Roberto Cocchis, classe 1964, nato a Bari, cresciuto a Napoli, oggi residente nel Casertano dopo aver trascorso molti anni nel Nord Italia. Diversi lavori svolti nella vita, attualmente insegnante di ruolo nel licei. Redattore di "Vanilla Magazine" e di "Cronache Letterarie". Autore di alcuni libri, tra i quali i più importanti sono il romanzo "A qualunque costo" e il volume di racconti "Il giardino sommerso", entrambi pubblicati da Lettere Animate Editore.

Giacomo Savorgnan di Brazzà. Chi era costui?

Di Roberto Cocchis

Un tema che non ha mai visto calare la sua straordinaria carica di suggestione è quello del “giovane eroe” che non smette mai di inseguire i suoi sogni ma, al tempo stesso, è sempre pragmatico e concreto nel realizzarli. Tanto più quando tra lui e la loro realizzazione si frappone un nemico insidioso e invincibile, il Destino. Il giovane eroe che muore senza essere corrotto e senza affrontare la decadenza, ucciso da forze imperscrutabili ma mai sconfitto da nessun altro essere umano, è sicuramente la figura più affascinante che le storie, vere o inventate, possano mettere davanti a qualsiasi tipo di pubblico.

Peccato che di personaggi così, nella Storia, ce ne siano davvero pochi.

Peccato che, quei pochi, raramente siano conosciuti a fondo.

Tutte ragioni per non dimenticare quelli di cui si è riusciti a serbare memoria. Soprattutto quando appartengono alla nostra comunità nazionale, anche quando la quasi totalità dei nostri connazionali non li ha mai sentiti nemmeno nominare.

Oggi ne riscopriamo uno.

Siamo nei primi anni del Regno d’Italia. Il Paese ha faticosamente raggiunto la sua unità nazionale, ma questa è ancora incompleta. Le popolazioni delle varie aree sono molto diverse tra loro e le circostanze che le hanno portate a diventare parte della stessa nazione non le hanno certo incoraggiate ad andare d’accordo. Solo la lingua e la cultura comune potranno unirle, pensa una delle menti più illuminate del periodo, il marchese Massimo Taparelli d’Azeglio, politico navigato e raffinato intellettuale, del quale resta impressa la seguente considerazione: “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’italiani”. A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, che gareggiano nel pronunciare frasi iconiche ma poi, alla prova dei fatti, si rivelano sempre di una mediocrità sconcertante, D’Azeglio a “fare gl’italiani” ci prova sul serio, dedicando un consistente investimento alle scuole elementari annesse alle caserme, per fornire un’istruzione di base ai coscritti della leva militare obbligatoria e affrontare seriamente la piaga dell’analfabetismo, che riguarda oltre il 90% della popolazione. I risultati si cominciano a vedere rapidamente ma, già nel 1874, otto anni dopo la morte di D’Azeglio, queste scuole saranno chiuse, con la solita scusa dei tagli alla spesa pubblica improduttiva, bloccando un processo di civilizzazione che negli altri Paesi occidentali si era già compiuto da tempo, mentre da noi dovrà aspettare la seconda metà del nuovo secolo per essere finalmente completato.

Il ritardo si accumula. Già nel 1859 la legge Casati aveva istituito la scuola pubblica, dividendola tra il ciclo elementare e quello post-elementare caratterizzato dai due rami: il ginnasio per accedere successivamente all’università e la formazione tecnica per avviarsi direttamente alle professioni (il modello di ispirazione era quello della Prussia di Bismarck); in questo modo, l’istruzione era sottratta al monopolio delle istituzioni religiose, che se ne erano occupate dai tempi di Carlo Magno. Purtroppo, l’organizzazione del ciclo elementare era affidato ai Comuni, che non sempre vi provvedevano e, anzi, spesso trovavano ogni scusa per non occuparsene.

Contemporaneamente, si riforma l’università, anche in vista della necessità di reclutare insegnanti preparati per i diversi cicli scolastici. In realtà, questa esigenza resterà lungamente disattesa e si ricorrerà a deroghe di ogni tipo per poter coprire le cattedre scoperte con chiunque avesse bisogno di lavorare, anche senza specifiche qualificazioni. Ma intanto, seguendo il modello francese, come suggerito dal primo ministro dell’Istruzione nella storia del Regno, Francesco De Santis, si istituiscono le “Scuole normali” con nuovi corsi di laurea destinati appunto alla formazione degli insegnanti. Una di queste “scuole normali” sarà destinata a diventare la Facoltà di Scienze, che nasce con due soli corsi di laurea, Matematica e Scienze Naturali. In seguito, da Matematica “figlieranno” Fisica, Astronomia e altri corsi, così come da Scienze si origineranno Scienze Biologiche, Scienze Geologiche e altri corsi ancora, ma questo è ancora di là da venire. In modo simile all’università di oggi, il curriculum accademico si compone di due cicli biennali, il primo per conseguire la “licenza” (sufficiente per intraprendere l’attività di insegnamento scolastico) e il secondo per arrivare alla vera laurea, che apre anche le porte dell’insegnamento universitario.

L’uomo di cui raccontiamo la storia è appunto uno di quei ragazzi che si iscrivono alla Facoltà di Scienze di una “Scuola Normale” e lì studiano fino alla laurea. Si chiama Giacomo Savorgnan di Brazzà ed è nato a Roma il 14 dicembre 1859. Già il cognome racconta di una origine aristocratica. Il padre di Giacomo, Ascanio, vissuto dal 1795 al 1877 è un conte ma è soprattutto un artista, uno scultore che si è trasferito a Roma dalla natia Udine per lavorare insieme al grande Antonio Canova. La madre, Giacinta Simonetti, è una nobildonna romana, marchesa di Gavignano.

Giacomo Savorgnan di Brazzà

Giacomo è il penultimo di ben 13 figli, dei quali il più noto sarà il decimo, Pietro, nato sette anni prima di Giacomo, che si trasferirà da giovane in Francia e sarà militare, esploratore di un territorio vastissimo (corrispondente agli attuali Gabon, Congo, Repubblica Centrafricana e Ciad), nonché politico, prima in qualità di governatore del territorio da lui scoperto e poi come inflessibile difensore delle tribù indigene dagli spaventosi soprusi dei colonizzatori successivi, belgi in primis, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 in circostanze mai del tutto chiarite.

L’Africa non ha mai dimenticato Pietro Savorgnan di Brazzà, l’esploratore dal volto umano che considerò sempre i “negri” uguali ai bianchi. Anche dopo la fine del colonialismo, la capitale del Congo ha continuato a chiamarsi Brazzaville in suo onore e nessuno si è mai sognato di andare a cercare “lati oscuri” della sua figura in nome di una qualche forma di revisionismo. È un caso pressoché unico nella Storia.

Alla vicenda di Pietro è legata quella di Giacomo, il fratello prediletto malgrado la differenza d’età. Giacomo è un ragazzo intelligentissimo e vivacissimo, appassionato di sport e di modernità nel modo in cui si può esserlo a quel tempo. Lo sport più in voga tra gli aristocratici del suo stampo è l’alpinismo e, infatti, Giacomo compirà le sue prime imprese scalando montagne. Ma ha già deciso di essere uno scienziato e le sue scalate saranno sempre accompagnate da importanti studi scientifici, come quella dell’estate 1880 allo Jôf di Montasio, la cui cima (la più alta delle Alpi Giulie) è stata raggiunta appena da tre anni, per determinarne l’altezza (che oggi sappiamo essere pari a 2754 m). L’impresa fallisce per la difficoltà a procedere nell’ultimo tratto, ma porta alla scoperta di numerosi ghiacciai di cui prima si ignorava l’esistenza. La passione per la tecnologia lo induce a portarsi sempre dietro un ingombrante ma utilissimo apparecchio fotografico, con il quale mette insieme una documentazione molto più moderna, attendibile e di grande impatto di quella composta da sole descrizioni, cui sono abituati i suoi contemporanei. Se oggi possiamo renderci conto di quanto i ghiacciai alpini si siano ritirati negli ultimi decenni, lo dobbiamo anche alla possibilità di confrontare le immagini attuali con quelle antiche. Quelle scattate nello stesso 1880 da Giacomo ai ghiacciai di una cima che fu il primo a raggiungere, il Monte Canin (2587 m, poco più a Nord dello Jôf di Montasio), sono tra le migliori.

Sullo Jôf di Montasio, un rifugio inaugurato nel 1969, ristrutturandone uno più antico che lui stesso si era costruito durante una spedizione, è intitolato alla memoria di Giacomo.

Il compendio di queste e altre imprese sarà poi pubblicato in uno studio intitolato “Studi fatti nella Valle di Raccolana (Alpi Giulie Occidentali)” che esce nel 1883 sul prestigioso “Bollettino della Società Geografica Italiana”.

Ma, a quel punto, Giacomo ha già lasciato l’Italia.

È successo infatti che, tornato a Roma e conseguita brillantemente la laurea in Scienze Naturali (1882), gli è presa una voglia irresistibile di raggiungere il fratello Pietro, in quel momento impegnato nella preparazione di una importante spedizione in Africa centrale. Grazie al sostegno della famiglia, riesce a ottenere un incarico da parte del Muséum d’Histoire Naturelle di Parigi, che lo invia al seguito della spedizione per raccogliere e catalogare una collezione di campioni botanici, zoologici, geologici e di manufatti delle nuove terre esplorate. Con grande lungimiranza, chiede e ottiene di poter inviare i doppioni degli stessi a Roma, al museo preistorico etnografico fondato nel 1876 dall’antropologo Luigi Pigorini (successivamente denominato “Museo Pigorini” e, dal 2016, confluito nel più vasto “Museo delle Civiltà” sito all’Eur).

Successivamente, Pigorini vendette una parte dei campioni inviati da Giacomo al Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, dove sono tuttora esposti. Quelli rimasti a Roma, secondo Silvio Zavatti (che ne trattò nel suo “Dizionario degli esploratori”), sarebbero ancora da organizzare e da esporre.

Per prepararsi al viaggio in Africa, Giacomo si fa assistere da alcuni dei maggiori naturalisti italiani del suo tempo, nomi allora celebri e oggi purtroppo dimenticati, come Odoardo Beccari (1843-1920), Enrico Hillyer Giglioli (1845-1909), Luigi Maria d’Albertis (1841-1901), Nicola Antonio Pedicino (1839-83) e Giovanni Marinelli (1846-1900), che è stato già suo compagno nelle ascensioni del Jôf di Montasio e del Monte Canin.

Prima di partire, Giacomo riesce a coinvolgere nell’impresa anche un suo caro amico, pure lui compagno di ascensioni alpine. Attilio Pecile (1856-1931) ha frequentato diverse università senza arrivare a laurearsi e, per un certo periodo, è stato militare, ma è soprattutto abilissimo nella preparazione di campioni biologici in modo che non si deteriorassero nel tempo.

I due raggiungono innanzitutto Lisbona, dalla quale si imbarcano per Libreville, nell’attuale Gabon, dove sbarcano il 29 gennaio 1883. Da Libreville si inoltrano nel territorio interno, fino a raggiungere il corso del fiume Ogooué, il maggiore del territorio, lungo circa 900 km, e lo risalgono fino a Lambaréné (la città che dal 1930 ospita il famoso Ospedale Schweitzer per la cura delle malattie tropicali).

Lasciato Pecile a preparare e spedire i primi campioni, Giacomo si inoltra ancora più nell’interno, continuando le sue ricerche. I due amici si ricongiungono solo il 31 luglio a Franceville, vicino alla frontiera con il Congo, e si muovono verso Sud, in direzione del fiume Diélé. Mentre si trovano qui, sono invitati da Pietro Savorgnan di Brazzà ad accompagnarlo a incontrare il Makoko di M’Bé, ossia il sovrano della più importante etnia bantù della zona, con il quale Pietro ha sottoscritto un accordo commerciale vantaggioso per entrambi a nome della Francia.

Dopo questa missione diplomatica (aprile 1884), Pietro incarica Giacomo e Pecile di tornare sull’Ogooué e di mapparne la zona settentrionale del bacino, allora sconosciuta (Giacomo è anche un abile geografo, come mostra anche la sua fotografia più conosciuta, nella quale sta tarando un teodolite). Fatto questo, devono ingaggiare delle guide locali e identificare l’esatto spartiacque tra il bacino del fiume Congo e quello del Benué, il più importante affluente del Niger.

La missione comprende anche il compito di sipulare trattati con le varie tribù di volta in volta incontrate: Pietro si è già reso conto della ferocia e delle subdole astuzie degli avventurieri al soldo di Belgio e Germania per mettere gli indigeni gli uni contro gli altri e poi soggiogarli tutti con la scusa della pacificazione, e intende compiere un disperato tentativo di sottrarre l’area alle mire di un colonialismo rapace e criminale. Inizialmente aveva pensato di affidarlo a un suo fedele collaboratore, l’ingegnere François Rigail de Lastours, ma questo è morto improvvisamente di malaria a 30 anni e gli unici che possono subentrare al suo posto erano Giacomo e Pecile.

Si tratta di muoversi in una zona vastissima, tra gli attuali Gabon, Camerun, Congo e Nigeria, ma i due non si perdono l’animo. Partono nel luglio 1885 e attraversano terre mai mappate in precedenza, abitate da tribù di cui si conosce appena l’esistenza, come i nomadi Obamba, gli Okota e i temibili Giambo, noti come feroci guerrieri e antropofagi, riuscendo sempre a cavarsela egregiamente. Il clima e le malattie trasmesse dagli insetti, però, stroncherebbero chiunque. Molti portatori e molte guide finiscono per abbandonarli. Si fermano due gradi e mezzo sopra l’Equatore, senza riuscire a raggiungere il Benué, ma riescono a svelare l’esistenza di un altro affluente navigabile del Congo, nel territorio a Ovest di questo, il Likouala, dopo il Sanga, l’Ubangi e il Lefini già conosciuti precedentemente, dimostrando che è un corso d’acqua distinto dall’Ubangi.

Il viaggio di ritorno è massacrante, perché entrambi mostrano già i sintomi di un’infezione malarica, Giacomo in modo particolarmente grave. Forse non riuscirebbero neanche a tornare indietro, se non riuscissero a raggiungere il Congo, tramite un altro suo affluente, l’Alima, dove sono raccolti nel dicembre del 1885 da una scialuppa della Marina Militare Francese. Nonostante tutte le difficoltà, non hanno abbandonato le circa 80 casse piene di campioni raccolti durante il viaggio, contenenti reperti zoologici, geologici e botanici, ma anche moltissimi manufatti e diverse fotografie.

Nell’aprile del 1886, i due amici tornano in Francia, dove sono insigniti della Legion d’Onore. Con i loro reperti, si organizza una mostra pubblica di grande successo, che viene tenuta all’Orangerie du Jardin des Plantes. In seguito, la collezione sarà custodita dov’è ancora oggi, nel Musée du Quay Branly.

Entrambi rientrano poco dopo in Italia. Successivamente sognano di riprendere le esplorazioni africane, ma nessuno dei due tornerà più nel continente nero. Pecile si rassegna a in impiego in banca, sposa una ricca aristocratica, si dedica con successo alla zootecnia e all’agricoltura intensiva nei suoi possedimenti, ha anche una discreta carriera politica locale. Giacomo, mentre si sforza di catalogare i campioni che aveva spedito a Roma e di trovare appoggi per una nuova spedizione in Africa, vede la sua salute deteriorarsi sempre di più per via della malaria che ha contratto durante il viaggio.

L’ultimo attacco, più forte degli altri, gli è fatale e lo uccide il 29 febbraio 1888. Ha da poco compiuto 28 anni.

Sia Giacomo sia Pecile scrissero diverse comunicazioni scientifiche, lettere e testi di conferenze pubbliche, e tennero assiduamente il diario della spedizione, ognuno per proprio conto. Dai documenti in suo possesso, Pecile ricavò anche un libro, “Al Congo con Brazzà”, che però uscì solo nel 1940, quando l’autore era già morto da 9 anni. Il testo più importante che Giacomo fece in tempo a scrivere si intitola “Tre anni e mezzo nella regione dell’Ogooué e del Congo” e uscì nel “Bollettino della Socierà Geografica Italiana” nel 1887.

In Francia, “Jacques de Brazzà” è stato sempre molto conosciuto e apprezzato. In Italia, abbiamo dovuto aspettare il 2008 per vedere pubblicato il suo “Giornale di viaggio”, curato dalla studiosa Elisabetta Mori e da una lontana discendente dell’esploratore, Fabiana Savorgnan di Brazzà, in una edizione piuttosto costosa ma di grande pregio.