Daniela Ginex vive e lavora a Catania. Ha collaborato con la rivista Paidòs, dove ha tenuto una rubrica umoristica. Ha pubblicato con Algra dei racconti in antologia (L’arte di perdere, Albe, Zenith, Ci rifaremo vivi, All’imbrunire, L’inseguimento) e il romanzo Divagazioni amorose.

TONDO GIOENI

Di Daniela Ginex

Erano appena scoccate le otto quando Enrico Mangano, titolare di una nota gioielleria della città, si apprestava a chiudere la sua giornata di lavoro. Quella sera sarebbe andato in palestra. Tanto ormai poteva fare il cazzo che voleva e nessuno gli avrebbe rotto le palle perché tornava tardi a casa.

Aspettò che il personale uscisse dal negozio, inserì l’allarme e azionò la saracinesca.

L’aria di maggio era già tiepida e c’era ancora molta gente a passeggio in corso Italia. La striscia del mare che si intravedeva in fondo al viale era di un azzurro nitido e squillante che si riverberava nell’aria.

Il bar accanto al negozio era pieno di avventori seduti al tavolino per l’aperitivo. Enrico scambiò un cenno di saluto con un paio di habitué, quindi lanciò una rapida occhiata a due ragazze eleganti che chiacchieravano fitto fumando una sigaretta. Loro si voltarono e gli sorrisero, lui ricambiò.

Era ancora un gran bel figo, pensò una volta entrato in macchina, specchiandosi brevemente.

L’odore che emanava la Porsche Cayenne nuova fiammante gli dava un piacere fisico. Ce l’aveva da soli quattro giorni e non si era ancora abituato alla gioia di quel capriccio di lusso. Gioia non offuscata da nessuna rompiscatole perché spendeva i soldi in modo scriteriato per cose inutili: la seconda moglie, Giorgia, se n’era andata di casa da sei mesi, e, sebbene la separazione stesse diventando un vero inferno, prima o poi sarebbe stato un uomo libero, e nessuna gli avrebbe più chiuso le palle nella gabbia.

Nello stesso momento D’Ignoto Santo, disoccupato, finiva la sua sigaretta affacciato al balcone dell’appartamento occupato da lui e dalla famiglia di fatto del momento. Era al terzo piano di uno delle  quattro popolose palazzine che circondavano la piazzuola principale del quartiere, edifici uguali fra di loro ma arricchiti nel tempo di fantasiose varianti apportate dai loro abitanti – verande, finestre supplementari – , ma al tempo stesso già corrose dal degrado e dall’incuria, almeno per le parti comuni.

La vita del quartiere scorreva pigra come sempre. Nicolò di Miriana – quanto aveva, sette anni?,  metteva in scena una pantomima a beneficio di alcuni ragazzi più grandi di lui, eseguendo alla perfezione un pezzo di Gianni Celeste. Cristian e Giovanni – i figli di Ignazio rattaevinci, ancora detenuto per almeno altri due anni – erano già al terzo giro con lo Scarabeo, e Santo pensò che non avrebbero mai piazzato la metanfetamina se non si decidevano a spostare. Sasha stava tornando a casa, tacchi altissimi, passo incerto e minigonna inguinale, mentre la madre Nancy dal balcone, con un tiro preciso, precipitava l’immondizia nel marciapiede sottostante.

Santo lanciò il mozzicone e rientrò a casa. Fabiana stava compulsando il cellulare, tutta intenta, mentre il piccolo Braian faceva altrettanto con quello del padre. Accortosene, Santo glielo strappò dalle mani imprecando, azione che fece prorompere il bambino in acutissimi strilli, mentre la ragazza sollevava la testa, incerta.

“Forza, vestiti che usciamo”.

Mentre era alla guida, Enrico aveva ricevuto la telefonata del suo assiduo sodale, Andrea. Legati da un destino comune di recente separazione, assaporavano insieme con voluttà la nuova vita di uomini liberi.

“Lasciala perdere la palestra, per stasera, ti dico che questa festa alla scogliera è una figata, c’è pacchio a non finire, ragazze di vent’anni”.

Bloccato nella fila dei pendolari in rientro, Enrico rifletteva sull’opportunità di seguire il consiglio dell’amico. In fondo preferiva la palestra. Poi tornare a casa e mettersi sul divano con un film, mangiare senza nessuno che ti contesta le briciole per terra e il cerchio di umido lasciato dal boccale di birra sul tavolino.

Però era un vero peccato rinunciare all’occasione. Doveva comunque tornare a casa per cambiarsi e per posare la pistola, certo non poteva andarci in giro alle feste o rischiare che qualche coglione ubriaco la trovasse e ci si mettesse a giocare. C’era voluto un casino per averla e non voleva farsela ritirare per una minchiata.

Fabiana seguiva Santo con passo incerto e Braian in braccio.

“Che hai nella busta”?

Arrivati alla Mini Cooper blu parcheggiata sotto casa, sbirciò dentro il sacchetto di plastica portato dal compagno.

“Un’altra volta? Mi avevi detto che non lo facevi più”!

Santo ignorò le rimostranze.

“Allora se lo devi fare meglio che ci vai da solo! Io mi resto a casa col bambino”!

Bruscamente Santo la sospinse dentro. Non poteva farlo da solo, le spiegò. Una donna e un bambino fanno tanto famiglia innocua. La gente è più disponibile. Cercò di convincerla promettendole che era l’ultima volta e che dopo sarebbero andati a mangiare una pizza. Fabiana si scrollò di dosso stizzita la morsa del suo braccio e si adagiò pesantemente sul sedile davanti, le braccia incrociate, guardando ostentatamente fuori alla sua destra.

Enrico accese lo stereo. Era l’ora di punta, e l’unico modo di sopportare quel branco di sfigati che andavano alle loro vite di merda in macchine oscene era mettere un po’ di musica. L’audio era perfetto. In fondo quella macchina era un salotto, e stare mezzo metro più in alto dell’altra gente glielo rendeva sopportabile. L’estate si avvicinava e la prospettiva del giro delle isole greche con la barca di Federico gli riscaldava il cuore.

Non le solite barche del cazzo. Una barca vera. Lo avevano invitato, finalmente.

Ormai faceva parte del giro.

Il display si illuminò, Andrea stava chiamando. Doveva dargli una risposta sulla festa. Bando alla pigrizia, sarebbe andato. C’era un mondo lì fuori che lo aspettava.

Santo si fermò, fece il giro dell’auto e prese il posto di Fabiana, che si mise alla guida. Aprì con cautela il barattolo di vernice senza tirarlo fuori dal sacchetto e preparò la sbarra di metallo.

Il sole era già tramontato e il tondo Gioeni era un tappeto di automobili poco più che ferme. Dalle varie direttrici, gli automobilisti cercavano disordinatamente di guadagnare la rotatoria che nelle loro speranze avrebbe permesso loro quantomeno di mettere la seconda.

“Accosta. Accosta. Piano. Quello col SUV. Sta parlando al telefono. Aspetta. Ora”.

Santo aveva abbassato il finestrino e preparato la sbarra intinta nella vernice. Brian dormiva. Al momento giusto, si sporse e scoccò il colpo con forza.

“… E che cazzo? Scusa Andrea, ho sentito una botta, ti richiamo”.

Santo richiuse l’involucro in fretta e furia e scese dalla macchina. Fabiana tornò al posto accanto al guidatore. Se avesse pensato, avrebbe pensato che quella cosa non le piaceva.

Ou, ma dove guardi? Mi hai distrutto la macchina”!

Quel troglodita alto un metro e mezzo con la fronte scimmiesca stava bussando al suo finestrino. Ma come aveva fatto a tamponarlo? Era ben lontano. Forse si era distratto parlando al telefono. O forse era l’istante che aveva guardato quella fontana del cazzo.

Santo scese e guardò la fiancata, che aveva soltanto una strisciata blu. Il troglodita si agitava e imprecava. Lo invitò a guardare la sua auto, che presentava nella parte posteriore una vistosa ammaccatura.

“Ma mi prendi per coglione? Come te la facevo quell’ammaccatura? Ti vuoi aggiustare la macchina con i miei soldi”?

La discussione degenerò rapidamente. Fabiana si passava compulsivamente le dita fra i capelli piastrati. Braian si era svegliato e giocherellava, in piedi sul sedile posteriore. Gli automobilisti più vicini avevano rallentato fino a fermarsi, incuriositi dalla scena. Il tipo alto con i capelli bianchi e abito grigio sembrava una persona perbene. Quello con i pantaloni strappati e il gel nei capelli era sicuramente un delinquente. Comunque stessero le cose, valeva la pena godersi lo spettacolo.

“Lo vedi quanta gente c’è? Ho i testimoni! Chiamiamo la polizia”!

La collera montava in Santo. Quel bastardo non voleva uscire manco un cento euro, che sicuramente i soldi li cacava il bastardo. Lui in tasca aveva dieci euro, manco la pizza potevano andare a mangiare, quella sera.

Figgh’i sucaminchia, m’a ddari sti soddi…

E così dicendo, spintonò rabbiosamente Enrico, il quale per tutta risposta gli assestò un gran ceffone. Fabiana, che era scesa, si mise a urlare.

“Smettila, maledetto”!

Anche gli altri automobilisti erano scesi. Braian piangeva.

Ma ora i due contendenti non si curavano nemmeno di chi gli stava intorno. Enrico, di gran lunga più alto di Santo, si difendeva molto bene, e gli aveva spaccato un labbro, mentre lui non si era fatto quasi niente, a parte sgualcirsi l’abito.

Santo tornò alla macchina. Fabiana era pallidissima.

“Che vuoi fare? Andiamocene, dai! Basta”!

Santo nemmeno rispose. Afferrò la sbarra di metallo e si avviò verso l’altro, che si accingeva a ripartire. Brandendola come una clava, colpì la fiancata del SUV, poi lo specchietto, poi il parabrezza. Al primo colpo Enrico fu preso di sorpresa e sussultò. Al secondo, nel vedere lo scempio della sua bellissima macchina, perse il controllo. Afferrò la pistola che era sotto il sedile e uscì con l’arma puntata.

“Pezzo di merda, morto di fame, ora tu mi paghi tutto, anche se ti devi vendere tua madre”.

E così dicendo lo colpì alla testa con il calcio della pistola. Santo emise un lamento e cadde in ginocchio, mentre una smorfia di dolore rendeva il suo volto ancora più animalesco.

Anche l’aria si era fermata. Forse i clacson suonavano, ma lontano. Era come se lì intorno tutto si fosse racchiuso in un’ovatta di silenzio. O forse era un’impressione di Enrico. E di Santo.

Si sentì solo uno sparo. Non era un rumore molto deciso, anzi, piuttosto fiacco. Quella ragazza che urlava, con il bambino in braccio. Lo scimmione a terra con la testa in una pozza di sangue.

Così disteso, Santo vedeva solo le luci appannate dei fanali.

Qualche brandello di voce umana entrò in quel silenzio.

Era la gente che si avvicinava.

“Non si può più vivere in questa città”!

“Se lo meritava. Ha fatto la fine che si meritava”.

“Dovremmo uscire tutti con la pistola, queste cose non succederebbero più”!

“C’è un mondo perso”!

E le luci dei fanali si offuscarono e tutto divenne nero.

L’immagine di copertina è una foto di Catania, presa da cataniatoday.it