Piero Dal Bon è poeta, saggista, critico letterario. Tra le sue pubblicazioni, volumi anche collettanei su Volponi, Pirandello, Papini, Pavese, Ungaretti, Primo Levi e testi di Moresco di cui ha fatto traduzioni e scritto prefazioni e postfazioni

Pantomima

La realtà!”. “No, questo no” borbottai. “Viaa”. “Noooh”. Non mi fecero caso. Protestai le mie scarse ragioni, una frase, una parola appena. Neanche a discuterne, fermi. “Realtà”: una e santa. “No” m’impuntai. La cosa era quella: non c’era niente da fare. Cominciai a battere i piedi, a frignare. Miagolai, supplicai. Niente. Sgambettai via, fischiettando al mio cagnolino, Nulla.

Tenera fantasia eversiva

Un ometto tutto azzimato composto lucido a posto (proprio a posto) ma un po’ troppo soddisfatto; questo ometto mulina il suo ombrellino nella piazzetta. E’ una domenica sfavillante, di mattina. Il suo ombrellino perciò è a sproposito. Ordinariamente bambini s’azzuffano a pallone. Vecchiette astute malignano sulle panchine tra un Dio e l’altro. E ai piani alti ancora dormono, sazi e stravolti da un sabato di bagordi. Ed ecco che entro in scena io. Ancora composto, appena contraddetto dagli occhi folli. Ho il fegato malconcio ma le tasche gonfie di miracoli. Mulino attorno al dito il mio cappello di bolscevico- un arma che porto con abuso.
E l’ometto ordinario mulina più forte il suo ombrellio a sproposito. Un cagnaccio abbaia ringhia contro il mio cappello. Il cappello vola via è un uccello e si posa sulla punta dell’ombrello. Il cane salta su e divora l’ordinario. Le campane suonano per l’ultima volta, le chiese crollano e le grondaie; ed io volo sopra le vecchiette in festa buono e mi addormento su una panchina del mondo color amaranto.

Scherzetto sadico e allegorico

A Mengaldo   La luna piena mi tirava con la sua magia, sopra i tetti rossi delle tegole. Volavo per i vicoli incavati della mia città; tirato a lucido mi presentai all’appuntamento. Tra tendaggi e paramenti di porpora, lui era lì. Una schiera di servi avviliti gli asciugava la saliva che colava dai suoi enormi canini appuntiti. Io, mi tenni in disparte.
Poi venne la cena. E lui parlò. Lui parlava e gli altri annuivano. Parlava e parlava. Io impiastricciai il tovagliolo con un po’ di pepino olietto e sale. E lui parlava. Gorgogliai qualche ruttino sommesso; e lui parlava. Gli altri a bocca aperta, stupefatti.
Allora presi forchetta e coltello, e feci una tinnula musichetta, come un ombrello.
Lui prese il cucchiaio e diresse il concerto.
Mi portò fuori al guinzaglio, salivante cane infiacchito.