Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Dentro una città c’è un quartiere, il Barrio. Dentro il Barrio, una via, Via Pistrice. Dentro la via, un condominio. Dentro il condominio tante vite. Questa immagine rende bene, crediamo, il sottile e delicato filo che tiene insieme questo Certi ricordi non tornano, il bellissimo ultimo romanzo di Dario Pontuale. Rende l’idea di uno scrigno con dentro un altro scrigno e così via, fino ad arrivare allo scrigno più prezioso di tutti: la memoria. Perché se volessimo trovare la chiave di lettura di questo libro, la parola che tutto contiene e da cui tutto prende il via, è proprio questa: memoria.

In un quartiere di una città che presumibilmente è Roma ma che potrebbe essere qualunque città, tutto comincia. E comincia con l’opposto di quel falso mito che, in anni non molto lontani, è diventata la fuga: restare: “C’è chi nasce in un punto qualsiasi e da quel punto se ne va, chi invece resta ancorato. Esistono solo due possibilità; la terza, chi va e poi torna, non merita considerazione.” Michele, la voce narrante di Certi ricordi non tornano, ci racconta le storie e le storie del Barrio, quartiere che è un mondo intero, quartiere popolare, uno di quei luoghi in cui gli sguardi superficiali e frettolosi trarrebbero il giudizio di “brutto”. Ma i luoghi, come le persone, richiedono manovre di avvicinamento lente, le sole che possono condurre a capire una cosa fondamentale: i luoghi sono fatti dalle persone che ci vivono. E le persone sono ciò di cui sono fatte, in particolare i loro ricordi.

In questa sovrapposizione tra ricordi delle persone e ricordi dei luoghi,(intesi proprio come i ricordi che i luoghi trattengono in sé) siamo condotti nella storia di Michele, giovane abitante del condominio 49 e Alfiero, anziano abitante dello stesso condominio. I due si conosceranno davvero quando Michele imbratterà il muro del cortile con una A all’interno di una O. Quel gesto giovanile quanto impulsivo sarà l’inizio di una profonda amicizia tra i due, il giovane studente e l’anziano operaio. A fare da cornice, tanto importante quanto la tela, la fabbrica di quel quartiere, sulle rive di un fiume, accanto alla ferrovia. Fabbrica che il solito sconsiderato (e dimentico dei luoghi) profitto vuole trasformare in un centro commerciale. E lo stesso condominio. E non a caso. Un condominio non è solo un luogo anonimo in una anonima città. Condominio è una parola che riporta a condivisione, a condivisione della domus, della casa. E proprio qui, Alfiero, dopo essere andato in pensione, riuscirà a trasformare quello che era il vecchio lavatoio in una biblioteca condominiale, fatta dei libri delle persone che vi hanno vissuto, di quelle che se ne sono andate, di quelle che sono morte. Ed ecco ancora la memoria.

Memoria generazionale tra Michele e Alfiero, memoria dei e tra i luoghi. Memoria come trasmissione e condivisione. Certi ricordi non tornano si gioca tutto attorno a queste due meravigliose parole e lo fa regalandoci due personaggi potenti perché normali. Dario Pontuale ha definito questo libro come un libro di storie piccole. E la sua grandezza è proprio questa. Piccoli, grandi uomini e donne immersi nel loro mondo, in quel quartiere che non è solo un insieme di case, in cui l’occupazione della fabbrica (per evitare che divenga un centro commerciale ma semmai uno spazio, appunto condiviso) è un fatto comunitario, indipendentemente dall’essere o meno d’accordo con l’occupazione.

E intanto seguiamo la storia di Michele che diventa uomo e di Alfiero che diventa vecchio, colpito nella cosa più importante, la memoria. Un fatto che costituirà una sorta di passaggio del testimone con Michele, custode dapprima del segreto e poi della storia stessa di Alfiero. Fino al gesto estremo che condurrà a un altro abisso di memoria che coinvolgerà Michele stesso in un quasi surreale gioco di specchi.

Un libro che è una vera e propria elegia della memoria è anche un libro sulla responsabilità del nostro stare al mondo. Anche per questo Alfiero viene definito un “anarchico tranquillo”, erede della storia di suo padre, dei libri da lui letti e conservati in un baule (un altro scrigno). Anarchico tranquillo è solo un apparente ossimoro perché Alfiero è stato un operaio che, come tale, non ha mai sopraffatto nessuno. E che, come tutti gli operai, “sa fare tutto, quindi può distruggere perché può ricostruire”. Anche quando perde la memoria, in fondo. Lasciando, con il suo estremo gesto, a Michele la responsabilità di proseguire e resistere. Perché questa è la resilienza, altra parola-concetto, su cui si basa non solo il romanzo ma la vita stessa dei suoi personaggi. Un libro prezioso.

Certi ricordi non tornano Book Cover Certi ricordi non tornano
Dario Pontuale. Illustrazione di copertina diElena Miele
Narrativa italiana
CartaCanta Editore
2018
142