Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Ripubblicato lo scorso anno da Sellerio, Fumisteria è stato, nel 2006, il romanzo d’esordio di Fabio Stassi. Un romanzo in cui alcune vicende individuali si intrecciano con quelle della Sicilia, della riforma agraria, dei contadini che hanno creduto di poter alzare la testa, della strage di Portella della Ginestra e dei suoi “oscuri” mandanti. Non è mai facile scrivere un romanzo in cui la “verità storica” si intreccia con la fantasia letteraria e, ancor più, con il tentativo di restituire una lettura politica. Una politica di impegno sociale, verrebbe da dire, una politica che interroga, ritornando a quel ruolo che dovrebbe avere.
Una parte della critica ha accusato Fabio Stassi di non essere riuscito in questo intento. Di avere smascherato troppo esplicitamente il proprio discorso politico. Come se questo fosse un difetto. Come se questo fosse un limite della letteratura, sua e in generale. Non sono d’accordo con tali critiche, per quanto possa contare il mio parere. Non sono d’accordo per due fondamentali motivi: il primo è che la dove la letteratura resta nei suoi ambiti (e quindi non pretende di farsi saggio o pamphlet) non si capisce perché dovrebbe nascondere le idee politiche dell’autore; il secondo è che se c’è un teatro, se c’è una terra in cui sembra fisiologicamente impossibile separare le storie individuali dalla storia più ampia, ebbene quella terra è proprio la Sicilia, come scrive lui stesso: “In una terra così, l’identità è un’esuberanza barocca, un gioco di specchi. Il sangue è misto e impuro, le maschere si moltiplicano, i soprannomi si sostituiscono ai nomi. La realtà si trasforma in un teatro, è recita continua, morte compresa, e il teatro diventa all’opposto uno dei pochi luoghi dove si possono togliere gli abiti di scena.”
Ciò che ci racconta Stassi è una Sicilia fatta di passioni, di meschinerie, di miserie umane e di lotte politiche. Tutto tenuto insieme da una trama tanto semplice quanto così tragicamente restitutiva di una certa “sicilitudine”. Un giorno del 1954 viene ritrovato il cadavere di Rocco La Paglia, ex partigiano, comunista, ombroso e sanguigno al contempo. Un uomo che, dopo un periodo di “allontanamento forzato” dal suo paese, rifiuta un incarico politico offertogli dal Pci a Roma, per far ritorno dalla madre, a Kalamet, paese inventato ma più siciliano che mai.
Una serie di giochi del destino, confidenze fatte alla persona sbagliata, dicerie, pettegolezzi (teatro appunto) portano i sospetti sull’avvocato Licata, uomo discusso e discutibile, attorno a cui il paese ha costruito trame, facendone personaggio più che persona. L’omicidio sarebbe dunque un omicidio passionale, nato dalla gelosia di Licata che avrebbe saputo di un amore (in realtà mai consumato) tra Rocco e Ester, nel frattempo diventata moglie del Licata. E attorno a questa trama, Stassi costruisce un gioco di specchi, di false partenze e falsi arrivi, in cui l’odore del fumo si mescola all’odore di donna, in un andamento quasi da giallo (con scioglimento finale dell’intreccio) con, sullo sfondo, una Sicilia carnale e materica. Squassata da lotte politiche che, secondo l’autore, furono una chiave di volta per la storia non solo della Sicilia ma della nascente sinistra tutta. Ecco dunque l’inserimento dei tragici fatti di Portella della Ginestra e di quel I maggio che voleva essere riscatto contadino e che, invece, diviene teatro di sangue, mafia e oscuro e gattopardesco mantenimento dello status quo.
La storia ci viene narrata da un ex contrabbandiere, ex minatore, ex contadino che si trova ad essere compagno di cella dell’avvocato Licata nel periodo della sua carcerazione. Storia che nasce nella solitudine di una cella, nella solitudine di un paese abbandonato per miseria e dolore, per incuria e criminale ignoranza. Della politica certo, ma non solo.
Un libro in cui gli equivoci e le ambiguità della storia delle singole persone diventano specchio degli equivoci e delle ambiguità della storia della Sicilia. Terra complessa, tragica e lirica al contempo. Terra che, per lo stesso autore e per sua stessa ammissione, è sempre stata “racconto”. Terra che, come riportato da Stassi, fu puntualmente e precisamente definita da Gramsci (altro isolano seppur di un’altra isola) “paradigma della contemporaneità” e da Bufalino “isola plurale”. Partendo da queste due definizioni, da queste due pennellate descrittive, viene forse più facile comprendere come e perché questa storia “tenga” proprio perché è un intreccio di storie individuali, storie comuni, politica e, in parte, biografia dell’autore stesso.
Come accade spesso in buona parte di quella che viene definita “letteratura meridionale” vi è anche qui una sorta di onnipresente sensualità, anche là dove non ci si aspetterebbe di trovarla. O meglio dove, in altre letterature, non si troverebbe. Sensualità del non detto, sensualità dell’ambiguo, sensualità del groviglio di fumo. Appunto. Ma quando parlo di sensualità la intendo come gioco di corpi non necessariamente “sessuati”. Gioco di corpi come gioco di poteri, di violenza e violenze. Sia fisiche ma anche (e forse per questo ancora più forti) verbali. Che verbali sono le violenze che creano calunnie, come verbali sono e furono (in questo caso) le violenze che portarono a Portella della Ginestra. Da leggere assolutamente

Fumisteria Book Cover Fumisteria
La memoria 1004
Fabio Stassi
Sellerio
2015
167