Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

 Ri-animare la nostra politica è il titolo di un libro tanto agile quanto denso. Denso di suggestioni, pro-vocazioni, riflessioni. Rivolto ai giovani, soprattutto ma non solo, il libro di Antonio Secchi induce, fin dal titolo a fermarsi su quel ri-animare, nel senso di ridare vita alla politica ma anche di ridarle un’anima. Che le due cose non sempre coincidano è sotto gli occhi di tutti, in questi tempi, in cui la politica appare ridotta a volgare teatrino, privo di valori e impoverito a partire dal linguaggio.

Ma, a fare da ulteriore chiave di lettura del libro di Secchi vi è un sottotitolo ancora più significativo: una nuova sfida per i cattolici. E anche qui possiamo soffermarci sulle parole, in particolare su quel “nuova” che richiama sfide passate e invita a una messa a fuoco di nuovi e altri percorsi.

Figura centrale di questo Ri-animare la politica è Aldo Moro, e non solo perché Secchi ne fu studente. Ma perché la sua uccisione ha rappresentato, e Secchi lo dice chiaramente, uno spartiacque drammatico nella vita politica, ma non solo, del nostro paese. Cosa rappresentò la sua morte e cosa rappresentò, da lì a non molto, la fine di un partito come la Democrazia Cristiana, è cosa su cui, anche da sinistra, sarebbe opportuno tornare a interrogarsi o cominciare a farlo.

Antonio Secchi (Foto presa da un’intervista apparsa su youtube)

Perché ciò che più di tutto colpisce in questo testo è qualcosa su cui soffermarsi, è una domanda che ne contiene molte altre. Vuol dire, prima di tutto, domandarsi quanto sarebbe urgente, per tutti, un partito che, ancora, si ispiri a autentici valori cattolici. Per tutti vuol dire sia per la sinistra, sia per una destra che voglia davvero dirsi liberale e sociale.

Che non sia una domanda oziosa lo dimostra molto bene Secchi nelle sue pagine, ripercorrendo ciò che accadde dopo quel 9 maggio 1978, preludio, forse non ancora chiaro all’epoca, di ciò che, per questo paese, rappresentò l’arrivo di Berlusconi e del berlusconismo, il suo “sdoganare” una destra pericolosa, una mancanza di cultura istituzionale, una politica gestita come cosa privata per arrivare, è cronaca recente, alle derive leghiste di questi mesi con le relative tentazioni di balcanizzazione interna, oltre che europea.

Leggere queste pagine, anche per chi ha una cultura politica proveniente dalla sinistra, impone una considerazione laica su una figura, quella di Aldo Moro, da cui non è possibile prescindere. Lasciare cadere le letture ideologiche vuol dire trovarsi smarriti davanti a ciò che Secchi chiama la diaspora dei cattolici che, contrariamente a quanto si pensa, è anche un problema della sinistra. La loro frammentazione, la loro parcellizzazione, la loro adesione a partiti che solo strumentalmente si rifanno a un malinteso cattolicesimo e a un ancor più malinteso cristianesimo a suon di rosari, è anche un problema della sinistra ma anche, come dicevamo, di una destra che non esiste più.

Ecco allora che il ruolo dei cattolici, e dei giovani cattolici, torna a riacquistare quella centralità che nella vita politica del nostro paese ha sempre avuto, forse inevitabilmente. Una centralità che è fatta di un’eredità politica e culturale di cui il nostro paese è pregno. Basti pensare a quanti cattolici furono padri costituenti e a quanti cattolici furono tra i protagonisti della Resistenza.

Ma ciò che, tra queste pagine, appare ancora più drammatico è il sostanziale abbandono della figura di Aldo Moro a una sorta di oblio. Cosa resta del suo autentico messaggio? Della sua etica? Del suo modo di intendere la politica? Sembra non sia rimasto nulla. Sembra che l’uomo e il politico Moro siano stati dimenticati, a dispetto dei tanti libri scritti su di lui. Lo scrive chiaro lo stesso Secchi quando riporta le parole di Michele Dau, autore di Aldo Moro. Governare per l’uomo: “Nei quattro decenni dalla scomparsa dello statista democratico cristiano sono stati infatti scritti e pubblicati decine di volumi e di saggi tesi a mettere in luce le circostanze, le cause, le responsabilità della sua violenta eliminazione. Ma ciò che in primo luogo preme sottolineare è che oggi, la coscienza civile e politica della nazione è stata svuotata della memoria, dello stesso significato, dell’elaborazione politica di Moro, della sua pregnanza intellettuale e del suo rilievo nella vita del paese. L’allontanamento della politica e della cultura politica – dei politici e degli intellettuali – dalla figura di Aldo Moro è stato incredibilmente netto e veloce. Tuttavia è proprio l’odierna crisi grave della politica italiana, ridotta in un frammentato multipolarismo antagonista, a spingere alla ricerca delle tracce più vere e profonde del nostro percorso politico, democratico e repubblicano, che ha solo settant’anni di vita.”

In questo libro, a partire dalla figura di Moro, possiamo trovare, certo per contrasto con l’attuale, tutto ciò che ha condotto al populismo e al sovranismo, non solo in Italia, e alla rinnovata tentazione delle autonomie regionali,  come risposte di semplificazione a domande complesse. Ecco, forse è proprio il rifiuto della complessità, l’incapacità di affrontarla (cosa invece connaturata al modo di intendere la politica da parte di Moro) che rendono urgente una messa in campo dei cattolici, sia nel politico sia nel sociale.

Ne parliamo con Antonio Secchi con cui spaziamo nel territorio vastissimo di quella che vogliamo definire “questione cattolica”

Un bellissimo articolo di Luca Diotallevi su Avvenire, dal titolo L’esigente lezione sturziana su autonomie e federalismo, mi porta a fare alcune considerazioni. In questo articolo si sottolinea il realismo di Sturzo, una sua sorta di antistatalismo. Allora mi chiedo se il federalismo di Sturzo possa essere, anche oggi, un’importante eredità, una bottega per spaccare l’attuale tenaglia populista e sovranista. Comincio con il chiederle questo perché credo sia un punto imprescindibile per la politica oggi. Anche alla luce di quanto lei scrive nel suo libro

Nel 1923, al congresso del partito popolare di Torino, Sturzo aveva dato dello Stato questa definizione, ”Per noi lo Stato è la Società organizzata politicamente per raggiungere fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; solo li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della funzione politica”. Prima la persona umana e i suoi diritti naturali e poi lo Stato. Il Fascismo non la pensò così e don Sturzo andò in esilio. Ma dal suo ritorno nel secondo dopo-guerra molta acqua era già passata sotto il ponte: la nuova Costituzione aveva subito regolamentato le autonomie con l’art. 116 che riconosceva statuti speciali alla Sardegna, alla Sicilia, al Friuli-Venezia Giulia, al Trentino-Alto Adige e alla Valle d’Aosta.  Oggi le regioni Lombardia, Veneto, Emilia Romagna chiedono un regionalismo differenziato? E qual è il testo base dell’intesa a cui si sta lavorando? Gli stessi giornali nazionali non lo dicono o forse non lo sanno perchè fa più audience parlare dei selfie di Salvini e Di Maio e dei loro eterni litigi. Eppure la questione non è di poco conto se si pensa che potrebbe andare in crisi l’Unità Nazionale se fosse vero che le Regioni del Nord pretendono di ottenere il 90% delle loro tasse pagate. I pentastellati difendono le prerogative del Parlamento e le deboli Regioni Meridionali, i sovranisti di Salvini sono con il Nord anche se non usano più l’espressione di Bossi “Roma ladrona”. Il realismo di Sturzo può soccorrere i riformisti delle autonomie sempre che per scuola e sanità non vengano messi in discussione gli stessi diritti civili e sociali a ogni cittadino. E Sturzo non ha potuto neppure vedere cosa è successo con il regionalismo attuato fino ad oggi: spesso nuove competenze e nuove risorse finanziarie hanno soltanto ingigantito le burocrazie locali con buona pace spesso dei cittadini soprattutto meridionali. Il Governo Gentiloni aveva approvato i preliminari di un accordo e il primo Governo Conte si era impantanato nei No e nei Ma! Il Conte Bis, nel suo programma di 29 punti ha inserito il tema delle autonomie al 20° posto! Speriamo bene.

Un altro articolo per me molto stimolante l’ho trovato sempre su Avvenire, e credo non sia un caso. In questo articolo, dal titolo Questo è il momento di pensare cose nuove, Francesco D’Agostino si interroga sull’importanza dell’associazionismo cattolico, portatore possibile di iniziative sociali, ecologiche e anche finanziarie. Temi che, anche se sottolineati anche da Papa Francesco, non sono però specifici delle iniziative cattoliche. Mi chiedo dunque se, ancora oggi, la specificità cattolica, almeno in politica, riguardi “solo” temi come aborto, famiglia o eutanasia? Per altro, anche questi, strumentalizzati da alcune forze politiche. Ri-animare la politica, in chiave cattolica, può passare anche attraverso una permeabilità, una trasversalità di iniziative sociali insieme ad altre culture politiche?

Io credo proprio di sì se la cultura cattolica rinuncia ai vecchi “no” (è l’espressione usata da D’Agostino). Per capire cosa significa tutto questo bisogna fare un passo indietro, al tempo del cardinale Ratzinger e del Cardinale Ruini, quando i cattolici hanno tentato di sferrare un attacco alla secolarizzazione montante brandendo l’arma dei “valori non negoziabili”: il concetto di vita umana, la famiglia frutto dell’incontro di uomo e donna, il matrimonio, il no all’eutanasia. Giorgio Campanini, studioso cattolico di teologia del laicato, sostiene che sia stato un errore collocare il tema dei “Valori non negoziabili” nella dimensione della vita politica perché questa è segnata dalla democrazia e dal pluralismo e perciò rifiuta integralismi e laicismi ma presuppone la regola fondamentale della mediazione. Se si parla di non negoziabilità si dice no alla mediazione e quindi alla politica che non è più sinonimo di Stato cristiano o al contrario di Stato ateo (due integralismi non coerenti con la democrazia liberale affermatasi in Europa). Questo equivoco ha spaccato il laicato cattolico in due fazioni: i cattolici morali difensori di famiglia e matrimonio uomo-donna e i cattolici sociali sensibili ai temi della povertà, dell’emigrazione e dell’anti- razzismo. Ma il Cardinale Bassetti, capo dei Vescovi italiani ha già ammonito: il Vangelo è uno come pure è una la Dottrina sociale della Chiesa. E invece i due gruppi camminano disuniti, il primo a destra ormai cattoleghista e il secondo a sinistra. Se i cattolici italiani vogliono superare il meritato declino della tradizione politica “cattolica”, rinchiusa ai soli valori della persona, (che restano fondamentali per il credente) devono aprirsi a fare nuova cultura politica difendendo i concetti di economia sociale e di ecologia integrale. Non è forse la lezione di Papa Francesco che addirittura loda e difende Greta Thunberg e il suo grido contro i mutamenti climatici?

Questa domanda si ricollega a un pensiero che mi è sorto leggendo un articolo su Civiltà Cattolica in cui ci si chiede se, pur nella necessità di riappropriarsi di una forte identità cattolica, sia utile una sorta di contrapposizione del tipo “tutti i cattolici da una parte e tutti gli altri da un’altra”. Intendo dire: Come, un vero e autentico partito cattolico, può evitare questa contrapposizione? C’è qualcuno in grado di far rivivere, in questo senso, la lezione di Moro?

Aldo Moro ha creduto nel partito della Democrazia Cristiana definendolo partito di centro, popolare, democratico e antifascista, casa comune della maggioranza dei cattolici ma non di tutti perché già dopo il Concilio Vaticano II e dopo il ’68 le componenti sociali del laicato cattolico viravano a sinistra. E dopo il 1994 iniziava la diaspora dei cattolici, definita anche una dispersione infruttuosa perché sparpagliati in tutti i partiti (di destra, di centro e di sinistra) si sono scoperti, proprio alle politiche del 2018, ininfluenti se non del tutto assenti. Il Papa tornando da un viaggio dall’estero disse che non erano più proponibili modelli di partiti cattolici già sperimentati nello scorso secolo. Perché? Forse perché non si accettano più confusioni tra fede cristiana cattolica e militanza politica. La prima chiama in causa il ruolo della Chiesa come sacramento di salvezza per tutti e la seconda è uno schierarsi come parte, cioè come partito che si distingue da un altro. Perché Sturzo difese a tutti i costi il nome del Partito Popolare già nel 1919? Per la convinzione che Cristo non è divisibile in fazioni, come sta accadendo con il feticismo leghista dei rosari e delle croci di Salvini, e che la politica spetta alla libertà dei laici. Anche oggi un partito cattolico o cristiano non avrebbe senso, invece un partito di laici che si impegnano a trasferire nella prassi politica il patrimonio dei propri valori e degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, è ancora utile nel nostro paese tanto più nell’attuale congerie della crisi della democrazia. La lezione di Moro è ancora viva e utile a questo fine e già lo diceva prima della sua morte quando a Brescia, invitato dall’amico Martinazzoli, rivolgendosi ai giovani raccomandava tre cose: 1.La laicità dell’impegno politico, 2.La responsabilità individuale declinata come vocazione della persona al dialogo e alle relazioni con gli altri, 3.Portare i principi e i valori cristiani nella complessità della storia e non come vessillo identitario contro qualcuno.

Roberto Di Giovan Paolo, riferendosi a una figura come Dossetti, sostiene come i cattolici democratici non possano non dirsi dossettiani. Alla luce di questa che, non è solo una provocazione, sarebbe possibile una nuova Democrazia Cristiana? E, se sì, come rivolgersi ai giovani per far capire loro tutta questa eredità culturale? Come far capire che uomini come Dossetti, La Pira, Moro, furono tra i padri costituenti e che la banalità di alcune attuali sirene, nulla hanno a che fare con riferimenti tanto alti? Certo, compito arduo, ma se non si coinvolgono i giovani rianimare la politica è, credo, impossibile.

È molto curioso il fatto che Aldo Moro, già nella fase costituente 1946-1947, veniva definito dossettiano per la sua partecipazione alla rivista Cronache Sociali di Giuseppe Dossetti. Eppure con l’avvio dei governi centristi di De Gasperi fu etichettato come degasperiano. Una sorta di ambivalenza sospetta perché Dossetti abbandona la militanza politica e la Democrazia cristiana, già negli anni 50, proprio per diversità di vedute con De Gasperi. Su che cosa? Essenzialmente sul ruolo del partito che per De Gasperi veniva dopo il Governo e invece per Dossetti era proprio il partito l’interprete principale dei bisogni della gente e perciò il vero ispiratore dell’azione di Governo in una seria ispirazione riformista di giustizia sociale. Prevalse la cautela di De Gasperi e Dossetti scelse la vita religiosa senza dimenticarsi negli anni ’90 di tornare in campo a difendere la Costituzione pur vivendo da monaco nella comunità di Monte Sole. Politicamente si disse che Dossetti era stato rimosso perché troppo integralista e quasi “un socialista cristiano”. Aldo Moro non ebbe mai il gusto di definirsi con una etichetta ma nella sua azione politica non tradì mai la vicinanza spirituale con Dossetti. Non è un caso che il mio “Ri-animare la politica” inizia con la dedica principale ai giovani e con l’invito rivolto proprio a loro a leggere il libro del Vescovo Francesco Savino “Spiritualità e politica. Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti”. Potranno incontrarsi con tre giganti accomunati da un contrassegno indelebile: l’unitarietà della vita che teneva insieme fede cristiana, politica e insegnamento rivolto ai giovani. Se oggi invece i giovani si accorgeranno che circolano nella vita politica molti “politicanti”, affetti da arroganza e da nanismo intellettuale, non si devono disperare perché, facendo un po’ di memoria, scopriranno chi sono i veri Padri della Patria.

Ri-animare la nostra politica. Una nuova sfida per i cattolici Book Cover Ri-animare la nostra politica. Una nuova sfida per i cattolici
Antonio Secchi
Saggistica, politica.
Sette Città
2018
104