Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Quei bambini portati al nord

Di Geraldine Meyer

Questo bellissimo Il treno dei bambini di Viola Ardone, pubblicato da Einaudi, parte da una storia vera. La storia di quelli che venivano chiamati “i treni della felicità” un’iniziativa dell’immediato dopoguerra, voluta fortemente dal PCI, che portò al nord circa 70mila bambini. Bambini che vennero accolti da alcune famiglie, in particolare dell’Emilia, della Toscana e della Liguria, e ospitati per mesi o per anni. Una grande, e dimenticata, operazione di solidarietà, con cui si voleva aiutare chi, al sud, stava soffrendo in modo particolare per la povertà causata dal secondo conflitto mondiale e che vide il nostro paese unito, almeno nelle intenzioni. Non pochi di quei bambini, pur avendo una famiglia al sud, vennero adottati dalle loro nuove famiglie e non fecero mai (o quasi) ritorno nelle loro case di origine.

Tra questi Amerigo Speranza, la voce narrante di questo Il treno dei bambini, ragazzino dei bassi napoletani, gravidi di umanità, storie, rumori e personaggi, ma schiacciati da una miseria tanto invadente quanto dignitosa. Tra scorribande con gli amici, litigate con la madre Antonietta, e una vita che dall’esterno delle strade si alterna all’interno della loro minuscola casa, Amerigo si troverà a salire su uno di quei treni. La madre, convinta come altre donne, a staccarsi dal figlio, lo lascerà andare in un mondo nuovo, separandosi da lui senza particolari emozioni. E sarà, questa apparente freddezza, il primo indizio di una serie di equivoci su cui si dipanerà la storia e la vita di Amerigo, bambino prima e adulto poi, perennemente in fuga, quasi costretto a inventarsi un’altra vita.

Amerigo in Emilia incontrerà persone nuove e un nuovo modo di rapportarsi l’uno con l’altro, un mondo in cui ogni cosa sembra più facile, più leggera, più giusta. E comincerà, piano piano ad avere paura, non tanto di ciò che si è lasciato alle spalle, quanto di non sentirne più la nostalgia. Al nord avrà inizio la passione della sua vita, quella per la musica e il violino e l’impossibilità di dedicarvisi sarà ciò che, tornato a Napoli dopo alcuni mesi di lontananza, lo indurrà a fuggire per tornare dalla sua famiglia al nord. Per restarci.

Tornerà a Napoli solo molti anni dopo, da uomo cinquantenne, solo per il funerale della madre. Evento con cui comincia un percorso di rielaborazione di tutta la sua vita ma anche la parte più toccante di tutto il libro. Perché questo ritorno sarà l’occasione per pensare ma anche per scoprire moltissime cose su di sé e soprattutto su questa madre da cui la vita e i silenzi lo avevano allontanato.

Il treno dei bambini è un libro in cui veniamo buttati di forza a considerare cosa voglia dire la solidarietà e come essa, pur senza volerlo, possa creare dei solchi e degli strappi con cui, qualcuno, non riesce a fare i conti. Cosa abbia significato per molti bambini (e genitori) separarsi gli uni dagli altri per avere sì una porzione di vita migliore a prezzo, spesso, di un ribaltamento emotivo rispetto a tutta la loro vita, le loro origini e la loro storia. Sono pagine che si leggono con un sottofondo di malinconia anche, e forse soprattutto, quando Amerigo racconta il colore e il calore dei bassi, l’ingenuità del bambino e finanche l’ironia di alcune situazioni. C’è sempre, come un suono di fondo che ci pungola là dove capiamo che, talvolta, è moltissimo ciò a cui si rinuncia pur credendo di avere un segno più sulla partita doppia della vita.

Viola Ardone (Foto da napoli.repubblica.it)

Viola Ardone calibra molto bene parole e situazioni, restando in un estremo equilibrio sia stilistico sia narrativo, riuscendo a raccontarci una storia che è individuale e collettiva, di uomini e donne e bambini ma anche di un intero paese e di come la guerra avesse lasciato segni indelebili, con povertà e qualcosa che era meno povertà ma neppure ricchezza. Le famiglie del nord non erano, infatti, famiglie ricche ma famiglie di lavoratori che solo si trovavano in una parte del paese meno intrappolata nella miseria e con un orizzonte degli eventi in cui il futuro sembrava più roseo.

Davvero un libro che fa riflettere ponendo la luce dell’attenzione su un fenomeno di migrazione interna su cui bisognerebbe soffermarsi per comprendere anche il presente.

Il treno dei bambini Book Cover Il treno dei bambini
Viola Ardone
Narrativa italiana
Einaudi
2019
233 p, brossura