Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Come dovevano essere le antiche notti nel deserto egiziano, attorno alle piramidi? E che rumore faceva il vento tra la vegetazione della terra i tempi della preistoria? Che clangore producevano i carri dei mercanti lungo le strade che percorrevano la Via della Seta. Di cosa parlavano le persone a bordo dell’Orient Express o mentre percorrevano il freddo della Transiberiana? Queste domande accompagnano tutte le pagine di questo Strade perdute, Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia di Alessandro Vanoli. Da pochissimo mandato in libreria da Feltrinelli, questo libro è qualcosa di più di un libro di viaggio, di viaggi e strade. Strade di terra, di mare, di ferro. Un antico e infinito reticolo di vie attraverso cui l’autore ci accompagna tra geografia e storia.

E forse è proprio questo mescolarsi di geografia e storia l’aspetto più affascinante e suggestivo di questo libro che, facendoci viaggiare nelle epoche e nei luoghi ci conduce tra tempo e spazio, tra tempi e spazi. Un libro che è qualcosa a metà strada (strada, appunto) tra l’odeporica e il racconto storico, tra viaggio e geografia come scrittura dei luoghi. Perché è proprio così, i luoghi scrivono, scrivono il passato senza il quale è impossibile orientarsi, impossibile comprendere l’immensità di un mondo così infinitamente più grande di quanto si creda. Di quanto, soprattutto oggi, faccia comodo credere.

In un’epoca come quella attuale, di anacronistici e ridicoli nazionalismi, porti chiusi, muri e confini, Strade perdute ci interroga, ci stimola e ci invita a considerare che, tutti, tutti noi, siamo frutto di viaggi e spostamenti. Che la natura degli esseri umani è quella di percorrere una strada, di intraprendere un viaggio, di mettersi in movimento. In fondo anche la distinzione tra sedentari e nomadi perde di senso se si comincia a guardare e ascoltare la storia da una diversa prospettiva, quella delle strade che hanno condotto esploratori, avventurieri, pellegrini, commercianti e guerrieri, semplici uomini e semplici donne che altro non hanno fatto che assecondare la natura delle cose. Che non è certo quella di restare fermi.

Strade perdute ci fa viaggiare, come fosse in tempo reale, lungo il Nilo, attraverso le sterminate, vicine e lontane al contempo, vie dell’Impero Romano, costeggiando la Grande Muraglia cinese, ci fa attraversare i mari insieme a Cristoforo Colombo e al suo errore di rotta, ci fa divenire pellegrini dalla Spagna all’Italia ma anche nell’islam del X secolo per raggiungere la Mecca.

Se si legge la storia e la geografia dal punto di vista delle strade allora le differenze cadono senza per questo perdere l’identità. È questo il profumo più inebriante che esce da queste pagine, la sollecitazione più forte che da esse ci arriva come invito e monito. Rumiz diceva che per conoscere la storia di un luogo e di una civiltà bisogna conoscerne le strade. Chissà se Alessandro Vanoli ha fatto proprio quell’invito, quella suggestione. Di certo ha riportato al centro di un libro non per specialisti la geografia, mettendola al servizio della storia e viceversa, in un gioco di specchi e rimandi che dovrebbero far capire, una volta per tutte, che quando vediamo una strada, di terra, di acqua o di mare, l’istinto è quello di percorrerla, di trovarne un’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Come scrive l’autore: “Perché le strade servono a ricordarci anche questo: che mettersi in cammino richiede tempo e ascolto. Disponibilità a vedere, a cogliere il nuovo e le diversità che ci circondano. E non importa che alcuni antichi sentieri siano ormai scomparsi. Non importa che a fianco di una vecchia pista corra oggi un’autostrada; non importa che un’antica rotta sia ora attraversata da un container o da treni passeggeri. Occorre solo scegliere una direzione e rimettersi in viaggio, passo dopo passo. Alla fine non troveremo l’ignoto, ma con un po’ di fortuna impareremo qualcosa di più su di noi e sulla nostra storia.”

Impareremo che, sempre, attorno e lungo le strade, si sono combattute battaglie per controllarle, per stabilire un potere, per portare le preghiere e le paure là dove pensavamo sarebbero state maggiormente ascoltate, sempre si è cercato un altrove e il modo per raggiungerlo. È sempre Vanoli a ricordarcelo: “Insomma, a ben guardare le strade non sono davvero perdute. Si stanno solo intrecciando tra di loro. Anche se forse questo era vero già in passato: una strada si connetteva sempre a un’altra. E chi le percorreva sapeva che il mondo era fondamentalmente unito. […] è dalle strade che riusciamo a vedere meglio l’unità e la complessità del mondo.” Unità e complessità. Ecco cosa, molti, si stanno dimenticando. Come si stanno dimenticando che non ha senso, in fondo, chiedersi di chi sia quella strada.

Strade perdute. Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia Book Cover Strade perdute. Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia
Alessandro Vanoli
Storia, geografia, viaggi
Feltrinelli
2019
204