Diploma maturità classica – Laurea in Giurisprudenza in 3 sessioni e mezza – Pratica legale – Pallavolista di successo – Manager bancario e finanziario – Critico musicale dal 1977 – 6 mesi esperienza radio settore rock inglese ed americano – Studi continuativi di criminologia ed antropologia criminale – Lettore instancabile – Amante della letteratura noir e “gialla “ – Spietato con gli insignificanti.

Suicidarsi a soli 23 anni e 9 mesi, per una crisi matrimoniale tra giovanissimi, senza ritorno, pure a causa di un’epilessia devastante, è stato il triste epilogo esistenziale dell’ormai leggendario Ian Curtis, cantante degli inarrivabili Joy Division dei primi due dischi che senza di lui, sarebbero diventati New Order, modestissimi dediti a pseudo intenti danzerecci – elettronici. Che pena! Tutt’altra la storia di “CLOSER”, uscito nel luglio del 1980. quando Ian avrebbe compiuto 24 anni con la sua spettrale copertina, lugubre, tristissima a descrivere la disperazione più profonda, espressa da una donna muta e ripiegata su se stessa per il dolore insopportabile, vicino al corpo senza vita dell’amato. Un ‘autentica profezia: disco che esce nel luglio del 1980 e Ian che si era già tolto la vita quasi tre mesi prima, impiccandosi dentro casa. La musica del disco è una preghiera angosciosa ma celestiale. Il disco odora di morte. Penso sia il disco più triste mai pubblicato, eppure diffonde una grande serenità, specie nei 2 capolavori finali dell’incisione. Questa è mitologia del rock che viene decrittata in un’arte stratosferica, catacombale, sepolcrale di un disco davvero UNICO! Il contenuto delle canzoni è immortale. A nulla sono valsi tutti i barbiturici per provare a curarlo dalla sua epilessia. Si uccide dopo aver visto il film “La ballata di Stroszek” di Werner Herzog, nel quale anche il protagonista si toglieva la vita. La musica riesce ad essere addirittura più significativa di quel drammatico gesto che avrebbe consegnato Curtis alla leggenda, lui anima debole e sola. I ritratti del trauma e della degenerazione sono rintracciabili nell’iniziale, sconnessa e fastidiosa “Atrocity Exibition” (il titolo è già un programma!) o nella kafkiana “Colony”. Il suono ed i colori spumeggianti degli archi sintetizzati nella celebrazione di “Isolation”, subito ricondotta sulla terra dalla voce lugubre di Ian, così matura, così virile, stranamente profonda per un giovane di quell’età. Il bisogno di tornare alla purezza di questi suoni incontaminati, pur distanti oramai ben 36 anni (!), è un fatto sia cerebrale che fisico.”Passover” (= trapasso): c’è bisogno di spiegare di cosa parli?. Quella batteria così squadrata impietosa, il basso che è il mormorio di un felino che sta per azzannare, la chitarra che è uno scalpello impietoso dell’anima e quella voce…, quasi “scordata“. Il suono non vuole spostarsi: è come un cane che fa la veglia al cadavere del proprio padrone! Mistero della morte. “A means to an end”, col suo ritmo vagamente masturbatorio, segna l’implosione delle emozioni, con un basso slabbrato, la chitarra, civetta raggelante, la voce metronomica, come la radio di un campo di concentramento nazista. Vertice glaciale. Le ultime 4 composizioni sono il vertice assoluto della loro produzione. “Heart and soul”, controtempo pazzesco della batteria, basso–tergicristallo in una notte di cielo livido. L’atmosfera è plumbea, la voce quasi sussurra tutta la sua angoscia. La chitarra è magia pura. Si cominciano a sentire dei sintetizzatori che rendono al meglio nelle ultime due composizioni. “Twenty four hours” con il basso grandissimo di Hook, vero solista aggiunto, enormi voce, batteria e chitarra. E’ una sorta di fatale viaggio nello smarrimento più totale. Onirica l’interpretazione di Curtis. Negli ultimi due brani l’atmosfera è plumbea ma “religiosa”, ecclesiastica, commovente nella costruzione di “The eternal”, preghiera senza fine al Signore che scorre maestosa, lenta e cinerea. Irraggiungibile per chiunque. Il clima mistico va ad esplodere e stagnare in un golfo di emozioni nella conclusiva “Decades”, dove la voce di Ian pare quasi uno sbadiglio controvoglia ma rabbrividente e dove la porta dell’esistenza viene aperta, richiusa e poi definitivamente serrata. Per sempre. Agghiacciante. Capolavoro per anime sensibili e non. EPOCALI JOY DIVISION. Per sempre nel nostro cuore e nelle nostre menti. Ian, il tuo spirito infelice ci accompagna su ponti nebbiosi, dove le altre anime stavano aspettandoti. Riposa in pace per sempre.

Closer Book Cover Closer
Joy Division
Rock
1980