Francesco De Luca è scrittore, poeta e traduttore. Nel 2006 si trasferisce in Cina dove scrive su riviste e svolge diverse attività. Sull'isola di Hainan fonda Chinasurfreport, la prima webzine dedicata al surf da onda in Cina. Torna in Italia nel 2015. Pubblica la silloge "Anomalie" (Terre Sommerse, 2016) e il romanzo "Karma Hostel" (Il Foglio Letterario, 2019). Figura tra i cinquanta poeti del Roman Poetry Festival (Ponte Sisto, 2019). Recentemente ha pubblicato "Un uomo felice" (Del Vecchio Editore, 2019), prima antologia italiana del poeta cinese Hai Zi.

我总是会再看一眼颇章布达拉

我总是会再看一眼颇章布达拉,

如同需要安慰的边缘人,

这成了临睡前的一种仪式,

望见的总是一片暗黑,

那么被动,那么寂寥,多少秘而不宣!

也总是会直抵一九五九年三月以及之前的光阴,

艰难地,从幼年成长至青年的嘉瓦仁波切,

独自徘徊在金顶与白宫之间,有时俯瞰空旷的德央厦[1]

每至凛冬某日,朗杰扎仓[2]的僧侣戴上威猛的面具,

以华丽而激烈的羌姆[3]供赞本尊,呼唤护法……

当心痛的时候,当呐呐难言的时候,

“像往常一样……”,我会重复这句开场白,

足以令沉默已久的人慢慢开口,

或让盘踞顶层的窥视之眼飞快地避闪,

那属于我们的完整生活才会从中断之处继续。

但今夜似乎不寻常,往常准时关闭的灯光

在凌晨一时四十分依然炫亮着,甚至比平时的灯光

更炫亮,使得坐落在玛波日[4]的颇章变得惨白,

就像是,某一出改写了剧本的重头戏,

需要新的、苛求的、独断专行的布景。

2018-9-11,拉萨

[1] 德央厦:བདེ་ཡངས་ཤར
(Deyang Sha),位于布达拉宫,意为东欢乐广场,藏历十二月二十九在此举行僧侣演示的金刚法舞

[2] 朗杰扎仓:རྣམ་རྒྱལ་གྲ་ཚང་། (Namgyal Tratsang),专属尊者达赖喇嘛的僧团。传统上达赖喇嘛的诸多法事均由该僧团承担。

[3]羌姆:འཆམ
(Cham),金刚法舞,由僧侣演示。

[4]玛波日:དམར་པོ་རི

(Marpori),红山。

Rivolgerò sempre lo sguardo al Potala

Rivolgerò sempre lo sguardo al Potala

come emarginati in cerca di conforto,

questo prima di dormire è divenuto un rito,

scorgo sempre una landa oscura,

così passiva, così sola, quanto segreta!

E sempre ricorderò il tempo prima del Marzo ’59,

duramente, dall’infanzia all’adolescenza Gawa Rimpoche,

fluttuava solo tra la cima d’oro e il palazzo bianco, e a volte da su guardava l’ampio 

                                                                                                      Palazzo della Virtù*,

ogni volta all’arrivo del freddo inverno, i monaci di Namgyal Tratsang indossavano 

                                                                                             maschere e fiere possenti,

lodavano Cham** aspro e splendido, chiedevano protezione…

Quando il cuore duole, quando parlare è difficile,

ripeterò questo prologo “come sempre…”,

per far lentamente parlare chi è da tempo in silenzio

o per velocemente schivare gli occhi che sbirciano nascosti sui tetti,

allora la nostra vita intera potrà continuare dal punto di rottura.

Ma questa non sembra una notte comune, le luci che di solito puntuali si spengono

all’una e quaranta del mattino ancora brillano, brillano più luminose del solito, sbiadendo il Potala assiso sul Marpori***,

come il momento culminante di una sceneggiatura riscritta,

che bisogna di una nuova, esigente, arbitraria scenografia.

Lhasa, 11 Settembre 2018

* བདེ་ཡངས་ཤར (Deyang Sha)  il Potala, qui secondo il calendario tibetano  il 29 Dicembre si tengono dimostrazioni di balli dei monaci buddisti

** རྣམ་རྒྱལ་གྲ་ཚང་། (Namgyal Tratsang)monastero di monaci seguaci del Dalai Lama. Tradizionalmente molte cerimonie religiose potevano essere gestite solamente da questo gruppo.

*** འཆམ  Cham)Danza tibetana. I Qiang, sono una popolazione nomade della Cina occidentale, imparentata coi Tibetani. Qiang Mu (姆), vecchia matrona dei Qiang, capace d’insegnare.

**** དམར་པོ་རི  (Marpori), in cinese 红山 (montagna rossa), luogo dove sorge il Potala

Sempre care mi furono queste alte vette

Nell’anniversario dell’invasione del Tibet, la poesia sulla perdita, tradotta dal cinese all’italiano dal poeta De Lufa (De Luca), ha un significato speciale. Lo scrittore italiano Calvino, che amo moltissimo, ha menzionato Lhasa in “Le città invisibili” e nel capitolo IX scrive: “… Il tetto bianco di Lhasa si trova tra le nuvole. Sul tetto del mondo.” Penso che ciò che vide fosse il nostro amato Potala

 – Tsering Woeser

Ci sono storie che non vengono rivelate. Storie che vengono dette e poi dimenticate, come quelle che si ascolta poco prima di addormentarsi, o quando si è già nel sogno. Ci sono aspetti, dettagli, frammenti, colori, raggi di luce che sfuggono (seppure impressi nella memoria di qualche sconosciuto) che spesso racchiudono l’essenza di una vita intera, di un popolo intero, di una nazione. Dell’umanità.

Questa mattina al risveglio ho ricordato una storia, una storia iniziata sessantuno anni fa e che si ripete come le preghiere lungo le ruote mani, quelle che giravo quando spesso passavo per il Tempio dei Lama, non lontano dal mio appartamento al Taiyang Yuan, lungo il terzo anello di Pechino.

Qui abita Tsering Woeser, poetessa di Lhasa, di cui oggi propongo una poesia. Una tra tante, per caso, perché ce l’ha inviata lei mentre chiacchieravamo su wechat e si parlava di tutto e di niente, di poesia e di libertà, di Hai Zi, che conobbe nel lontano 1987 a Chengdu. “Non ricordo molto, solo che ci scambiai qualche battuta subito dopo una lettura poetica. Allora studiavo letteratura cinese all’Università di Chengdu e lui era di ritorno da un suo viaggio proprio in Tibet”.

Non potevo non tradurre, un po’ per curiosità, un po’ per scoperta, i componimenti di resilienti, resistenti, dissidenti tibetani che da decenni resistono contro il sopruso e la limitazione della libertà, anche fosse solo d’espressione e di movimento. Questa poesia è una candela, una candela da accendere in memoria di quel 10 Marzo 1959, nella speranza che in questo oggi, che siamo costretti a vivere in una nuova zona rossa, che non ci saremmo mai aspettati di vivere, che per questo coronavirus, forse, sentiremo più vicini tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, le proprie famiglie, senza poter più rientrare. O senza potere uscire.

Questa è una storia di cui non voglio parlare, non per omertà sia chiaro, ma per onestà nei confronti del lettore, dell’autrice e di me stesso. Perché non basta aver vissuto anni e anni in Cina per essere tibetologi, non basta. Non sono Giuseppe Tucci, né Fosco Maraini. I loro testi, le storie vertiginose, al limite del viaggio spazio temporale o fantascientifico, quando risfoglio le loro narrazioni, o m’intrufolo tra le foto dei tempi ormai distrutti dall’invasione di allora, m’inorgogliscono d’essere italiano.

Conoscere la Cina non vuol dire conoscere il Tibet. Sono due cose distinte, seppur intrecciate, come intrecciate possono essere le storie di Grecia e Italia.

Tsering Woeser nasce a Lhasa nel 1966, studia in scuole cinese, si laurea a Chengdu, viaggia per il paese. Blogger, scrittrice, poetessa, attivista, è un punto di riferimento per molti scrittori tibetani. Ha lavorato come editrice per la rivista “Letteratura Tibetana” (Xizang wenxue), da cui viene ben presto allontanata per motivi ideologici. Il suo “Notes on Tibet”, una raccolta di racconti pubblicata dalla Huacheng Publishing House di Canton, viene considerato offensivo nei confronti della nazione.

In questo 61esimo anniversario, celebriamo la poesia, che sola e diamantina sorvola ogni distanza insinuandosi nelle fibre e nei cavi, nel silicio e nei materiali dei nostri laptop, fissi o smartphone, portando una parola di speranza e di amore dal Tibet, verso il Tibet, passando per l’Italia, e attraverso te.