Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Un posto sicuro è quello in cui si pensa di vivere. Un posto sicuro è quello in cui si pensa di lavorare. Un posto sicuro è quel posto di lavoro che si crede durerà per sempre. E invece così non è. E si scopre che sì, quel posto sarà il tuo posto fino alla morte, ma non nei modi che ci si era immaginati. Casale Monferrato, fabbrica Eternit. Gli operai credono di lavorare in un posto sicuro e, invece, l’amianto piano piano, riempie e riveste i loro polmoni, impregna di sé le tute da lavoro che si portano a casa. Il respiro, che è quello che tiene in vita, diventa la strada per la malattia.
“Un posto sicuro” è anche il titolo di un bel film, opera prima del regista Francesco Ghiaccio, che ci racconta la vita di due protagonisti inventati ma più veri del vero. Un padre e un figlio che sono uguali a tanti altri padri e figli di Casale Monferrato e la cui storia ci viene raccontata anche con frammenti di vita vera, di persone che in quel posto sicuro ha perso amici e parenti.
Il film ci conduce nella vita di Luca (interpretato da Marco D’Amore) e di suo padre Eduardo (magistralmente interpretato da Giorgio Colangeli). I due uomini, divisi da anni da orgoglio e incapacità di capirsi, si ritrovano quando il medico di Eduardo telefona a Luca per dirgli che il padre sta per morire. Il male che lo sta uccidendo è quel nome terribile, mesotelioma, che ha occupato la cartella clinica di tante persone che nel posto sicuro lavoravano o vivevano.
La pellicola si snoda sul doppio binario della costruzione (o ricostruzione) del rapporto tra padre e figlio e della storia di una vicenda reale e drammatica in cui si ripropone l’antico e tragico dilemma tra lavoro e salute. E lo fa senza retorica, muovendosi sul difficile crinale di cronaca e racconto. Il riavvicinamento tra Luca ed Eduardo diviene, per il padre, anche l’occasione di recuperare il tempo, facendosene narratore. Lasciando alle parole il difficile compito di raccontare cosa è accaduto ma anche di ritessere, per il tempo che resta, quella figura di padre che non è stato in grado di dire, anni prima. Perché, per lui, tutto si gioca sulle parole, quelle che non è stato capace di pronunciare prima e quelle che riuscirà a dire dopo.
Per il figlio invece questo riavvicinamento coinciderà con la riscoperta della sua grande passione, il teatro. Che, in un certo senso, è pure parola. Luca riuscirà ad elaborare il suo dolore creando uno spettacolo teatrale (meravigliosa la scena in cui Luca, sul palco, paragona la morte di migliaia di persone al rumore che fanno migliaia di palline da ping pong lasciate cadere dal palco stesso) proprio sulla vicenda di Casale Monferrato. In una sorta di passaggio di consegne, in cui il passaggio del testimone sarà l’eredità che il padre lascia al figlio.
Un posto sicuro è un film fatto di tanti film insieme, un palinsesto di generi che, dal reportage, passa per il documentario alla storia on the road (mi si consenta di usare questa definizione) di un padre e un figlio; dove “on the road” indica la metafora di un percorso che, se non su strada, si fa comunque nei giorni, nelle parole, nei racconti. Un posto sicuro è un film, mi verrebbe di dire, corale. Nel senso che la “narrazione” della vicenda di Luca ed Eduardo è narrazione della vicenda di tutta una comunità intera, sommersa tra lavoro, dolore e ricerca di giustizia.

Un posto sicuro Book Cover Un posto sicuro
Regia di Francesco Ghiaccio
Drammatico
2015