Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Quando una sera, chiacchierando per mail, Simone Gambacorta mi scrisse che mi avrebbe mandato un libro, da lui curato, sul provincialismo, avvertii subito, d’istinto, che avrei presto letto qualcosa di estremamente interessante. Con Simone, abbiamo scoperto nel tempo, ci uniscono non poche cose. Una, non secondaria, di vivere in un luogo che non è quello in cui siamo nati. Io, da Milano, mi sono trasferita in un piccolo paese della provincia di Viterbo e lui, da Torino, si è trasferito a Teramo, in quell’Abruzzo che, da tempo, progetto di visitare con un po’ di calma. Realtà, Teramo e Ischia di Castro, dove viviamo, molto diverse tra loro e, sicuramente diverse dalle natie città. Unite forse da un filo rosso: quelle di essere molto più ”piccole” dalle nostre rispettive città d’origine.
La stima che nutro per Simone, unita a questo probabilmente trascurabile dettaglio geografico (trascurabile non certo per me) mi posero subito in uno stato di febbrile attesa del prezioso libro in oggetto. E la curiosità è stata sicuramente appagata dalla portata di questo Piccola inchiesta sul provincialismo. In che modo blocca o rallenta la crescita culturale? Gaalad Edizioni. Sì, portata enorme quella contenuta tra le pagine di questo testo. Perché affronta un tema che, da qualunque angolazione lo si affronti, lo si analizzi e lo si definisca, resta imprescindibile per ogni tipo di discorso e ipotesi si voglia fare sulla cultura di questo nostro paese, non a caso definito, forse con un’immagine troppo semplice ma, non per questo meno precisa e appropriata, “il paese dei campanili”.
Due parole sulla genesi di questo Piccola indagine sul provincialismo. Si tratta di un’indagine appunto, pubblicata in tre puntate, la prima volta nel 2015, sulle pagine culturali del quotidiano di Teramo “La Città”. A quelle tre puntate hanno fatto seguito l’anno successivo, nel 2016, altre cinque, raccolte in questo piccolo, prezioso e denso volume. Tutto curato da Simone Gambacorta che, delle pagine culturali del quotidiano “La Città” è responsabile. Filo conduttore dell’indagine, la domanda: “Provincialismo, in che modo blocca o rallenta la crescita culturale?” A rispondere scrittori, artisti, intellettuali di diversa formazione che si sono confrontati con l’argomento declinandolo sotto cinque diversi titoli: Il provincialismo? Uno nessuno, centomila; Il problema sta nel non vedere le cose; L’antidoto? Esplorare le mappe del proprio tempo; In fondo basta non avere paura dell’orizzonte; In qualunque luogo e in nessun posto.
Se è vero che l’Italia è il paese dei paesi (gli ultimi dati dicono che su ottomila comuni, più di cinquemila hanno meno di cinquemila abitanti) allora viene da pensare che le città siano quasi una sorta di “accidente” socio-urbanistico. E se, come ben emerge dal libro, provincialismo non ha sempre a che fare con una collocazione geografica o con una quantità demografica, resta innegabile il fatto che la storia e la struttura dell’Italia abbiano insiste caratteristiche che fanno del provincialismo qualcosa da cui non si può prescindere. Qualunque cosa esso significhi. E non significa certo, non sempre almeno, provincia, come alcuni grandi scrittori come Piovene, Chiara, Silone ci hanno insegnato. Molto bene lo dice, del resto, lo stesso Gambacorta quando scrive, a proposito delle riflessioni di chi ha partecipato all’indagine: “Tra i responsi del primo volume e quelli assemblati in quest’altro, si sono delineate delle linee di continuità, e mi limiterò qui ad anticipare quella che non associa il provincialismo alla dimensione geografica di una qualsiasi realtà di provincia.”
Interessante dunque capire come, rispondendo alla domanda su quanto il provincialismo blocchi o rallenti la crescita culturale, gli interpellati abbiano dato una definizione dello stesso. In effetti la risposta non poteva precedere un tentativo di definizione. E le riflessioni che ne sono uscite sono tanto interessanti e lucide quanto, a volte, sconsolanti. Non perché lo siano le risposte in sé ma, anzi, perché mettono in luce come la questione “provincialismo” sia ancora e sempre, urgente e irrimandabile. Motivo per cui, ancora più meritorio è il fatto che un editore, in questo caso Gaalad, abbia deciso di raccogliere in volume l’altrettanto meritoria iniziativa di Gambacorta e del quotidiano “La Città”.
Interessanti e stimolanti le sollecitazioni che ci regalano le persone interpellate per condurre questa inchiesta, piccola solo nel numero di partecipanti ma non certo per la qualità e la pregnanza degli argomenti. Come quella, giusto iniziale, dello scrittore Valerio Varesi che lega la sua riflessione all’elemento linguistico: “Se la lingua esprime il carattere di un popolo, la nostra rivela il provincialismo di un paese anche idiomaticamente gregario e affetto da un pernicioso complesso di inferiorità.” Lega il suo discorso, per chiarezza, all’uso abuso di inglesismi, soprattutto burocratici, che nascondono spesso pochezza e desiderio di non farsi capire.
Altrettanto interessante la riflessione di Claudio Volpe secondo il quale il provincialismo: “ […] occupa la mente di coloro che non riescono ad andare a fondo delle cose, […]” ricordandoci come provincialismo sia, in fondo, mancanza di capacità analitica. E in questo è evidentissimo come il concetto di provincialismo non sia per nulla confinato geograficamente ma riguardi un po’ tutto il nostro paese. Analisi che non differisce, o anzi si integra, con quella di Giada Trebeschi che mette i riflettori su una certa tendenza, del provincialismo, a coincidere con quelle che vengono definite “recite a soggetto per questo imitative e grottesche.” Mettendo il dito nella piaga della mancanza di umiltà, una delle tante declinazioni del provincialismo.
Tante e davvero stimolanti e provocatorie (nel senso etimologico del termine) le risposte e le letture delle persone che hanno risposto alla domanda da cui è nata l’inchiesta. Una seria riflessione su quello che, seppur con diverse sfumature, è visto e sentito come una chiusura, una incapacità di confronto, una sorta di accidia del pensiero di cui l’Italia non avrebbe certo bisogno. E di questo tempi meno che mai. L’aspetto forse più interessante, è come da questa pagine venga fuori la responsabilità primaria degli intellettuali. E non da un punto di vista classista e elitario, ma solo come portatori di quello che dovrebbe essere un privilegio, uno sguardo a più lunga gettata. Cosa che, spesso, non è. Illuminante, in tal senso, la postfazione di Valentina Di Cesare:”Sempre restando sul discorso della diffusione culturale, infatti, probabilmente a causa di quell’atavico senso di inferiorità sedimentatosi negli anni, spesso le piccole città si atteggiano a metropoli, proponendo di frequente buffe passerelle e trionfi di solipsismi.” Anche per questo, in Italia, si sente la mancanza di una vera letteratura civile, presente in troppo pochi scrittori e poeti.

Piccola inchiesta sul provincialismo Book Cover Piccola inchiesta sul provincialismo
A cura di Simone Gambacorta
Saggistica
Gaalad Edizioni
2017
83