Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

I singhiozzi di Jerry e Gunther, debutto letterario di Aldo Augieri, è sicuramente uno di quei libri rispetto ai quali restare tiepidi è impossibile. O lo si chiude alle prime righe o si arriva all’ultima parola con il sempre più raro senso di spiazzamento che buona parte della letteratura italiana degli ultimi anni non regala più. Raro ancor più quando si tratta di racconti. Materia difficile, sempre a rischio di banalizzazione, in bilico tra incompiutezza e perdita di centro. Nei racconti non è la trama quella su cui deve lavorare uno scrittore ma, semmai, la situazione. E qui, in questo libro, Augieri riesce in un’impresa per nulla facile: quella di non focalizzare né l’una né l’altra ma, ancora più arditamente, mettere il dito direttamente nella piaga e nella piega di deliri e ossessioni.
I suoi racconti si muovono, quasi a ritmo sincopato, nell’impervio terreno del lato oscuro, della bugia, del ribaltamento. Delle rassicuranti immagini di mogli e madri di famiglia, di bambini innocenti, non resta praticamente nulla. E dalle ceneri a cui è ridotta l’apparente normalità delle vite, nasce un catalogo di ossessioni e deliri in cui chi racconta si mescola con chi viene raccontato, in un continuo gioco di specchi, di inganni prospettici, di fantasie materiche e violente.
Eppure si sorride, e non poco, leggendo questi racconti, scritti da un uomo di teatro che sembra saper calibrare e usare molto bene la tecnica del comico, inteso non come attore che fa ridere ma, semmai, come meccanismo che porta un momento di sospensione, un attimo di silenzio, proprio un istante prima dell’abisso. Perché di questo si tratta. I singhiozzi di Jerry e Gunther ribaltano in continuazione aspettative e ipotesi, muovendosi con brio tra le parole, senza aver paura di usare anche quelle meno comode. Amore e morte, sesso, suicidio, violenza fisica, scatti di rabbia, rancori. Non è facile immergersi in questa materia senza rischiare di restarne impregnati. Invece, alla fine di ogni racconto, pur estremo o verosimile che sia ciò che ci viene raccontato, si esce come tramortiti ma riconciliati con il grigio che c’è in ciascuno di noi.
Forse perché quella di Augieri è una scrittura del tutto amorale, nell’accezione più pura e meno bigotta che ci sia di questa parola. Non c’è morale nei suoi racconti e non c’è morale nella sua scrittura perché non è questo il criterio su cui si muovono le vite, o i frammenti di vita raccontati. Brandelli di esistenze di uomini e di donne (e anche bambini) che si muovono proprio come fossero attori su un palcoscenico in cui realtà e finzione non si capisce più che confini abbiano. Un po’ come ne La rosa purpurea del Cairo un po’ come Puck, spirito mutevole e ingannatore, Augieri suggerisce una cosa che, ad un certo punto, diviene altra, come un attore che esce dallo schermo (o scende dal palco) per scompigliare le carte. Ne parliamo con l’autore

I racconti sono una materia difficile. Perché per il tuo debutto letterario hai puntato su questa forma?
“Il racconto è una forma rapida per dire qualcosa o per non dire niente, in una o due sedute lo finisco, mi piace questa scommessa, sedersi e scommettere in un gesto rapido che può funzionare o meno”.

Il tuo libro ha una particolarità interessante e cioè che, mentre lo leggi, ti sembra di avere capito tutto. Poi, arrivi alla fine, lo chiudi e hai la certezza di esserti trovato, come lettore, tra le mani qualcosa di assolutamente spiazzante, che ti ha portato dove non sapevi di andare. E’ qualcosa che tu, consapevolmente, hai cercato di fare mentre scrivevi?
“Mentre scrivo la mia preoccupazione principale è sorprendermi, prendere direzioni inattese anche se apparentemente conosciute…di solito non è tanto la trama del racconto a interessarmi quanto le voci che si mettono in gioco quando appaiono i personaggi. Alla fine del racconto c’è una strana sensazione legata al desiderio…mi interessa restare inappagato come lettore”.

Il tuo I singhiozzi di Jerry e Gunther è un viaggio tra deliri e ossessioni. Quasi un percorso nel lato oscuro degli esseri umani. Però traspare molta “simpatia” per i vari personaggi raccontati. Come a dire: “Attenzione perché quelle ossessioni e quei deliri sono di ciascuno di noi?” E’ così?
“Non lo so, forse si, in ogni caso cerco di individuare dei tipi, degli originali, che magari hanno la capacità di rivolgersi a più gente possibile. Ossessioni, deliri, portare fino in fondo un ragionamento nato malato. Forse il personaggio lo sa di essersi infilato in una brutta storia ma non può tornare indietro, ecco questa impossibilità di tornare al punto di partenza mi interessa molto. C’è un attimo in cui si può avvertire un certo panico rispetto a ciò che si sta pensando, questo mi sembra eccitante. Cerco inoltre di mettere in crisi la consapevolezza…non amo sapere troppo rispetto al viaggio narrativo che si sta per intraprendere”.

Leggendoti non si può fare a meno di sorridere, in alcuni punti dei tuoi racconti. Come uomo di teatro appare evidente la tua conoscenza del “meccanismo del comico” che è altra cosa rispetto all’ironia. O è solo una mia impressione?
“Io preferisco l’ironia al comico, non mi interessa creare macchiette o caricature, mi interessa il punto ironico del tragico, la risata inattesa in una situazione dove sorridere risulta quasi fuori luogo. Il mio sogno è spiare nelle stanze, dietro una tenda o dentro un armadio, litigi, discussioni, tenerezze, tutto può essere circondato da un senso di inutilità.
Che dire poi della parodia? Mi interessa moltissimo. La parodia come la vedo io è smascherare l’identità, frantumarla…renderla un teatro del varietà”.

Perché scrivi che “tra bugiardi ci capiremo”? Che complicità volevi creare con il lettore?
“Non lo so, sembra paradossale ma credo molto nei bugiardi, nella loro capacità fantastica di creare immagini e storie…una bugia biografica, una bugia infilata al momento giusto mentre si racconta un vissuto, ecco questo può mettere in moto la scrittura.
Sarei un pessimo testimone se fossi presente durante un misfatto, non riesco a dire ciò che è successo, si inserisce sempre qualcosa che mette in crisi la presunta verità. Tra bugiardi ci capiremo…vuol dire tra amanti della letteratura…tra gente che ama una certa verosimiglianza, una certa logica”.

I tuoi racconti sono veramente scritti con una lingua nuova, con un linguaggio non così immediato come potrebbe sembrare. E’ stato difficile trovare un editore?
“Io credo che la lingua usata sia abbastanza immediata, magari non è immediato capire precisamente dove ci si trova, in quale stato mentale o fisico. Conoscevo già Luciano Pagano avendo collaborato con lui nel passato, durante alcuni spettacoli, conoscevo il suo ottimo lavoro come editore, quindi ho pensato subito a Musicaos. Ci siamo capiti subito, è stato abbastanza semplice”.

I singhiozzi di Jerry e Gunther Book Cover I singhiozzi di Jerry e Gunther
Aldo Augieri
Racconti
Musicaos Editore
2018
159