Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Lea Barletti, tempo fa, da un rigattiere di Berlino, scova una serie di fotografie. Sono fotografie di sconosciuti, uomini, donne, bambini. Sconosciuti tra loro e sconosciuti a chi ha scovato quelle immagini. Lea allora compra alcune di quelle foto. Le guarda. Si guardano. E siccome lo sguardo non è mai neutro, non può scrollarsi di dosso la responsabilità del guardare, Lea diventa testimone non di ciò che in quelle foto compare ma di ciò che, in quelle foto, non si vede. Ma che non vuol dire non ci sia. Inventa? Immagina? Dice la verità? Non ha nessuna importanza. Perché i racconti di questo Libro dei dispersi e dei ritornati non sono una cronaca di vite e ricordi ma, semmai, il canto di mille e una possibilità.

Allora undici racconti, dodici foto e una radiografia sono il pretesto per guardare e farsi guardare. Perché, in fondo, come scrive benissimo Carlo D’Amicis nella postfazione: “E qual è davvero il soggetto di una fotografia: la porzione di apparenza che è inquadrata o l’immane quantità di vita che resta fuori dai suoi bordi”? Una domanda tutt’altro che oziosa se ci si ferma a riflettere sulla natura di una fotografia che, definita per convenzione istantanea, è in realtà quanto di più impregnato di tempo ci sia. Passato, presente, futuro sono l’incredibile gioco, rischioso e certo arbitrario, a cui Lea Barletti gioca con questo libro. Perché guardare la fotografia di uno sconosciuto non vuol dire solo “rubare” un pezzetto della sua vita ma anche decidere di assumersi la responsabilità di “tradirla” per fingere di raccontarla. E la finzione non è, in questo caso una menzogna, ma solo una delle tante, tantissime realtà possibili.
Marco Aurelio nei suoi Pensieri diceva che la prima cosa che un uomo fa quando apre gli occhi è desiderare. E questi racconti sono, in un certo senso, un elogio del guardare che diventa desiderio di raccontare. Berletti lo fa assai bene in racconti che sono, in alcuni casi, vere e proprie prose poetiche, con frasi complesse, con un linguaggio che pare, spesso, quello apparentemente illogico dei sogni.
Non è un libro facile. Anzi. E non è neanche un libro innocuo. Anzi. In alcune pagine fa male, molto male. Perché questo libro è un forte, poetico e disperato tentativo di fare rivivere. Fare rivivere un’ipotesi, una possibilità, reale o immaginaria non ha nessuna importanza. Prendere la fotografia di uno sconosciuto e lasciare che essa interroghi e solleciti al punto da farsi elemento scatenante di un’invenzione è sicuramente un abuso ma, del resto, la letteratura migliore è un abuso che non può lasciare ostaggi vivi. L’umanità ritratta non va persa proprio perché qualcuno cerca di rimettere insieme i pezzi che, in quel ritratto, non sono entrati perché neanche esistono forse. Ma non per questo sono inesistenti. Altrimenti, se dovessimo rassegnarci a questo dovremmo anche rassegnarci a non “pregare i nostri morti”, come dice sempre D’Amicis nella postfazione.

Guardare foto di sconosciuti è come andare ai funerali degli sconosciuti, è come pregare su tombe che non conosciamo e non riconosciamo ma, che non per questo, non parlano anche di noi. Lea Barletti assume, in un certo senso, lo scomodissimo ruolo di “testimone mendace” che, paradossalmente, proprio per questo diventa ancora più suadente e sincero.
Alcuni di questi racconti raccontano la “stessa cosa” che però non è mai la stessa perché vista, guardata e raccontata, appunto, da diversi punti di vista, come nel bellissimo Il bambino congelato e lo struggente e feroce Una storia; o come il crudo Crema al limone e l’amaro Suonare l’armonica.

Lea Barletti, in questo gran bel libro, non perdona e non fa sconti. Né a lei né a noi che leggiamo. Perché ci costringe a confrontarci non solo con una scrittura impegnativa ma anche con quanto noi, ciascuno di noi, si illude di conservare in un’immagine che, il più delle volte, non si guarderà neanche più. E che, forse, se va bene, verrà guardata da altri ma in un tempo inevitabilmente altro. Dovremmo tutti sperare che una nostra foto approdi tra le mani di qualcuno che comprenda l’importanza del guardare inteso come primo passo di un percorso ben più lungo. Un percorso che, anche se ci vede come traslati protagonisti di una storia non nostra, ci salva comunque dallo scomparire.
Ancora una volta complimenti a Musicaos Editore per le sue scelte editoriali certo mai banali

Libro dei dispersi e dei ritornati Book Cover Libro dei dispersi e dei ritornati
Lea barletti
Racconti
Musicaos Editore
2018
143