Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Fiume di terra, il furore americano

Pubblicato solo un anno dopo il capolavoro di Steinbeck, Furore, questo Fiume di Terra è uno degli esempi più potenti, drammatici e lirici al contempo, di come la letteratura abbia saputo raccontare il sogno americano e il suo disfacimento. Prima ancora della sociologia, ancor prima della politica. Fiume di Terra è il racconto, fatto attraverso gli occhi di un bambino, di quelli che vengono chiamati hillbilly. Con questa parola, in uso fin dalla fine dell’800, vengono infatti indicati proprio gli abitanti delle montagne tra Kentucky, gli Appalachi, la West Virginia e l’Ohio. Una umanità fatta da white men e white women alle prese con quella che ha assunto i contorni di una povertà senza scampo, che si credeva di poter sconfiggere con l’industrializzazione e che invece, dall’industrializzazione stessa, è stata acuita e resa quasi endemica.

Fiume di Terra è il racconto di una incessante ricerca, sempre e comunque, di una terra promessa. Che se, nel romanzo di Steinbeck, aveva le sembianze della strada attraverso l’America, qui ha quelle delle miniere e degli assembramenti attorno ad esse che costringono, comunque, ad una sorta di eterna emigrazione.
James Still, che ai piedi degli Appalachi ci è davvero cresciuto, ci regala qualcosa che è ben più di un romanzo. Pagine e parole che raccontano la fame, la miseria, la violenza stessa di una vita impregnata di natura, topos così imprescindibile nella letteratura americana. Quella wilderness che tutto ha permeato di sé. Flavia Morandini, in un suo breve saggio dal titolo American Sublime, bene scrive: “Il Landscape americano sistagliava in tutta la sua ingombrante immanenza di fronte al settler, e occupare fisicamente quello spazio voleva dire cercare la maniera migliore per rapportarsi ad esso. Che il risultato di tale interazione fosse una totale osmosi del soggetto o un’affermazione superomistica di sé attraverso la dominazione della terra selvaggia e la sua contaminazione con l’elemento umano, l’impatto con la wilderness ha in ogni caso rivestito un ruolo fondamentale nella formazione del corpus letterario americano.”

E tutto ciò è evidente in questo Fiume di Terra, a partire dal titolo stesso che evoca, e invoca, una montagna con cui non si ingaggia una lotta competitiva ma, semmai, una lotta insieme, segnata da durezza, orgoglio, osmosi appunto e, in un certo senso, consapevolezza dello scorrere del tutto. I protagonisti di questo straordinario libro vengono raccontati nell’arco di tre anni della loro vita, diventando un po’ il simbolo di duecento anni di storia di tutta la popolazione degli Appalachi. Come puntualmente scrive Livio Crescenzi che Fiume di Terra lo ha splendidamente tradotto e curato: “Per duecento anni la popolazione degli Appalachi meridionali era stata indipendente e relativamente autosufficiente. Ciascun nucleo familiare ricavava dalla terra di cui era proprietario tutto quanto gli era necessario per nutrirsi, vestirsi, e dare un tetto ai propri cari. Ma nel giro di meno di vent’anni, questa società agricola fatta di piccole fattorie vene distrutta dall’industrializzazione. Le famiglie vendettero le fattorie, o le abbandonarono, o le cedettero per un tozzo di pane alle società minerarie, e si accalcarono negli insediamenti minerari che crebbero come funghi. […] Successivamente, verso la fine del decennio, la domanda di carbone diminuì in modo drastico. Alcune miniere chiusero definitivamente.”

Una storia dunque, questa, di uno stravolgimento sociale, economico, di una vera e propria violenza, subita insieme dalle montagne e dalla gente che le abitava. Una storia raccontata con un linguaggio tanto essenziale e concreto quanto, proprio per questo, ancor più evocativo, ancorato a cose concrete e per questo poetico. Gli occhi del bambino che racconta diventano un dispositivo per narrare senza giudizio ma in modo ancor più lucido una vera e propria epopea, una frontiera, sempre, anche se rappresentata da spostamenti di poche miglia. L’impossibilità di stare fermi, il dover seguire l’idea di un riscatto, accomunano queste persone alla loro terra, al fiume di terra, perché: “Non c’è un monte che si erge orgoglioso che non possa però sprofondare nella melma del dolore.”

Fiume di Terra Book Cover Fiume di Terra
James Still. Traduzione di Livio Crescenzi
Letteratura americana
Mattioli 1885
2018
215