Uomo di vasta cultura e ancor più vasta curiosità. Traduce vari autori tra cui Sri Aurobindo. Ha svolto vari lavori e ha praticato arti marziali

Su di un’anima infondata

qualcuno ha scommesso forte.

Due alberi ballano un lento e

sputano fiori sul marmo,

niente che si sforzi di convincere.

Qui, a vertebre spaesate,

bacio la Madonna di fondo

di ogni istante insonne

ma il sogno rimane Kabul,

pietra tumida e primeva,

lapidazione di un capolavoro.

Il peccato non sa attecchire,
il volo cenerino del corvo

non lascia tracce nel corallo

del cielo solcato dall’alba

Fare i conti col santuario

del pube una volta per tutte:

al loto di seta risponde

una bacca di belladonna.

E’ finita l’ominazione,

siamo all’orlo del patibolo,

fendenti dorati attendono

in una squarciabile notte,

la stessa sordida

che ha asservito papi

e sgozzacapre poggiati

alle mura di Lhasa,

papagorge pronte ad incolpare

il vento e il laudano

per ogni claudicante bara.

Molti i mocenighi, troppi

gli altrui ad intiepidirsi

i dorsi delle mani sulle reni

di vecchie e laide.

Sottopelle qualcosa ha messo vela

verso il caos, quello manifesto.

Cercavo soldati perduti

nella nebbia di sangue nubefatto

e invece e’ stato un mercato

di fiori e di piccioni a saltare

per aria coi bambini e gli ami di ottone.

La carta dell’Appeso panneggiata

nel cielo coperto e’ in disservizio.

Luci tiepide schivano le gocce,

una pattina sul vetro di un finestrino.
Eseguire la propria volonta’

di un’esecuzione capitale.

Mi concedo di sfidare

il tempo. Lo spreco e’ un concetto

che non  affligge chi ricorda

i primi balbettii della morte.

Ogni planar di fiore vale

le cataste di inferni sbeccati.

Poi, in un giorno mai sognato

ll mio guru disse: “Ora va’

e contraddici te stesso”, e la

vita gioco’ a tagliarsi come petali

di passi nella neve fortificata.

In uno splendido buiore

davvero bevvi il sangue delle creature,

per questo so di non essere un assassino.

Rubai ori scorsoi in una mimesi

di risparmi altrui, per questo so

di non essere un ladro.

Spergiurai sui confratelli

chiamando Luna il Sole

e giorno la notte, per questo

so di non essere un bugiardo.

Tolsi il capo dalle ravvedute tane,

il nome e’ stato un colpo di maglio

senza intenzione di portarsi dietro,

di certi sciami sordomuti

non mi ritengo responsabile.

Fui io a molestare i versi

affinche’ la poesia mi leggesse.

Piu’ i poeti denunciano avventi oscuri,

piu’ innamoro e piu’ delinquo,

in un nido oltremisura.

Mentre onorate il padre e la madre

stretti alla crine di chi non sa la via

il poeta capta Orione, e sparendo

si fa vero, il navigarsi concavo

di un mosaico di presenze,

a malapena certe, a malapena false,

immortali stenti nel mirabile maltempo

di una stagione contraffatta.

Non attardarti sulla pozza di sangue,

sull’uomo che rimuove lo scalpo del figlio.

Queste non sono che coordinate:

bagliori di un astro mai schiuso.

L’anima mai si ripercorre, mai!

I suoi passi lasciano tracce d’incendio

e chi non ce l’ha si affretta dormendo

a schierarsi con furia suicida.

Dal primo giro di giostra d’atomi
mi accusano di troppa traslucenza,
perche’ ho dato fondo alle fornarine

e non ho rispettato regni e phylum.

Reclamando spesso al cospetto

di niente tutto l’oro d’Etiopia, ho

forzato le pareti dell’amnios.

Ma e’ per discolparmi che assalto

gli astri e i bordelli. Mea Culpa!

Solo quando la sera

scava la fossa al sole

e’ accettabile che si adori

il lampo, il fuoco e la brace.

Agevoli lacrime in una guerra persa,

dove tutto e’ misurato

in una psicostasia rose’

che rende fluidi i ruoli,

come lacrime che salgono la fronte

per bombardare i cieli.

E i marinai si fanno costellazioni.

I miei sol non sono chirali,

pero’ esistono, e con loro

ho fatto di ogni citta’ un ninfeo,

le strade di osmio hanno

il tuo nome e il giorno gronda,

ne fuoriescono sogni di latte.

Se mi vedi lieto come la porpora

della sera e’ perche’ ho squarciato

l’aria coi miei cavalli neri,

ho sorretto il lavoro della morte

che ha fatto proprie

teste amiche e nemiche.

Negoziai in prossimita’ degli incendi,

fino alla fine di una sete erotta.

Moebius celebro’ le mie trenta nozze

e nel nulla delle nubi scaldai le tibie,

pane di sussutti sul quale posare

tutti i moventi, le serenissime e le nomee.

Spodestando il savoir faire i miei

strali innici colpiron qualcosa

oltre il diniego del cielo. Sangue fresco

ne provenne, gocce centaurine,

specchi inauditi. Abbiamo ben commesso:

e’ troppo tardi finalmente.

La linfa delle catene fara’ la via,

se proprio ne serve una.

Per un amore invero,

decrescente come un angelo

minore, mi feci donna,

saliva, serie di petali scesi

da un m’ama-non-m’ama,

placenta di un milite

ignoto. Giocoforza mi tradii,

come un calamo di paglia

che scrive col sangue

i suoi scongiuri al giorno

semovente, portato via

da martelletti di cristallo

lacrimale. Mi tradii

e divenni un me,

di selce e di ciocco.

il mondo si riempi’ di sorelle,

d’ori d’oriente, ed ora che

ho ben predato so che e’

il tuo turno di uccidermi.

Se non mi disarcioni e non

mi derubi della liberta’

come potrai divenire donna

e farmi godere? Devi ignorare

chi pianto’ i susini per

il gusto del vento, chi

migrando ti fara’ anfora fragile.
Ci ripescheremo allora

sul fondale di una baia

di lavendulano. Ho lavorato

nelle miniere del pi greco

proprio per farti fiorire

oltre le spose in schiera.

Prenditi i respiri che ti servono,

che i cavalli rientrino

per il gran falo’.
Avevamo creduto,

tutto qui, e’ stato bello

temerti e averti svista

non lontana dal Mar Bianco,

vestita di renna, piu’

che viva nel cono

dei cattivi propositi.

Un giorno ritrovero’ il

chiaro dei tuoi occhi come

questa cintura di venere,

adagio sul mio palmo.

L’immagine di copertina è un’opera senza titolo dell’artista polacco Zdzislaw Beksinski, da culture.pl