Luca Morettini Paracucchi, nato il 24 febbraio 1988. Lucchese da tutta la vita, Viterbese da qualche tempo. Ho una passione molto forte per ciò che riguarda il cinema, la letteratura, la musica, il mondo dei fumetti e dell'arte in generale. Tra le mie passioni hanno un posto di rilievo il mondo del punk e certi aspetti della cultura cosidetta nerd. Scrivo da quando avevo otto anni, recentemente ho ripreso dopo un periodo di stop. Spero sia la volta buona

Un concerto emozionante al Summer Festival di Lucca

Di Luca Morettini

Non credo di aver mai recensito un concerto fino ad oggi, tantomeno provato a farlo. Quindi mi perdonerete se, nel caso, non ne fossi capace. La questione in realtà è un’altra: queste parole saranno mai lette da qualcuno? In fondo non è che io la stia proponendo al più consono e adatto degli ambienti. E se questo pezzo non venisse pubblicato sarebbe più logico. Tuttavia, io ci provo. Perché, se nel mio piccolo un passato di concerti a cui ho partecipato ce l’ho e soltanto con questo di cui mi accingo a scrivere sento il bisogno di esternare ciò che ho provato…beh, vuol dire che vale la pena compiere questo azzardo.

A Lucca inizia la stagione del Summer Festival e la grande inaugurazione avviene con un concerto dei Kiss in quella che, in teoria, è la loro ultima data italiana del lungo tour d’addio. I miei social sono invasi da foto e video di amici e conoscenti prevalentemente metallari e adoratori del rock tutti accorsi a vedere il “loro” concerto, quello irrinunciabile e imperdibile probabilmente increduli nell’avere nella piazza principale della loro città (che non è Roma, Firenze o Milano) una delle più grandi rock band del pianeta.

E io? Aspetto. Perché il “mio” concerto avviene qualche giorno dopo, esattamente il 4 luglio. E’ un qualcosa per cui mi sobbarco una veloce toccata e fuga a Lucca con partenza il giorno dopo. Sul palco ci saranno i Generation Sex. Ovvero, l’unione tra la voce e il basso dei Generation X e la chitarra e la batteria dei Sex Pistols. Una sorta di supergruppo di due potenze del punk rock degli anni ’70. Un progetto di cui non comprendo l’origine, cos’è che tutti e quattro insieme vogliono dimostrare. Sembra una riunione di supereroi di cui non si capisce perché ha la necessità di combattere insieme.

Queste considerazioni, già dalle prime note, collassano insieme in un vortice che spazza via tutto quello che non è indispensabile al divertimento, al sudore, alla voglia sconfinata che ho di cantare e urlare.

I Generation Sex suonano un’oretta e un quarto affidandosi un po’ al repertorio di uno e un po’ all’altro. E compiono la scelta più sacrosanta che potrebbe compiere un manipolo di persone che si avvicina ai 70 anni e hanno contribuito a formare più di una generazione con la loro musica e la loro attitudine: fanno come cazzo gli pare. Riportano in scena i loro vent’anni, suonano compatti e senza fronzoli o troppi orpelli e perdite di tempo. Tiratissimi, con dalla loro quattro decadi di mestiere e una potenza che, negli anni ’70 vista la strumentazione e i posti in cui suonavano, si potevano solo sognare.

Billy Idol (eh sì, proprio lui) e Tony James da una parte, Steve Jones e Paul Cook dall’altra attingono a piene mani dal loro vissuto e dalla loro amicizia e regalano una performance che snocciola brani immortali quali God Save The Queen, Dancing With Myself, Bodies, Ready Steady Go uniti ad altri che, parlo per me, mai avrei pensato di ascoltare dal vivo dai diretti interessati quali Silly Thing, The Great Rock’n’Roll Swindle e Kiss Me Deadly.

Intorno a me, inutile dirlo, è un tripudio di cori, grida d’ammirazione, pogo, schizzi di birra che arrivano dai bicchieri dei vicini e un susseguirsi frenetico di balli e condivisione dello spazio comune. Ci si abbraccia e si canta insieme, poco importa se fino a quel momento e nel prossimo futuro saremo estranei l’uno all’altro. Non in quel momento, per quella frase, per quell’istante.

Perché vale la pena spendere delle righe per delle sensazioni tutto sommato forse ordinarie e scontate per un concerto che arreca solo gioia? Perché quelle sensazioni non le provavo da anni e anni. Complice anche qualche birra in più, ho cantato come un ossesso, saltato, ballato così intensamente da far volare via gli occhiali dalla faccia (ringrazio la mia amica Cinzia che li ha salvati dal disastro), il tutto senza remore, senza pudore e senza quell’imbarazzo che tutte le volte mi prende e non mi molla per un istante, impedendomi di lasciarmi andare come dovrei.

Ecco perché i Generation Sex meritano tutto questo: per una sera mi hanno reso libero dalle mie paturnie. Hanno riportato in scena i loro vent’anni ed in questa ora e un quarto la loro influenza è stata come un’ondata magica che ha coinvolto anche me.

Ventenne, consacrato all’amore per il punk rock, nella piazza della mia città, un po’ sbronzo, felice.

Valeva davvero la pena rischiare di scrivere una recensione del genere.

In copertina immagine dei Generation Sex, foto presa da Luccaindiretta.it