Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Commedia? Film sociale? Comunque lo si voglia incasellare, questo film è davvero sublime. È arrivata mia figlia, della regista Anna Muylaert, si muove con la grazia di una farfalla sopra temi di un certo peso. Tralasciamo, anzi no, il solito massacro linguistico che il mercato fa dei titoli originali. Nella versione in inglese il titolo di questa pellicola era The second Mother e, averne cambiato il titolo, mettendo luce sulla figura della figlia non rende giustizia né alla figura di Val, la madre appunto, né al vero tema del film. Che è poi quello, attuale, di madri che, per motivi diversi, lasciano che a occuparsi dei propri figli siano altre “madri”. Mentre il titolo orginale era Que oras ela volta.
Siamo in Brasile, a San Paolo. Val lavora come domestica tuttofare in casa di una ricca famiglia. Da dieci anni non vede sua figlia Jessica, lasciata nel nord del paese ad una parente, proprio per raggiungere la città per lavorare. Ma, ad un certo punto, la figlia la chiama. Ha bisogno di un appoggio per venire a San Paolo a sostenere gli esami di ammissione alla facoltà di architettura della città. E, se è vero che sarà proprio l’arrivo della figlia a dare il via ad una serie di cambiamenti, è altrettanto vero che sarà proprio Val a fare una vera e propria rivoluzione nella sua vita.
Jessica non riconosce le regole non scritte (ma ben impresse nella e sulla pelle di sua madre) che, in ogni caso, fanno di una cameriera una cameriera (e non altro). E quindi non accetta né che sua madre venga trattata come una persona di serie b, né tantomeno, di dovere subire lo stesso trattamento in quanto figlia della cameriera. E la cosa non mancherà di suscitare un improvviso sconquasso delle dinamiche della casa. La signora Barbara, la padrona di casa, avverte che qualcosa sta mettendo a rischio il suo ruolo, fatto in realtà di niente, ma così rassicurante nel suo mantenere comodi confini di classe. Complice anche una sorta di intuito che le fa avvertire la giovane Jessica come pericolosa “distrazione” sia per suo figlio Fabinho, sia per il marito Carlos. Quest’ultimo, ex pittore, ex forse capofamiglia, ha abdicato ad ogni iniziativa per lasciare che a giocare alla ricca sia la moglie. Chiudendosi in una sorta di rassegnata disperazione.
Jessica funziona un po’ come un catalizzatore per Val. Che, piano piano, prende coscienza della sua forza, della sua incommensurabile dignità, del suo bisogno di recuperare, in qualche modo, il tempo perduto e il rapporto con sua figlia.
Un film bellissimo, vincitore del Sundance e del premio del pubblico al Festival di Berlino, in cui sono i piccoli gesti a parlare, a raccontare: Jessica, futuro architetto che, metaforicamente non accetta che la porta della cucina sia un confine (forse nelle cucine che disegnerà lei, le porte non ci saranno neanche), Val che ruba alla signora Barbara un set da caffè che la padrona non ha considerato all’altezza di un suo party, Fabinho che, privo di barriere di classe, fa giocare Jessica in piscina facendo esplodere di gelosia la madre che, con la scusa di aver visto un topo, quella piscina la fa svuotare.
Regina Case, attrice di impianto teatrale, qui sembra in stato di grazia e da a Val non solo un volto ma tutta un’anima, una mimica e uno sguardo. Che è tutt’altro che sottomesso. Uno sguardo che, forse, ha guardato con sincera “simpatia” e compassione la signora Barbara; anche lei, seppure per altre circostanze, madre che ha lasciato che a crescere il figlio fosse in fondo un’altra donna. Come lei, ad un certo punto, spiazzata da un rapporto che non si è potuto o voluto costruire. E lo sguardo orgoglioso e profondamente felice quando apprende la notizia che Jessica ha passato la prima parte degli esami di ammissione (mentre, di fianco a lei la signora Barbara, accecata dalla gelosia la invita a non esultare troppo perché la seconda parte degli esami sarà molto più dura) ma Val sembra non ascoltarla.
E mentre ad un certo punto per Val sembra essere arrivato il momento di prendersi finalmente cura della figlia, licenziandosi dalla casa della signora Barbara, per la signora Barbara sembrano profilarsi tempi non facili (il figlio che si trasferisce in Australia per studiare e il marito che, anche se mai “scoperto” un po’ di vita nelle vene se l’era sentita ritornare con l’arrivo della giovane Jessica).
Questa pellicola gioca in maniera garbatissima con temi tanto, ma tanto complessi. E lo fa con quella leggerezza che, proprio per la sua levità, riesce a infilarsi sotto la pelle dello spettatore, accompagnandolo quasi in tempo reale, al fianco di Val e del suo modo “gentile” di stare nel mondo. E, cosa al giorno d’oggi, sempre più importante, ci pone tante domande e ci suggerisce, in un certo senso, un po’ di riflessione e la necessità di non emettere giudizi sulle vite altrui. In fondo, pensandoci bene, chi è davvero ricca tra Val e Barbara?

E' arrivata mia figlia Book Cover E' arrivata mia figlia
Anna Muylaert
Commedia
2015