push the sky away “ ( Spingi il cielo via. 2013), qui si ripete a quegli straordinari livelli, ma il disco va ascoltato a lungo, perché penetra nella testa e nel cuore lentamente, come un magma nerissimo, senza alcun riflesso di luce, se non nel brano che va a chiudere la prova il pezzo omonimo.
Si scende negli abissi dell’anima.
C’era un’attesa formidabile per questo nuovo disco del “poeta maledetto australiano “ ma si sapeva che sarebbe stato influenzato ferocemente dalla sua tragedia personale.
Nick ha scritto brani lugubri, bui, pieni di sofferenza e lui e Warren Ellis li hanno rivestiti, loro- le tracks – che erano e nascevano nude e pudiche nel dolore, di un’elettronica “nera “, pesta, devastante, buia come un pozzo senza scampo. Quindi, tappeto sonoro fatto di sintetizzatori, senza solismi, e rintocchi liquidi di pianoforte ( Cave) ed una voce che concretizza il dolore in modo fortemente espressivo. Questa la base. Ma non c’è solo questo, naturalmente.
Si scende negli abissi dell’anima.
“Jesus alone “ , il brano iniziale, parte con un fischio funereo del synth su una base metallica e slabbrata di altri sintetizzatori, cupissimi . La voce è recitante, salmodiante, piena di tristezza consapevole ed inconsolabile. Il piano di Nick accompagna saltuariamente, con archi e violini, contenutissimi, questa base ipnotica, ripetitiva, nera come la pece. Drammatica mortuaria, funerea oltre ogni dire, ma ricca di un fascino pesante, di quel fascino dell’ignoto che ha la sorella con la falce quando ghermisce chi ha scelto. La voce si raddoppia con drammaticità crescente, il dolore si palpa, è quello di un genitore che non sa darsi pace. Non si può sorridere qui, né andare di fretta, come facciamo, purtroppo, sempre, storditi e travolti dalla vita insulsa di ogni giorno. Solo davanti alle tragedie.
“ Rings of Saturn “ ha il “tiro “ sconnesso delle più belle composizioni di Cave. Un organo liturgico lo accompagna, mentre lui ci mitraglia di parole ed una voce, inattesa, gli fa sopra “ Oh oh oh oh oh “ . Sembra incredibile questo ritmo, quasi zoppo davvero irresistibile. Cigolii sintetici, pianoforte percussivo, sintetizzatori che vengono avanti ad ondate ( Ellis strepitoso!) . Arrangiamenti “pensati” con cura maniacale.
Questo riff improbabile che galleggia e ti trascina verso il fondo di un lago dalle acque nerissime.
“Girl in amber”, piano, organo, voce sussurrata, è drammatica, senza luce, catacombale, procede a passi brevissimi. Nick canta col supporto di un sussurro vocale femminile, che fa venire i brividi alla spina dorsale.
Non c’è requie, non c’è salvezza da una dannazione stranamente lieve.
Lo spessore di questo brani è straordinario, inimitabile e pure la tristezza, per un attimo, sembra allentare la sua morsa Possiamo dire che è il terzo brano- capolavoro consecutivo? Sì.
“ Magneto “ è introdotta da oscillazioni elettriche e da un piano spettrale. Nick continua a recitare più che cantare. Pare un poeta maledetto francese. Il suono è compresso, melmoso, fino a quando non si avverte qualche nota di chitarra acustica che però non ne solleva lo spettro di azione. E’ espressiva, ma forse un tantino troppo monolitica , Ma sempre di livello .
“ Anhtrocene “ , con accelerazioni da percussioni sintetiche, ed un piano apocalittico, viaggia per flashback fotografici. L’artista pare tirare su il suo ponte levatoio e rinchiudersi in sé stesso, senza conforto. Attorno imperversa una sorta di tempesta magnetica. Incubo senza fine.
“ I need you “ raggiunge per commozione ed intensità le pagine più commoventi del capolavoro “Closer “ dei Joy Division , uno dei dischi più importanti ed essenziali di sempre.
E’ il raggio di sole che penetra nella brughiera zuppa di pioggia. Ma lo fa in modo progressivo, ascensionale cupo, profondo, spettrale. E’ il gorgoglìo straziato di un’anima disèperata. Siamo precisamente a cavallo tra Paradiso ed Inferno. L’invocazione di Nick è rivolta al cielo. Capolavoro altissimo. Ascoltare e tacere. Bellissima.
“Distant sky” , con l’aiuto di Else Torpe alla voce, pare acquisire un minimo di serenità. Vibrafono, wurlitzer, synths sospesi, un magma incredibile, acceso dall’alternanza delle voci, oscillazioni pazzesche.
L’organo è stupendo, la voce della Torpe è una goccia di rugiada in un mattino che stenta a svelarsi. La dolcezza di assieme si fa fatica a descriverla: bisogna ascoltare, immergersi e lasciarsi andare. Strepitosa. “Skeleton tree” pare essere stata estrapolata, come sonorità iniziale, dalla leggendaria colonna sonora di “ Twin Peaks” . Splendida ballata pianistica, con bordoni di organo che la sostengono, avanza lentamente, ipnotica, implacabile. Un altro capolavoro di un disco che non avremmo mai voluto che Nick scrivesse per la tragedia che lo ha colpito, ma come avremmo potuto rinunciare a tanta bellezza generata da un dolore straziante? Marmo bianchissimo, pece nerissima. Un’acqua talmente gelida da bere che ti brucia le labbra. Astenersi dal disco superficiali, perditempo, ascoltatori distratti. Qui siamo al top. Ennesimo capolavoro di Cave. Una scheggia di cultura di inestimabile valore.

Si scende negli abissi dell’anima.

Skeleton Tree Book Cover Skeleton Tree
Nick Cave and the Bad Seeds