Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Parlare di eutanasia non è mai facile, qualunque sia il mezzo con cui lo si fa. Libri, film, documentari. Ciascuno di questi “veicoli” di senso si trovano, spesso, impigliati nelle difficoltà che si incontrano quando si parla di morte. Ancora più quando, come nel caso dell’eutanasia, si parla di “diritto di morire”. Si entra allora in un surplus di significati e significanti che, sconfinando nel laicissimo diritto individuale, si scontra con il pensiero di chi, credente, ritiene che tale diritto, la morte, debba restare nelle mani di Dio. Smettendo dunque, di fatto e per logica, di essere un diritto.
IL cinema però, a mio avviso, resta il modo migliore per affrontare questo tema. Perché ha, per sua natura, una dinamica e un’estetica che ben si prestano a raccontare l’impensabile. Le immagini diventano il supporto più efficace (e poetico al contempo) per narrare la decisione di morire.
Ed è quello che fa lo stupendo Ultimo viaggio in Oregon traduzione italiana dall’originale Youth in Oregon. Come spesso accade i titoli italiani sono una melensa chiave di lettura che sa spesso di giudizio già dato. Il titolo originale, invece, in questo caso, è decisamente più calzante, suggerendo forse il vero senso del viaggio.
La storia è raccontata come un film on the road. Il grande Frank Langella da viso e gestualità a Raymond Engersol, ottantenne ex medico che, proprio nel giorno del suo compleanno, comunica alla famiglia di voler tornare dove è nato (l’Oregon appunto) per porre fine alla sua vita con l’eutanasia. L’Oregon non è solo un luogo eletto dalla personale geografia umana del protagonista ma anche uno stato in cui, molto più prosaicamente, l’eutanasia è legale. Quello che però Raymond non dice alla moglie Estelle (alcolizzata) alla figlia Kate e al genero Brian è che è arrivato a questa decisione dopo aver rifiutato di sottoporsi ad un intervento al cuore molto rischioso. Senza il quale però, la sua vita è comunque segnata.
Una piccola bugia, o meglio un’omissione per far credere ai suo famigliari di non avere i requisiti per poter procedere al suicidio assistito. Un’omissione che darà inizio (se volutamente o no lo si scoprirà solo alla fine) ad un viaggio che non è solo lungo le strade del paese ma, soprattutto, all’interno di ciascuno dei protagonisti della vicenda. Un viaggio che, forse metaforicamente ma non solo, nel film è un viaggio non a caso verso ovest, dove tramonta il sole ma anche dove, proprio all’imbrunire, c’è spesso la luce più bella.
E in questo viaggio, appunto, più ci si sposta a ovest più sembrano diventare forti le emozioni dei personaggi. Forti anche di rivelazioni non necessariamente facili da sopportare ma, comunque, necessarie per capire sé stessi e (come in questo caso) capire e rispettare le decisioni altrui. Il viaggio diventa un insieme di tappe lungo la strada, ognuna delle quali è anche una tappa legata, simbolicamente, ad una fase della vita di questa famiglia o ad una difficoltà, ad un non detto, ad un allontanamento. Quindi, per esempio, a Salt Lake City, Ray ed Estella rivedono un figlio, quasi estraneo fino a quel momento ma che, inaspettatamente, decide di unirsi ai suoi genitori lungo questo viaggio. A Boise, altra tappa, Brian incontra suo figlio con cui i rapporti si sono fatti, da tempo, conflittuali.
Un viaggio che diventa occasione per rimettere insieme i pezzi di una storia famigliare più che di una famiglia. Un viaggio in cui il tema dell’eutanasia diventa tanto più centrale quanto più sembra restare di fianco a quello del percorso di ciascuno. Come se l’eutanasia fosse il pretesto per parlare dei rapporti tra persone che, a loro volta, diventano il modo per parlare di eutanasia con un poco di rispetto e di clemenza.
Il regista, Joel David Moore, e gli attori, riescono nell’impresa di affrontare questo tema con dignità, con delicatezza e anche, per quanto sembri impossibile, con leggerezza. La decisione di farne un film on the road si rivela perfetta, con la sua idea di viaggio, di movimento. Elementi che meglio si prestano (come la vita in fondo) ad affrontare cose che, da fermi, sarebbero troppo pesanti. Fino alla struggente rivelazione finale quando Ray spiega cosa vorrebbe che quel viaggio diventasse.
Da vedere assolutamente

Youth in Oregon Book Cover Youth in Oregon
Regia di Joel David Moor
Commedia
2016