Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Abbiamo pensato che, per esordire con le recensioni di film, la cosa migliore (e benaugurante) fosse proporre qualcosa che avesse comunque a che fare con i libri. Magari un bel classico. Talmente classico da poter suscitare almeno due domande; la prima potrebbe essere quella del tipo: “ma perché parlarne ancora?” e la seconda qualcosa tipo:”ma vuoi vedere che c’è ancora qualcosa da dire su quel film?” Se siete tra coloro i quali si sono fatti una domanda simile alla seconda, allora speriamo di non deludervi.
Per chi ancora non avesse visto ”Misery non deve morire” capolavoro tratto dall’omonimo libro di Stephen King (film che nella versione originale si intitolava semplicemente Misery. E qui andrebbe aperta un’altra parentesi sull’abitudine, forse non solo italiana, di modificare i titoli, cercando di dare ad essi un fastidioso intento pedagogico, quasi a voler dare una chiave di lettura precostituita. Vi ricordate quello che accadde con un altro bellissimo film come Brokeback Mountain, tradotto in modo un po’ bigotto con I segreti di Brokeback Mountain?) facciamo un breve riassunto.
Lo scrittore Paul Sheldon ha raggiunto il successo, anche commerciale, grazie alla serie di libri che hanno per protagonista Misery Chastain. Forse un po’ stanco del personaggio e del tipo di scrittura seriale a cui si sente costretto, Paul decide di mettere la parola fine alla serie. Come? Scrivendo l’ultimo libro su Misery. Come? Facendola morire.
Come ogni volta in cui Paul deve scrivere, si rifugia in un albergo in una sperduta località del Colorado. E, come ogni volta in cui termina il manoscritto, Paul si concede una sigaretta (lui che ha smesso di fumare da anni), una bottiglia di champagne, paga il conto e torna a New York a consegnare il manoscritto alla sua agente. E così fa anche questa volta. Ma commette l’errore di mettersi in macchina proprio quando su quelle montagne del Colorado sta arrivando una spaventosa bufera che provocherà uno spaventoso incidente.
A salvargli la vita (e qui i buddisti direbbero: “fortuna, sfortuna, chissà) arriva Annie Wilkes, interpretata da una strepitosa Kathy Bates, che lo porterà a casa sua per curarlo. Non passerà molto tempo e Paul si accorgerà che Annie non è esattamente l’amorevole infermiera che ha detto di essere. Ma una pericolosa psicopatica che non gli perdona di avere ucciso la “sua” Misery. E, da quel momento, comincia un entusiasmante crescendo di tensione, di zoomate perfette, di giochi di cinepresa assolutamente magistrali. E comincia anche un gioco, sottile, tesissimo, tra Annie e Paul, in uno spazio ridotto e claustrofobico in cui sono gli sguardi, più ancora delle parole, a determinare il ritmo, la tensione, il delirio folle.
Paul è immobilizzato a letto per le fratture causategli dall’incidente, a stento riesce a stare seduto su una sedia a rotelle ma capisce che deve inventarsi qualcosa per tirarsi fuori da quella situazione. Soprattutto dopo che Annie, nel suo sbandare nei meandri della follia, lo ha costretto a bruciare il manoscritto e a riscrivere un nuovo finale. Scene al cardiopalma, momenti in cui Paul pare aver trovato l’idea vincente e poi tutto si ribalta. Fino all’epilogo. Dopo una furibonda lotta tra Annie e Paul, la donna viene uccisa con una pesante statuetta sulla testa. Non dico altro per non rovinare il piacere a chi ancora non avesse visto questo capolavoro.
Un film che è stato sempre definito uno dei più bei film horror della storia del cinema. E qui, se mi è consentito, vorrei deviare un po’ da questa definizione. “Misery non deve morire” è solo apparentemente un film horror. Secondo me è uno dei più potenti e straordinari inni alla scrittura e alla letteratura. Al potere salvifico (o malefico) e al rapporto amore-morte che tanta letteratura ha ispirato.
Il film, praticamente perfetto dal punto di vista della fotografia e del montaggio, è, se ci si pensa bene, retto da un ritmo che è esattamente quello delle storie d’amore: il potere salvifico degli inizi, la dolcezza dei primi momenti, la delusione delle aspettative non rispettate, la rabbia, il tentativo di controllare tutto, il soffocamento, l’impotenza, la fine. Con, per fortuna nella realtà quasi sempre metaforicamente, la morte di uno dei due protagonisti. Amore malato, certo. E molto simile a quello che può caratterizzare il rapporto con la letteratura. A volte.
Qui, in molte scene, la letteratura appare come la vera protagonista. Non solo nel palese svolgimento della trama in cui, in fondo, si vuole evitare la fine di un personaggio letterario con l’obbligo (per Paul) di riscriverne l’epilogo. Ma anche in molti rimandi. Come la solitudine da cui la letteratura nasce (lo scrittore che si deve ogni volta isolare per scrivere) e come la solitudine da cui la letteratura può salvare (Annie si butta nella lettura/letteratura per sopravvivere al suo divorzio.
Ma anche nel dettaglio della scrofa che Annie chiama Misery e che è la stessa scrofa che, in forma di statuetta, sarà quella che procurerà la quasi morte della stessa Annie. Che, non a caso, morirà definitivamente dopo aver colpito violentemente con la testa la macchina per scrivere.
Io, forse con una interpretazione forzata (come ogni interpretazione se ci si pensa bene) ho visto continui rimandi alla letteratura. Anche nei clichè (non certo nell’accezione di luoghi comuni) della cena a lume di candela come tentativo di Paul di liberarsi di Annie facendole credere di stare al suo gioco. O come la via di uscita, vista come inevitabile conclusione di una storia d’amore da parte di Annie, di morire insieme al suo amato. Che ha sì le fattezze di un essere umano ma è, dopo tutto, il creatore di un personaggio letterario. Vero oggetto d’amore/ossessione di Annie.
Letteratura come amore/malattia ma anche rapporto di potere. Quello dell’autore di decidere di porre fine ad un personaggio ma anche quello del lettore di non accettare tale decisione. Certo qui portata all’estremo ma che, nella realtà, prende strade solo apparentemente meno cruente. Come, per esempio, non accettare che uno scrittore voglia abbandonare un filone letterario, un personaggio divenuto troppo ingombrante e, dal punto di vista dell’ispirazione, sterile. E come non lo accetta il lettore? Non comprando più i libri di quello scrittore. Potere, ancora potere.
Un potere talmente forte, quello della letteratura, da ritenere che un libro “sbagliato” (come quello che avrebbe dovuto decretare la fine di Misery) possa essere redento in un solo modo: sparendo dalla faccia della terra bruciato dal fuoco. Unico modo per far sì che smetta di far sentire la sua influenza/potere sullo scrittore. Film inno alla letteratura, per concludere, perché, come nella letteratura, un occhio intellettualmente onesto non può emettere giudizi morali o moraleggianti. Nessun personaggio è cattivo, nessun personaggio è innocente. Ciascun personaggio è, semplicemente e fortemente, un pezzo della storia
Scheda del film
Titolo Misery
Anno 1990
Regia Rob Reiner
Soggetto tratto dal libro Misery di Stephen King
Sceneggiatura William Goldman
Ricordiamo che Kathy Bates vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista nel 1991 per questo film

Misery non deve morire Book Cover Misery non deve morire
Rob Reiner
film horror
1990