Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato vari libri, sia in italiano, tra i quali Trilogia dello zero (finalista premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (vincitore premio Alinari), Sativi (selezione premio Città di Como), Naturario (selezione premio Viareggio). L’ultima pubbli¬cazione è per l’editore Avagliano, nella storica collana fon¬data da Claudio Damiani e Andrea Di Consoli: Sasso, carta e forbici, con postfazione di Enrico Testa. Ha inoltre all’attivo alcune pubblicazioni in spagnolo (23 – fragmen¬tos de alguien, El hombre comido, Saga familiar de un lobo estepario). Ha dato alle stampe anche una silloge in verna-colo foggiano (Lattèssanghe, selezione premio Città di Ischitella – Pietro Giannone). Suoi lavori sono stati tradotti in più lingue e antologizzati in opere collettive come InVer¬se: italian poets in translation a cura della John Cabot Uni¬versity. Nel 2014 una giuria composta da Marco Marchi, Dante Maffia, Giacomo Trinci e Giuseppina Amodei gli ha conferito il premio Iris di Firenze. Traduce dallo spagnolo interessandosi a vari autori, su tutti Leopoldo María Panero. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie, oltre che alcune collane per le Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.

10 poesie di Antonio Bux tratte dal libro inedito “L’ipnosimetro”.

***

Tu che speri un’anima si risvegli

dal lato umano, a tarda ora,

quando sei sola nel mio volto

e l’ora è buia ma ti rischiara,

non è l’anima di chi siamo.

L’anima che si vuole sperare

farsi nulla, avanti come un corpo,

non è l’anima del reale,

se per immaginarsi a specchio

riflette solo male

il volto buono, già svanito.

Così tu ami questo involucro

tradito di ogni giorno,

e la carne che ti piace, o il bacio

vivo nel sonno, che vorrei sereno.

Ma non è che un ricordo

su chi saremo, quando due anime

per fondersi dovranno amare

il sogno andato, d’essere due di uno.

Questo dell’anima si ama,

il suo canto morto, se è vero

che un raggio cavo fa del corpo

chiara la solitudine, forse ameremo

o in quella saremo amati

per chiara immagine che si è

già stati soli, con le furie al collo,

non moriremo amando, l’immagine

nostra mutata se ci amerà

sarà per non sparire.

***

Anche se mi fugge via l’anima
vedo nelle anime altrui il sogno
d’essere altrove come rinati
di una sola anima e così soli
solamente lasciandosi in pace;

ma non fugge via la mia anima,
c’è e rimane nelle anime altrui
quando guardo altrove e sento 
di me forse un sogno più vivo
ed è l’anima sola che parla.

(Ma dove Dio parla un’anima zitta
parla senza di lui, di dio in verità
e non parole che più definiscano
cosa sia solo amare, o questa pietà
di baci profondi dati a se stessi


dormendo; un animo di baci più bui
con l’animosità di una bestia
spaventa la carne dov’è silenziosa:
questo dio ci collega, in sé ciechi
d’imparare a parlare, e lui dappertutto)
.

***

Giorni d’acqua, simili a dèi…

Ma cosa viene, da sopra o sotto,

a sognare gli esseri

e poi farli umani, bestie da pascolo,

vivono davvero il loro tempo?

Sembra sia uno specchio

girato contrario, eppure vedono

la forma di sparire

e anche la forma visibile,

con gli stessi occhi che si muta

ogni giorno e non ha fine

ma per poco, la fine che poi diventa

l’inizio di un nuovo giorno

quando dèi piovono, e sono gocce

aperte al corpo di essere umani;

ma è un pianto, a ciel sereno,

tendere lo sguardo come fosse nuvola

per guardare gli altri, farli animali,

o essere del vento come un canto.

Anni perché fate fiume,

dove e quanto il sogno dura,

se per durare si deve sparire d’acqua

evaporando un solo tempo

perché nel tempo si muore?

(Voci di dèi, una nuvola sopra le teste

disegna le voci tutte le idee

e i corpi quando si amano

così i giorni, i profili già ombra

le vite come ombre equidistanti).

***

Vivono di un solo amore gli alberi.

Affratellati, in nome di un dio cenere

bruciano per risorgere in un filtro d’aria,

così cambiano l’atmosfera, al sogno,

fanno delle teste in cielo e poi il velo

dell’oscuro che noi siamo.

Ma parte di un ossigeno o del veleno

li fa un giro più del mondo quando l’occhio

tenuto zitto interno al verde preme.

Terra che li fortifica soltanto per dolore

ma per dolore ce li avvicina

e fa sembrare puro il loro sonno.

E se proteggono senza cellule la sfera

che in vita gira a perdifiato e ci coltiva

non cadranno nel rovescio, una sola fiamma

di tempo per noi comunemente accesi

il rogo disunito finirebbe.

Ma tagliati, la notte che li assorbe,

nel sogno come sono di parole e buche

un tuffo dall’ombra li allontana

e sembrano perduti tra le foglie ma vivi

senza esistere perché si pianteranno a spora

nel sole da qui anni luce.

Oltretomba di ogni uomo quel seme

d’albero tramonta la sua specie

forse per assurdo sentendosi già umano

ferendo un po’ d’azzurro il clima, le pressioni

autunnali di una vita, parte di ciò che viene.

Ma con amore questa ferita torna

sopra i campi svolge di nero un’abetaia

che pare di essere uniti, spogli

nel tronco ad appassire, e col fiore vano.

Mantra avvolto dentro la culla il legno duro

chiude l’ombelico ma apre l’estinzione.

E a cosa serve dio, se tagliando

in due l’albero sono io?

A cosa serve un io se per chiome

lucenti anni si perdono tra arie, nuove,

e chi non è rimane, e trasparente poi vedrà

lo spazio, il tempo, la sua sparizione?

Mani se corrugano, per il triste

destino che è un dono, simile a radice

sopravvivendo, questo segreto

ciò che gli alberi proteggono, sanno

che di una pasta informe

è benedetta l’energia, e senza meta.

***

Mi manchi. Dal buio del tuono
vedo costante il tuo riflesso
che si dilegua. Un segno
opposto alla luna
rimbalza sulla terra 
e fa rivivere una voce.
Come di fuoco, somiglia
allo stare soli. Questa 
tua distanza, ora bianca
quasi opaca mi ricorda 
io chi sono. Forse un suono
dolce o la paura
di essere come te
solo del cielo. Ma tu 
mi manchi, e così vivo
e vedo alla finestra un cieco
ordine del creato; e mi crea fastidio
sapermi vuoto e nel tuo
stare lontano come la gentaglia
per dirti ancora quanto sei bella
devo scriverlo contrario. 
Per questo se mi manchi
vedo incostante
come riflessa la parte 
tua che amo; di più non chiedo
alla notte, di sapermi nero
e calmo, già disegno
di una linea che ci unisce.

***

Muore sempre un destino, e non si placa.
Anche al di là del cielo, poche stelle per poco
attraverso quella freccia si illuminano.

Ma quando uno muore, qualcosa muove in cielo,
e le stelle morto un uomo si aprono, 
fanno un colore della terra, e quell’uomo

la sua pelle rischiara, un turbine di cieli lo avvera,
e pare una stella incancellabile quel dio
che in poco tempo lo ha disegnato.

Ma un muro di giorni sarà servito? Uno spazio
per l’anima anche in un buco, un giorno
solo per far di una vita la stella?

Disturbare le stelle non è poco; morto 
il gioco di durare, sarà infinito di luce alle spalle
disegnato un destino da che si nasce

se un uomo muore non potrà più sparire 
la sua traccia già fondo spaziale
dall’altra parte per ognuno sarà porta.

***

Perché dire un suono. Una figura 
non muta al suo risveglio, germina
lontano il geroglifico se parla, 
ed è la stessa lingua di vedere 
a malapena, sbirciando un prato
l’ombra lunga dove la parola chiama. 
Ma un prato, qui, perché dirlo?
Avvolto come in sogno, aprirebbe
al chiaroscuro di ciò che sotto
tende, saprebbe mostrare all’uomo
la curva senza unire, cielo e terra
e una parola così, già sparita. 
Perché venire al mondo, allora,
perché parlare e non veder la traccia? 
Esseri segreti di un mistero nuovo 
avete fatto del tempo suono
senza più parole, dove un uomo ama
anche il suo silenzio; ma dirlo, qui, 
a voce strana, sembrerebbe
poco anche per sentire, perché esistere
è la stessa cosa, figura muta umana 
il prato continuerebbe a dire.

***

Da che un mondo materiale inventa

il solo modo di meditare, altro

dobbiamo proteggere, il divino medio

col quale provare piacere, così come vuoto

è l’oscuro di un essere speso

in fandonie, solo per scherzo non giurando

che pace e prosperità per i suoi eletti

caproni; ma l’erba mite non si consuma

a primo pelo, ed è inutile il verde

guardare l’atmosfera, se metafisica

o realmente ci vien meno

è il solo vanto da pagare, accecarsi bui

per le strade interrotte dove dio

padre è una pietra, freccia grezza

sulla strada, e noi la meta.

Da che un mondo diseguale vuole

fare uguali gli esseri, ma non comunicanti,

per un cielo dove dio aspetta lì consuma

con la sua fune di angeli il volere

di un dio diverso, più grande di questo

credo è sbagliare, vedersi fino in fondo

spogliati così su quei prati andremo

per la baldoria di essere pasto, come gloria

eterna, e per sempre ciechi;

l’ultima materia che si impara

nel sovra tempo, è di dover morire

e col suolo falso attorno, creato per bestiame

tenuto dal bestiame forno lento.

Da che si prega non ritorna l’etimo di dare
questo amore per un disegnare celeste,
che sembra di esistere solo volando
e da lì sopra guardare come scompaiono
cimiteri di case e i misteri della culla
materna è solo la devozione di chi ferito
mostra i propri segni a dio
e dentro di dio si riconsegna vuoto; 
più nulla per sentirsi uniti, sereni e prossimi
all’incontro buio, in quella fiamma
di cercare altrove sicuri
l’oscuro solamente e diventarlo.

***

A tu per tu col cielo

che si divinano angeli,

ma di quelli in terra

che in silenzio amano,

perché non si bacia

la forbice, come gabbia

dorata il loro soffrire

anche per noi?

Sembrano spazi

inventati tra gli esseri

coi loro occhi infiniti

di delirio, e così calmi,

pure quando muoiono;

buio che li adorna

di una stanza immacolata

solo nostra, per noi

che questi portano il nome

di dio nei loro tagli?

Con gli sfregi della terra

imposta, il dado girato

infinito della miseria

è il perdono parallelo, ciò

che sappiamo sbagliato

eppure esistere.

E pure per smuoverci

dal torpore svegliati al buio

di un nuovo giorno, amano

sbagliare in noi e la colpa

che non scontiamo mai;

è la stessa presenza

del vento direbbero,

lo stare insieme al mondo

così uguale, a tu per tu

col volto eroso di quando

si dorme e il sogno dove porta,

al grembo così naturale,

felice…? Sarà il patto di chi

per noi veglia e ci permette

sognare; una comune distanza

coprendo i volti di chi muore

il sangue che le pietre ricordano.

(Di questo silenzio gli angeli

in terra sono radice, da pregare).

***

Sarà che il tempo ha una sola eclissi.
La sua chimera ruba chi non vuole
o spacca in due la propria meta. 
Ma porta comunque, nell’unicellulare
bisogno di avere ancora tempo
da essere abbastanza e non sapere
che la luna è un sole morente.
Ma non per dare una fetta di pane
o il sangue frammisto all’olio, calice
di un veleno passato di chiaro in chiaro,
che disegna un cristo malato in cielo. 
Così la fretta di una gioia che si ama,
o di un calmo solo come quando si odia
e con furia d’animale, solo questo sa
restare vivo, dopo notti passate a bere,
il granello mite che compone il cranio. 
È questo che sarà, ma non per sempre.
Finché si vive e di un servile amore
si ama senza patimento, la giusta pena
è stringersi alla propria specie. 
Così ha voluto dio. Così le verità
somigliano a distanze, quando ferme
guardano crescere un’età, e non è mai 
quella giusta. Ma è la sola età che c’è,
ed è dalla nostra parte; lei sa come in noi 
si compone il sogno, com’è che di noi fa
la spinta umana la sola spinta altrove. 
E non muore, è una ruota programmata:
ritorna l’essere a girare, torna nel tempo
e non questo ricordo, ma lui ricorderà.

In copertina Antonio Bux in una foto presa da laboratoripoesia.it